Libano, il processo per l'esplosione di Beirut riapre il nodo del confessionalismo e della crisi del sistema politico

Da giorni il Libano è in trepidazione per una novità giudiziaria che ormai sembra imminente: il rinvio a processo di molti “pezzi grossi” per l’esplosione del porto di Beirut, il 4 agosto 2020.

Libano, il processo per l'esplosione di Beirut riapre il nodo del confessionalismo e della crisi del sistema politico
L'esplosione di Beirut
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

18 Settembre 2026 - 20.11


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Da giorni il Libano è in trepidazione per una novità giudiziaria che ormai sembra imminente: il rinvio a processo di molti “pezzi grossi” per l’esplosione del porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Nelle ore trascorse fonti giudiziarie hanno fatto trapelare all’agenzia francese AFP che lo stesso ex Presidente della Repubblica figurerebbe tra le persone delle quali sarebbe stato richiesto il rinvio a giudizio. E’ solo uno dei tanti nomi possibili, a carico del quale si dice che si affermerebbe che era al corrente che quel carico incredibile di esplosivo era conservato in un silos del porto commerciale di Beirut senza prendere le iniziative necessarie né darne informativa all’Alto Consiglio di Difesa. Ma al di là dei singoli nomi, e dei singoli partiti, soprattutto Hezbollah, che controllava ufficiosamente e notoriamente il porto, questo processo dovrebbe riguardare un sistema che ha fallito: quello emerso dopo la guerra civile libanese. Ma cominciamo ricordando cosa accadde. 

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Tutto ebbe inizio con la rocambolesca circumnavigazione del Mediterraneo da parte di una nave moldava diretta in Mozambico: risultava di un armatore russo, ma si registrò l’improvviso fallimento della proprietà. Il bastimento trasportava  2750 tonnellate di un potentissimo esplosivo, il nitratato d’ammonio. Correva l’anno 2013. Come sia accaduto che quel carico sia finito proprio a Beirut e custodito dentro un silos del porto commerciale di Beirut non è del tutto noto. Anche perché vi rimase proprio a lungo, visto c he saltò in aria oltre sei anni dopo. Come mai? 

E’ noto che a quel tempo il porto e l’aeroporto erano ufficiosamente controllati dai khomeinisti di Hezbollah. E in quegli anni era in corso la guerra civile siriana, nella quale Hezbollah era il principale sostenitore del regime di Assad, che ha sempre avuto ottimi rapporti con Mosca, che infatti nel 2015 intervenne a suo sostegno. Una certa parte di quel carico è stata utilizzata per fabbricare i famigerati barili bomba con cui Assad si difendeva lanciandoli indiscriminatamente contro la popolazione civile? E’ un’ipotesi che è stata sollevata da alcuni in Libano. 

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Di certo nel primo pomeriggio del 4 agosto 2020 quelle numerosissime centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio per un qualche motivo non noto esplosero, creando un qualcosa che ha ricordato un fungo atomico. A caldo le autorità portuali parlarono di un innesco causato da una scintilla che aveva toccato fuochi d’artificio in transito lì vicino.  

Tutta l’inchiesta ha ruotato intorno al tema delle indispensabili complicità: conservare un simile carico per circa 6 anni in un porto commerciale non può accadere senza coperture. Il governo in carica si disse all’oscuro, molti rifiutarono di essere ascoltati dal giudice Bitar.  E da quando, nel 2016, era stato eletto Presidente della Repubblica Michel Aoun, la maggioranza ruotava intorno ad Hezbollah, il maggior indiziato, e il partito del Presidente Aoun, figura di spicco nel mondo maronita e loro alleato. Il primo ministro era, come da prassi, un musulmano sunnita, Diab. Ma il principale beneficiario, come è chiaro, era il movimento khomeinista, Hezbollah. 

Qui emerge un fattore evidente del sistema fallito: il bisogno di un arbitro esterno, che tenga insieme i vertici dello Stato coperti dal confessionalismo: un cristiano, un sunnita e uno sciita, dalla fine della guerra civile quest’ultimo è rappresentato sempre dallo stesso uomo, l’eterno alleato di Hezbollah, il Presidente del Parlamento Nabih Berri. Quell’arbitro esterno era la Siria, che in partnership con l’Iran controllava il Libano e determinava gli equilibri nelle principali comunità. E’ questo sistema che non più funzionare, il disastro del porto di Beirut è il suo ultimo prodotto. Il confessionalismo libanese ormai è una gabbia, che impone in sodalizio una casta. Davvero? Non è successo solo in epoca siriana, è accaduto anche con il mandato coloniale francese. Ma loro, i cristiani e i musulmani libanesi, riuscirono a mandare a gambe all’aria l’arbitrato francese, scegliendo l’indipendenza e lo Stato multiconfessionale. Poi con la guerra civile ci sono stati ovvi arretramenti.  

