Stop al commercio con gli insediamenti illegali. Il mondo solidale e la sinistra in parlamento

Quando si dice un rapporto virtuoso tra le “piazze”, il popolo della pace e le forze della sinistra presenti in Parlamento.

Stop al commercio con gli insediamenti illegali. Il mondo solidale e la sinistra in parlamento
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

16 Settembre 2026 - 21.41


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Quando si dice un rapporto virtuoso tra le “piazze”, il popolo della pace e le forze della sinistra presenti in Parlamento. Un rapporto che vive sulla Palestina e su come contrastare l’azione dei coloni pogromisti della Cisgiordania, e il governo che li sostiene in ogni modo e con ogni mezzo. Con la complicità di quei governi che ostacolano, in Europa, ogni iniziativa sanzionatoria nei confronti di uno Stato di apartheid, Israele.

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L’Italia fermi al più presto il commercio con gli insediamenti illegali. 

A chiederlo è il mondo solidale, sono le Ong, associazioni, che continuano a battersi contro il genocidio a Gaza, l’apartheid in Cisgiordania e per il riconoscimento dello Stato palestinese. Di questo mondo solidale fanno parte le associazioni italiane aderenti alla campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali: ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, Assopace Palestina, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.

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Di seguito il loro comunicato stampa: “Arrivare ad un impegno dell’Italia – sull’esempio di 12 paesi europei tra cui Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Irlanda, Belgio e Spagna – per il divieto all’importazione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato, contrastando la crescita esponenziale degli attacchi dei coloni in Cisgiordania e la distruzione dell’economia palestinese, tra espropri e sfollamenti.

Con quest’obiettivo inizia oggi l’esame in Commissione Affari Esteri della Camera della proposta di legge, che ha come primi firmatari i leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico: Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein.

Un’iniziativa nata grazie all’impegno di una coalizione di oltre 20 organizzazioni della società civile, che a settembre 2025 hanno lanciato la campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali. 

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‘Si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare l’Italia all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est). Scambi illegali secondo il diritto internazionale, che costano miliardi di dollari all’economia palestinese ogni anno, con perdita progressiva di terreni agricoli e pascoli, fonti d’acqua, infrastrutture.– spiegano le organizzazioni promotrici – È fondamentale che le forze di maggioranza parlamentare e il Governo accolgano questa proposta, dato che la misura non è legata ad un’opportunità politica, bensì si tratta di ottemperare ad un obbligo richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia. L’auspicio è quindi che quest’occasione non vada sprecata e che la Commissione convochi presto la società civile italiana e palestinese, per valutare il reale impatto dell’occupazione sulla sovranità politica, economica, fiscale del popolo palestinese e più in generale sul suo diritto all’autodeterminazione’.

Le conseguenze dell’occupazione in Cisgiordania

Nel 2024 il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele è stato di circa 1 miliardo di euro, principalmente di prodotti agricoli e manifatturieri, di servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale. 

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Difficilissimo stabilire la quota esatta di scambi, sul totale delle importazioni, ascrivibile ad aziende che operano negli insediamenti israeliani nel Territorio occupato, data la possibilità di aggirare le politiche europee di etichettatura e differenziazione territoriale, ma una recente indagine di Global Echo – che ha preso in esame migliaia di spedizioni di prodotti agricoli, tra il 2017 e il 2026, da Israele sul mercato europeo – ha concluso che in media il 17,2% ha riguardato merci provenienti dagli insediamenti, circa 1 su 6.

Il tutto, mentre si assiste ad un’accelerazione esponenziale degli attacchi dei coloni sostenuti dall’esercito israeliano, degli espropri di aree sempre più vaste, di demolizioni e sfollamenti forzati, che compromettono l’esistenza stessa delle comunità palestinesi e finiscono per svuotare vaste aree di territorio prontamente occupate.

Basti pensare che dal 2023 nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini; con circa 40 mila nuovi sfollati nell’ultimo anno e mezzo sui 46 mila causati dall’inizio del conflitto.

