Liceo Made in Italy: come subordinare il sapere alle imprese, ma in salsa post-fascista
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Liceo Made in Italy: come subordinare il sapere alle imprese, ma in salsa post-fascista

Il messaggio di Meloni e della sua allegra combriccola di improvvisatori seriali è animato dalle più smodate intenzioni propagandistiche, lasciando tuttavia trasparire che tra la Destra italiana e il XXI secolo ci sia un baratro abissale

Liceo Made in Italy: come subordinare il sapere alle imprese, ma in salsa post-fascista
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Antonio Rinaldis Modifica articolo

7 Aprile 2023 - 15.46


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In uno degli ultimi interventi pubblici in occasione del Vinitaly, tra un calice di prosecco ed un assaggio di prosciutto stagionato, la Premier Giorgia Meloni, ha riproposto l’idea di un Liceo del Made in Italy, che dovrebbe rafforzare il legame tra cultura, territorio e identità. 

Il tema non è nuovo. Era stato introdotto durante l’ultima campagna elettorale ed è diventato un disegno di legge depositato il 25 gennaio a nome della senatrice di Fdi Carmela Bucalo, che intende valorizzare le eccellenze italiane nel mercato globale. Un liceo del marketing, in buona sostanza, per formare una generazione di esperti di vendita del prodotto Italia. 

Poiché abbiamo deciso di prendere sul serio la proposta del Governo cominciamo a sgombrare il campo da un equivoco, che rischierebbe di azzerare i buoni propositi dei patrioti. Il giorno 23 dicembre dell’anno scorso, il deputato di Fdi Fabio Rampelli ha presentato una proposta di legge sull’obbligo di utilizzare la lingua italiana per la fruizione di beni e servizi pubblici. L’articolo 8   prevede che per la violazione degli obblighi di cui ai precedenti articoli si possa applicare una sanzione amministrativa che può variare da 5.000 euro a 100.000 euro. Non sfugge il fatto clamoroso che il nuovo nome del Liceo Made in Italy è una violazione palese della legge proposta da autorevoli membri dello stesso partito a difesa della lingua italiana, quindi, dopo essersi autodenunciato e dopo avere saldato la relativa ammenda, il Governo Meloni dovrebbe cambiare il nome al nuovo indirizzo per allinearsi alle disposizioni in materia di lingua ufficiale. Proponiamo, in sostituzione del Liceo del Made in Italy, Liceo del Fatto in Italia, che non suona benissimo, ma traduce fedelmente il termine inglese made, che in ottemperanza con le nuove regole non può essere utilizzato

Prendiamo ora in esame lo spirito della legge, perché il nuovo Liceo dovrebbe valorizzare il legame tra cultura, territorio e identità, con l’obiettivo di creare una nuova classe di giovani imprenditori che sappiano sfruttare le possibilità di business (altro termine straniero!), sfruttare nuovi mercati, esportare il marchio italiano. Insomma si tratta di acquisire gli strumenti per vendere il prodotto Italia in un mercato sempre più competitivo e globalizzato. Se queste sono le finalità del nuovo Liceo chi potrebbe ragionevolmente dubitare della genialità della proposta? Conoscere per vendere è però in linea con la missione educativa della Scuola come istituzione pubblica? Qualche anno fa, in uno dei primi governi guidati da Berlusconi il Ministro della Pubblica Istruzione che era Gelmini, aveva lanciato il mito delle tre I, che avrebbero dovuto cambiare la scuola italiana. Impresa, Informatica e Inglese sembravano gli asset (altra parola straniera!) sui quali costruire un sistema educativo moderno e competitivo. Successivamente ci ha pensato Renzi a introdurre l’alternanza scuola-lavoro, con lo scopo di raccordare il mondo chiuso e stantio della scuola al mondo efficiente e produttivo delle imprese. La tentazione di trasformare la Scuola in Impresa, evidentemente, continua a sollecitare i governi, al di là dei posizionamenti politici, ma il rischio è gravissimo: perdere il senso dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni, subordinare il sapere, la conoscenza alla logica del mercato, della compravendita, trasformando la cultura stessa in un prodotto. 

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C’è poi la questione dell’identità sulla quale la Destra costruisce da sempre la propria identità. Che cosa significa essere italiani? Se nell’800 i padri risorgimentali non erano d’accordo su quali tratti definissero l’italianità, due secoli dopo, la questione sembra quasi irrisolvibile, perché pensare di rispondere, facendo ricorso alla tradizione, secondo una visione neoromantica del concetto di Patria è puro anacronismo. Nel XXI secolo parlare di identità significa affrontare il tema della mescolanza etnica, dell’interreligiosità, dell’interculturalità, e l’unica strada sembra essere quella di un’identità per intersezione e non per esclusione. Tralasciamo inoltre, per ragioni di tempo, il fatto che l’identità a cui pensa la Destra italiana rischia di essere una trappola identitaria, che non coglie invece il carattere dinamico e storico delle culture e delle loro reciproche contaminazioni, che rischierebbe di trasformare l’immenso patrimonio artistico e culturale del Paese in una sterile accozzaglia di nostalgie passatiste.

Poiché il diavolo si coglie nei dettagli, il modello di scuola autarchica, che nelle premesse è soltanto accennato, nel momento in cui vengono indicate le varie materie di studio del Liceo Made in Italy, appare in tutta la sua evidenza. Nel piano di studi compaiono discipline improponibili come cultura straniera e viene reintrodotta la religione cattolica o attività alternative, insieme ad altre materie attinenti al marketing (ancora un termine straniero!). Che cosa intendono i promotori della Legge con l’espressione “cultura straniera” non è dato saperlo, forse tutte le culture non italiane? Difficile poterlo spiegare, ma sarebbe utile che qualcuno si sforzasse di farlo. In ogni caso la materia cultura straniera sarebbe un mostro didattico, del tutto ininsegnabile a causa del suo contenuto impossibile da definire. Inoltre lo spettro di un cattolicesimo unica religione ammessa nella Scuola appare inquietante, nonché fuori tempo massimo rispetto alla popolazione studentesca italiana, nella quale i cattolici praticanti rappresentano una minoranza sempre più esigua. A chi si vuole proporre questo revanchismo cattolico? Ai giovani italiani in cerca di un senso della vita, di fronte a un mondo insicuro e instabile, con un futuro precario da tutti i punti di vista?

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In conclusione si ha l’impressione che anche questa volta il messaggio di Meloni e della sua allegra combriccola di improvvisatori seriali sia animato dalle più smodate intenzioni propagandistiche, lasciando tuttavia trasparire una terribile verità, che tra la Destra italiana e il XXI secolo ci sia un baratro abissale di comprensione, perché la cultura di questo governo non ha mai varcato le colonne d’Ercole del ventennio fascista.  

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