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Il sistema politico libanese ha bisogno di superare la forma che ha acquisito dalla guerra civile (1975-1990). Quella guerra contenne tante guerre; interna alle comunità,  tra cristiani e musulmani, contro Israele, contro la Siria.  Si imposero così partiti confessionali, affidati da allora tra i cristiani al notabilato di allora, al ferreo blocco sciita come emerso dopo la guerra intra-sciita con l’alleanza tra i referenti di Iran (Hezbollah) e Siria (Amal).  Il campo sunnita invece è oggi orfano della formazione  egemone che fu fondata da Rafiq Hariri e vaga alla ricerca  di una nuova leadership gradita ai sauditi. Morto Rafiq Hariri nel 2005, il governo è andato progressivamente verso il campo guidato da Hezbollah fino al 2024, una convergenza tra la maggioranza cristiana, al tempo guidata dal partito dell’ex generale Michel Aoun, e il blocco sciita, più qualche sunnita di complemento.  Ora il partito cristiano che fu di Michel Aoun è andato in crisi e i cristiani sono in larga parte nel blocco contrario a Hezbollah, ma sempre sotto il controllo del vecchio notabilato. Ma questo gioco di alleanze e di equilibri non aiuta il Libano a divenire uno Stato: il nuovo governo, svincolato da questi partiti, è stato una speranza di cambiamento. C’è un’evidenza emergenziale che conferma come questo sistema vada superato: gli ultimi capi di Stato sono stati stati tutti ex capi dell’esercito: Lahoud, Suleiman, Michel Aoun, Jospeh Aoun, tutti militari. Non bisogna cambiare? 

Nell’attuale sistema cosa potrebbero fare, per esempio, quegli sciiti che oggi dissentono apertamente da hezbollah? Ovviamente potrebbero costituire un partito, che avrebbe vita dura in una comunità presidiata da Hezbollah, che ha sistematicamente eliminato le coraggiose voci di dissenso, come quella del grande intellettuale sciita Lokman Slim. 

Diverso sarebbe il discorso se il Libano riscoprisse l’importanza di partiti interconfessionali, che ha avuto prima della guerra civile. Questi partiti interconfessionali potrebbero contenere anche loro, dandogli più voce. La grande conquista degli accordi di pace del 1990, la parità tra eletti cristiani e musulmani, non  dovrebbe essere messa necessariamente in discussione, potrebbe  facilmente essere conservata. Come impedire agli sciiti, come agli altri, di aderire a un partito interconfessionale esistente e riconosciuto in tutto il Paese? Le liste elettorali sarebbero fatte da questi nuovi soggetti, o quanto meno anche da loro. Un altro cambiamento essenziale è quello della legge che stabilisce dove si vota: non nella città dove si vive, ma in quella dalla quale la propria famiglia origina: ecco il richiamato ai notabili, ai clan.

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E perché poi si deve continuare a votare partiti nati nella guerra civile e con la guerra civile? Non è il caso di pensare a un nuovo sistema politico?  I sunniti, devono continuare ad aspettare un leader comunitario, o, visto che non c’è, non sarebbe meglio che entrassero in nuovi soggetti inter-confessionali? 

Non sarebbe preferibile, magari preservando la parità di eletti tra cristiani e musulmani, aver un partito socialista, uno liberale, uno conservatore e così via? La partecipazione attiva a questa vita politica non aiuterebbe i libanesi a sentirsi un popolo e non una sommatoria di comunità sempre pronte a non rispettarsi? 

Gli sciiti dissenti da Hezbollah e impegnati per la democrazia non dovrebbero per forza ritrovarsi nello stesso partito, perché sciiti non khomeinisti. Uno di loro potrebbe essere liberale, uno comunista ( questi per lunghi decenni non sono stati pochi tra gli sciiti). 

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Se questo monocameralismo di partiti interconfessionali apparisse troppo ardito, già la Costituzione vigente prevede la formazione di due Camere, una eletta su base confessionale e l’altra su liste partitiche aperte a tutti. E’ una disposizione costituzionale che la Siria degli Assad, potenza coloniale o neo-coloniale dopo il suo formale ritiro dal Libano nel 2005, non ha mai voluto che si attuasse per continuare a condizionare tutte le comunità, divise tra di loro e quindi qualche notabile pronto a piegarsi al volere di Damasco si trovava. Ma oggi la Siria degli Assad non c’è più. Bisogna solo cambiare referente o servirebbe un altro Libano?  

Oggi il Libano se vuole ritrovare la sua unità territoriale e costruire un esercito popolare capace di controllare tutto il territorio nazionale ha bisogno di una diversa rappresentatività politica e soprattutto che la sua esistenza politica sia comprovata da un riconoscimento di coesistenza e parità tra tutti i suoi cittadini. 

Il modello bicamerale, quello qui accennato con un Senato che dà tutte le garanzie possibili  alle Comunità e un Parlamento che riconosce tutti i diritti agli individui, offrirebbe un modello applicabile ad altri Paesi della regione. E’ un’idea, già presente nella Costituzione. 

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Ma forse serve un riferimento sociale al quale richiamarsi. Potrebbe esistere. I migliori storici di Beirut ci raccontano che la città emerse grazie a una petizione al Sultano, a metà ottocento, nella quale si chiedeva di fare di beirut una capitale provinciale dell’Impero. Erano notabili di tutte le grandi comunità, e la firmarono tutti insieme. Molti esponenti di queste famiglie sono stati costantemente eletti nel parlamento nazionale. Sono loro, gli eredi di queste famiglie di ogni fede presenti nel Paese i rappresentanti della spirito interconfessionale che potrebbe salvare il Paese, rifondandolo sulla base di questo spirito, che due secoli fece di Beirut una città araba, mediterranea, occidentalizzata? 

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