Da Moravia a Scurati: come comprendere le dinamiche dell’Italia fascista attraverso i romanzi
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Da Moravia a Scurati: come comprendere le dinamiche dell’Italia fascista attraverso i romanzi

Anche il secondo volume di Antonio Scurati, M. L'uomo della Provvidenza è stato accompagnato da un ampio successo di pubblico. Racconta degli anni 1925-1932, gli anni dell'apoteosi e dello stato poliziesco

Antonio Scurati
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13 Luglio 2021 - 22.23


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di Antonio Salvati

Anche il secondo volume di Antonio Scurati, M. L’uomo della Provvidenza, (Bompiani 2020 pp. 656, € 23), è stato accompagnato da un ampio successo di pubblico. Il primo, M. Il figlio del secolo, anch’esso edito da Bompiani e uscito nel 2019, ci racconta la storia dell’Italia tra il 1919 e il 1925, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento al terribile delitto Matteotti, la storia di un Paese che si consegna alla dittatura, o meglio ad un uomo che seppe rinascere molte volte dalle proprie ceneri. Se nel primo volume, Scurati racconta dettagliatamente la violenza e la forza rivoluzionaria del fascismo, in questo M2 (dal 1925 al 1932) narra gli inizi dell’apoteosi del fascismo, gli anni del regime, della dittatura, la tragedia di una nazione che sacrifica l’individuo sull’altare della Patria, attraverso uno Stato poliziesco che riduce la Storia a cronaca nera o rosa e con il miraggio di un Impero che sarà «collezione di deserti» ma seduce gli italiani e produce orrori. La sua narrazione ci aiuta a comprendere le psicologie, gli stati d’animo, gli opportunismi, gli entusiasmi con cui l’Italia, in ogni suo comparto, si consegnò al suo nuovo Demiurgo.

Seppur il suo racconto si distingue dalla necessaria freddezza analitica di un saggio storiografico, apprendiamo con chiarezza che Mussolini, fondando i Fasci di combattimento, «aveva intuito per primo che, nell’era delle masse si sarebbe affermata una passione politica più potente della speranza: la paura; e, aggrappandosi a quella, si era issato al potere». Aveva capito che se le piazze socialiste del Diciannovesimo secolo erano state animate dalla speranza, «quelle piccoloborghesi del Ventesimo sarebbero state sopraffatte dalla paura». I socialisti avevano manifestato le loro aspettative disattese, esprimendo una vigorosa richiesta affinché le loro speranze nel progresso, nel miglioramento delle condizioni di vita, nell’emancipazione dagli ostacoli o dalle catene che lo impedivano, venissero finalmente esaudite. I loro canti e proteste sprigionavano una fervente preghiera rivolta all’avvenire. Ma con il nuovo secolo la speranza sarebbe stata soppiantata dalla paura. E con essa «dalla delusione, lo sconforto, lo smarrimento, il senso di sconfitta, di esser stati traditi, di declassamento, fino all’astio, al rancore, alla rabbia vendicativa. A un tratto, in piazza non c’erano più solo uomini e donne che invocavano le trasformazioni storiche e politiche ma anche coloro che le temevano, a cominciare proprio da quella rivoluzione socialista in cui si era a lungo sperato». Pertanto, dopo la Grande guerra, milioni d’italiani avevano smesso di sperare nel mutamento e iniziato a sentirsene minacciati e – racconta Scurati – «il canto delle piazze si era strozzato in urlo. Un urlo che non supplicava più il futuro perché finalmente giungesse a riscattare il presente ma gli intimava di rimanere increato. Non più una preghiera ma uno scongiuro».

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Ci si potrebbe chiedere: dopo l’opera colossale di Renzo De Felice e la vastissima bibliografia sul periodo fascista era necessario un ulteriore libro su Mussolini. Questa domanda rinvia all’efficacia del mezzo narrativo per avvicinare il grande pubblico alla storia. Alcuni storici pensano che il romanzo comporti di per sé un rischio di semplificazione. In realtà, il romanzo è una delle forme più alte di restituzione della complessità del reale.

Oltre trent’anni fa feci la mia tesi di laurea con Renzo De Felice, ovviamente sul fascismo. Dovetti studiare buona parte della sua monumentale biografia su Mussolini, uscita nell’arco di 30 anni in 8 volumi per un totale di 7mila pagine. Nello stesso tempo, come molti della mia generazione, compresi le dinamiche dell’Italia fascista attraverso numerosi romanzi come Gli indifferenti (1929) di Alberto Moravia e Fontamara  (1933) di Ignazio Silone. Potremmo dire che la storia era la stessa, non però la prospettiva dalla quale esaminarla. Nel primo caso, quello della ricostruzione storica di Mussolini, avendo a che fare con la trattazione di episodi ben circostanziati, i conti tornavano sempre, ossia le vicende descritte erano ben supportate da un’ampia documentazione; nel secondo, quello dei romanzi, cioè quando si raccontava la vita di singoli individui, i conti suddetti tornavano di rado o mai. Nei due modi di raccontare la storia, l’efficacia chiamiamola cognitiva può essere simile ma l’empatia suscitata, il coinvolgimento della coscienza e della memoria del lettore, è molto diversa. Questo spiega anche il successo dei due recenti poderosi romanzi storici su Mussolini di Antonio Scurati. Evidentemente la questione non è se sia meglio privilegiare la storia generale o quello narrativa: le due prospettive sono e devono essere complementari, si integrano l’una con l’altra; la vera questione è cercare di avvicinarsi alla storia senza troppo applicarvi la logica del presente. La storia seriamente documentata riesce a precisare i fatti, più difficilmente riesce a ricostruire il clima generale che quei fatti determinarono, lo stato d’animo di chi, allora, li visse e li subì. Una cosa non bisognerebbe fare: guardare alla storia come a una serie di episodi che hanno poco a che vedere con la nostra vita. Quale che sia la prospettiva con la quale la storia viene raccontata insegnare storia dovrebbe servire a trasmettere il senso del mutamento ma anche della continuità, nel tempo. Secondo la citazione convenzionale di Croce, la storia è sempre storia contemporanea.

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La letteratura è una indispensabile risorsa di senso per l’umanità del nostro tempo. Anche per la narrazione storica, soprattutto quando è rivolta ai nostri studenti. E’ un grande telescopio puntato sulla vita, direbbe il cardinale José Tolentino De Mendonça, «uno strumento prodigioso di lettura dell’esperienza individuale e collettiva, storica e interiore, nella sua dimensione particolare come in quella universale».

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