Già il fascismo tentò di arruolare Dante, Petrarca e Leopardi: Sangiuliano come il Ventennio
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Già il fascismo tentò di arruolare Dante, Petrarca e Leopardi: Sangiuliano come il Ventennio

Durante il Ventennio fascista si diffuse la convinzione che l’Italia auspicata e profetizzata dai poeti e letterati del passato si era concretizzata con l’Italia fascista. Anche Foscolo e Vittorio Alfieri

Già il fascismo tentò di arruolare Dante, Petrarca e Leopardi: Sangiuliano come il Ventennio
Virgilio e Dante Alighieri
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

16 Gennaio 2023 - 23.10


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A rifletterci un po’, il grossolano tentativo del neoministro della cultura Gennaro Sangiuliano di considerare Dante Alighieri quale padre nobile dell’ideologia di destra assume anche un altro rilievo, oltre ad uno zerbinesco modo di ringraziare e ingraziarsi i potenti di turno che l’hanno gratificato con l’alto incarico concessogli. 

La volontà di appropriarsi di poeti del pantheon nazionale, estrapolare passi della loro opera, decontestualizzarli e reimmetterli nel dibattito pubblico col prisma deformante dell’attualità per scorgervi elementi di continuità non è certo cosa nuova: le ideologie nazionalistiche sono sempre ricorse a tali espedienti per affermare se stesse.

Queste appropriazioni indebite, che nulla hanno di scientifico, furono infatti una costante del regime mussoliniano. Durante il Ventennio si diffuse la convinzione che l’Italia auspicata e profetizzata dai poeti e letterati del passato si era concretizzata con l’Italia fascista, non dunque con quella liberale originata dal Risorgimento. Un’operazione filologicamente scorretta, storicamente incongruente, ideologicamente assurda, ma che andava incontro ad una formazione abborracciata che era alla costante ricerca di legittimazione, che intendeva in tal modo crearsi una prestigiosa genealogia, anche morale.

In questa operazione il fascismo giocò tutte le carte, manovrando e servendosi delle personalità che scelsero di aderirvi e di mettere i propri intelletti al suo servizio. Non furono pochi gli uomini di cultura che fecero questa scelta, e qualche esempio dimostrerà che l’uscita di Sangiuliano ha dei precedenti “illustri”.

Nel 1927, il futuro cancelliere dell’Accademia d’Italia nonché vice-segretario del Partito nazionale fascista, Arturo Marpicati, citò le parole di Ugo Foscolo: “Se verrà un dì l’Italia vera, io l’avrò giudice pia”, quindi dichiarò: “L’Italia d’oggi sarebbe bene stata ed è la sua: forte di belle armi proprie, unita, vittoriosa, lavoratrice e franca assertrice di idee e principi sullo Stato, sulla forza, sull’umanità, che sono stati anche i suoi, succo del suo profondo pensiero”. Tale fenomeno – l’appropriazione indebita di un poeta, della sua arte, del suo pensiero, della sua stessa lingua – era insito al fascismo. L’Italia vagheggiata dai grandi letterati del pantheon nazionale veniva identificata con l’Italia fascista, l’unica in grado di realizzare le aspirazioni nazionali sognate dal Risorgimento.

Nel decennio successivo, quando ormai il regime aveva sgominato ogni avversario interno, tale prassi si generalizzò, penetrando sino nelle sfere più alte della cultura del periodo. In una delle tante commemorazioni dell’epoca, presentando il nuovo Centro Nazionale di Studi Alfieriani di cui era direttore, il critico Carlo Calcaterra dichiarò con caratteristica retorica: “L’Italia ritrova oggi in sé Vittorio Alfieri”. Nel suo discorso, qui troppo lungo da riportare, Calcaterra non si limita a descrivere e recuperare il profetismo patriottico di Alfieri, a lui interessa lodare gli “alfieriani” del secolo passato e presente, coloro che a suo dire ne condividono e raccolgono lo spirito visionario: tra questi, ovviamente, l’ultimo e più illustre non poteva che essere Mussolini, la cui azione politica realizzava la virtù profetica che accomuna grandi uomini politici e grandi poeti: “Nei poeti” gli uomini politici “riconoscono i fratelli più vicini: perciò oggi il Duce dell’Italia nuova ama ritorni con noi e tra noi Vittorio Alfieri”.

Questi esempi, analizzati con ben altra profondità da Stéphanie Lanfranchi in un saggio invero interessante (“Verrà un dì l’Italia vera…”: poesia e profezia dell’Italia futura nel giudizio fascista”), non costituiscono solo delle testimonianze del consenso degli intellettuali al regime fascista e della loro partecipazione al culto del Duce, ma esprimono anche la progettualità di un regime che si appropriava di valori, aneliti, raggiungimenti artistici di una lunga tradizione nazionale, forzandoli in un’ideologia totalmente estranea a quei poeti così oscenamente usati per i propri fini propagandistici e politici.