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Drammatiche, quindi, sono anche le conseguenze per l’economia e per la popolazione palestinese: perdite complessive per miliardi di euro all’anno, l’aumento esponenziale dei livelli di povertà dato dalla progressiva perdita dei mezzi di sussistenza, una sempre più marcata frammentazione del territorio con la costruzione di oltre 900 barriere che impediscono la circolazione di 3 milioni di persone.

“In questo scenario – concludono le organizzazioni – lo scopo dell’adozione della proposta di legge in discussione alla Camera non è solamente colpire i coloni violenti, ma smettere di sostenere dal punto di vista economico e finanziario l’intero progetto coloniale di Israele”.

I punti chiave della proposta

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La proposta di legge chiede in sintesi:

·       di vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato (sia le merci prodotte interamente o parzialmente negli insediamenti, ovvero che lì hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione significativa; che qualsiasi servizio, derivante da attività svolte in tutto o in parte negli insediamenti);

·       che siano gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nel Territorio Palestinese Occupato, contrariamente a quanto avviene ora, prevedendo la possibilità di sequestrare e confiscare i beni in caso di false dichiarazioni.

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Una proposta per restare umani. 

Che trova un importante sviluppo anche al Parlamento europeo. Un gruppo di oltre 100 eurodeputati ha scritto una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per rivolgerle un “appello urgente per una proposta legislativa della Commissione per vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti illegali israeliani”. La missiva è stata promossa dall’eurodeputato irlandese di Renew Europa, Barry Andrews, e sottoscritta da esponenti per lo più di S&d, Left, Verdi e Renew e qualche popolare. “Le scriviamo in vista del Suo discorso sullo Stato dell’Unione europea e a seguito della Dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri sulla soluzione dei due Stati dell’8 settembre. La esortiamo a presentare finalmente una proposta legislativa per vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti illegali israeliani nei territori occupati”, scrivono i parlamentari.

“L’Unione Europea ha a lungo rivendicato un ruolo di leadership nella regione, come uno dei principali sostenitori della soluzione a due Stati. Eppure, sono il Regno Unito e il Canada, due dei nostri partner chiave, ad essersi impegnati ad agire a sostegno di questo obiettivo vietando il commercio con gli insediamenti”, si legge nella missiva. “L’urgenza di agire è solo aumentata da quando il governo israeliano ha pubblicato una gara d’appalto per l’insediamento E1 il 18 agosto, violando una linea rossa di lunga data dell’Ue In quanto custode dei trattati Ue, che richiede il rispetto del diritto internazionale nell’azione esterna dell’Ue, la Commissione deve proporre un regolamento appropriato senza ulteriori indugi”.

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“Il Servizio giuridico del Consiglio ha confermato che l’articolo 207 TFUE” quello che riguarda la politica commerciale e quindi permetterebbe il ricorso alla maggioranza qualificata e non all’unanimità, “può fungere da base giuridica per tale misura, una conclusione condivisa da oltre 100 giuristi e da decine di organizzazioni per i diritti umani e sindacati”, scrivono.

Tra i firmatari dell’appello c’è Annalisa Corrado, eurodeputata e responsabile ambiente del Pd, tra i parlamentari che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della prima Global Sumud Flotilla.  Gli insediamenti – sottolinea Corrado in una nota – “sono una violazione del diritto internazionale e un ostacolo gravissimo alla soluzione dei due Stati. L’Europa deve passare dalle dichiarazioni ai fatti e utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per fermare questa espansione, sostenuta, alimentata e promossa dal Governo genocida di Netanyahu e dall’esercito israeliano”.

“La base giuridica per agire esiste e, come sottolineato nella lettera, l’articolo 207 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea consente di intervenire attraverso la politica commerciale comune. Ora la Commissione agisca: il rispetto del diritto internazionale non può essere un principio a geometria variabile e non può più essere calpestato davanti ai nostri occhi senza ricevere una reazione adeguata”, conclude.

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Con la Palestina nel cuore. 

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