Tornando a Dante e a Sangiuliano, si può citare un caso tipico, anch’esso riportato dalla Lanfranchi nel suo studio, relativo all’edizione della Divina Commedia pubblicata nel 1938, frutto dell’erudizione di un dantista di chiara fama, Giuseppe Vandelli, morto l’anno precedente. Il volume in sé, quanto a la documentazione storica e filologica, non rientra nella produzione propagandistica, ma è introdotto da una prefazione firmata da Francesco Sapori, accademico di storia dell’arte e autore di romanzi e novelle, convinto fautore della politica artistica del regime. Egli presenta la Divina Commedia come il “poema votivo di compiuta potenza, e lo stesso magico vaticinio della nuova Italia imperiale”, proponendo un parallelo tra la condizione solitaria e di esule dell’Alighieri e l’Italia fascista, autarchica ed assediata dalle altre nazioni. “In Dante, messo in bando dalle ingiustizie feroci, ravvisiamo,” scrive Sapori, “l’Italia fascista, avversata da cinquantadue nazioni. Come da quell’esilio nacque il più grande disegno poetico della storia umana, da questo assedio economico sorge il dominio più civile del mondo”. È questa un’operazione di duplice violenza: usa a propri fini Dante e il suo poema e cannibalizza il lavoro erudito di Vandelli, peraltro già morto e incapace di difesa.

Sempre sul povero Dante s’accanisce un’altra personalità di spicco della politica culturale fascista, Emilio Bodrero (senatore, rettore dell’Università di Padova e alto funzionario del Ministero dell’Educazione Nazionale), che sulle colonne della Nuova Antologia nel 1931 scrisse: “Solo oggi noi possiamo comprendere Dante Italiano e Imperiale, perché tale è il Fascismo di Benito Mussolini, Italiano e Imperiale; solo oggi possiamo riconoscere in Dante il profeta del nostro destino”. Un vero è proprio antenato di Sangiuliano, magari un tantino più colto.

In queste operazioni prive di rilievo scientifico anche Petrarca fu oggetto di forzature: molti interpreti vollero vedere nei suoi versi una definizione della vocazione imperiale dell’Italia, addirittura un profetico annuncio del successo della sua politica coloniale negli anni Trenta. In tal senso venne letto il poema epico Africa, che nel Ventennio godette di un inedito e irripetuto successo editoriale. Venne insomma presentato come opera di grande attualità, che annunciava, giustificandola, l’impresa etiopica italiana. Cosa che accadde anche con Leopardi, sulla cui figura “interpreti” fascisti proiettarono “tendenziosamente il loro vaticinio coloniale” (così Lanfranchi), oltretutto su un testo che a prima vista non si prestava a un tale abuso, essendo un componimento parodico, dall’umorismo dissacrante. Ma la cecità del censore, la grossolanità dell’uomo di regime è notoria, e dunque versi come questi vennero inclusi anche nei manuali scolastici: “Senton gli estrani ogni memoria un nulla / Esser a quella ond’è l’Italia erede; / Senton ogni lor patria esser fanciulla / Verso colei ch’ogni grandezza eccede; / E veggon ben che se strozzate in culla / Non fosser quante doti il ciel concede, / Se fosse Italia ancor per poco sciolta, / Regina torneria la terza volta”. 

La distanza ironica e satirica del testo fu ovviamente tralasciata dalla critica fascista, che volle considerarlo come una sorta di profezia che oltrepassa il pessimismo leopardiano. Essi sarebbero insomma un “presagio” non solo della gloria futura dell’Italia, ma del suo tornare “Regina,” ovvero del suo primato sulle altre nazioni. A tanto può arrivare la distorsione politica e mentale.

Insomma, il culto del Duce negli anni Trenta si avvaleva di una propaganda pervasiva, che operava a tutti i livelli della società italiana. L’appropriazione di figure letterarie di primo rilievo e il loro sfruttamento propagandistico aveva come primo scopo la ricerca di legittimazione, dunque un progetto culturale che rispondeva ad un preciso progetto politico, cioè tracciare una genealogia ideale, che s’identificasse nei “grandi” della tradizione italiana, visti come i precursori del pensiero fascista: si parla infatti di “precursorismo” per definire tale pratica.

Dunque, niente di nuovo nelle esternazioni del buon Sangiuliano, anche se un paio di conclusioni si possono trarre. La presa di distanza dal fascismo, dal tipo di Destra politica che esso ha incarnato, da parte dei vertici del partito di cui il ministro è espressione non appare davvero credibile se esso, ai fini di una legittimazione politica e culturale, ripropone operazioni di appropriazione ideologica di grandi poeti del passato, operazioni che di quel regime erano tipica espressione. In questa riproposizione d’intenti, poi, non può non notarsi una tragica differenza: l’assoluta carenza di intelletti dell’oggi rispetto a quelli che allora si prestarono per scelta o per costrizione all’osceno gioco.

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