Riflessioni sulla crisi contemporanea: dialogo, fraternità e sfide per l'umanità futura
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Riflessioni sulla crisi contemporanea: dialogo, fraternità e sfide per l'umanità futura

Dialogo post-secolare sul ruolo delle religioni e della politica in un'epoca caratterizzata da emergenze globali e polarizzazione politica.

Riflessioni sulla crisi contemporanea: dialogo, fraternità e sfide per l'umanità futura
Monsignor Vincenzo Paglia
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20 Aprile 2024 - 01.03


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di Antonio Salvati

Il nostro tempo è sempre più caratterizzato da una serie di emergenze e di shock: le guerre, la pandemia, il riscaldamento globale, l’inverno demografico europeo, i grandi flussi di migranti e rifugiati. All’orizzonte non vediamo leader e organizzazioni politiche dotate ed attrezzate per guidare l’opinione pubblica verso risposte adeguate, verso piani di azione di medio e lungo termine. Anzi, soprattutto in Italia, assistiamo all’accentuarsi della conflittualità e della polarizzazione dell’arena politica, solo per accaparrarsi pochi voti nell’immediato, assecondando richieste e interessi di corto respiro. Dovunque in Europa, occorrerebbe perseguire finalità, ideali, politiche e strategie per l’assistenza ai disperati in fuga dall’inferno delle guerre o dalla miseria, per la difesa della natura e per il rafforzamento della solidarietà europea nella gestione delle maggiori emergenze globali.

Urgono riflessioni e dialoghi. Ne sono consapevoli Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio e della Corte Costituzionale, e Vincenzo Paglia, arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che nello spirito “post-secolare” teorizzato da Jürgen Habermas, alla ricerca di un’alleanza tra fede e ragione laica, hanno dato luogo ad un prezioso dialogo insieme a Giancarlo Bosetti, direttore di Reset Dialogues on Civilizations, raccolto nel volume Il sogno di Cusano. Dialoghi post-secolari sulle religioni e la politica inaridita di oggi (Baldini & Castoldi, 2024, pagg. 224, € 19).

Papa Paolo VI nel 1964 non esitò ad affermare che «la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere», annunciando al mondo l’impegno che «questo aspetto della vita odierna della Chiesa sarà oggetto di speciale ed ampio studio da parte del Concilio ecumenico». Sappiamo quanto proprio a partire dal Concilio Vaticano II, non senza difficoltà, la pastorale della Chiesa cattolica e i pontefici, da Paolo VI a Francesco, hanno fatto propria la via del dialogo nella carità e nella verità. Il dialogo è uno degli atteggiamenti culturali, sociali e religiosi di capitale importanza per meglio favorire la conoscenza di pensieri e situazioni, per farsi conoscere e per dimostrare reciproco rispetto, sottolineando differenze e convergenze. Senza dialogo la verità è conosciuta solo in parte e da una parte. Per poter ritrovare ciò che ci unisce e ciò che ci separa è necessario conoscere. E il dialogo offre queste necessarie possibilità.

Di fronte a deficit di idee, di sapienza e di moralità, Amato e Paglia assumono seriamente la prospettiva “post-secolare” del filosofo tedesco Jurgen Habermas – discussa in un celebre confronto con il cardinale Ratzinger nel 2004 – secondo la quale lo stato liberale non è in grado da solo di riprodurre le premesse (morali) dalle quali è nato. Si avverte la necessità di aprire le porte del dibattito pubblico, a certe condizioni, alla religione. In altri termini, la politica democratica ha bisogno dell’aiuto dei religiosi. Habermas invita a verificare se questa politica disidratata idealmente non possa ricevere nutrimento, in assenza di altre fonti, dalla gente di fede, di ogni fede, e, soprattutto in Europa, dai cristiani. Nello stesso tempo il filosofo canadese Charles Taylor, cattolico, ha convintamente sostenuto l’idea che di fronte al fabbisogno di risorse morali per le cause globali che incombono, per la realizzazione di una solidarietà così vasta come quella richiesta dai problemi del mondo, ci sia ancora utile “l’opzione teistica”, vale a dire l’apporto di tanti credenti in un Dio personale, da unire in comuni difficili impegni con i non credenti. In altri termini, i due dialoganti si fanno portatori di una richiesta al mondo della fede, e in particolare in Italia ai cattolici, che tornino a far valere le loro ragioni di umanità e amore per il prossimo, le ragioni al centro del messaggio evangelico, come un benefico impulso di cui la società ha bisogno. Con alcune consapevolezze, o certezze, chiare. Con la a Chiesa di Bergoglio, quella delle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti, non occorre temere una riduzione delle prerogative dello Stato secolare. La chiesa di Bergoglio, inoltre, non è quella di qualche decennio fa che si trincerava nel suo orticello dei propri princìpi non negoziabili in tema di vita e di morte. E sulle questioni bioetiche, dove resteranno sempre diversità di vedute, tra laici e religiosi, si tratterà di avvicinarsi in uno spirito di aperta discussione rispettosa delle opinioni altrui, cercando tutte le possibili mediazioni. E su questo tanta strada è stata percorsa.

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Per tanto tempo – credenti e non – abbiamo coltivato speranze di coesistenza, di pace e di dialogo. Soprattutto dopo il 1989. Oggi, invece, del dialogo tra le culture, dell’impegno per un pacifico pluralismo nel mondo globalizzato, vediamo sempre più riaffermarsi un nazionalismo aggressivo che predica e alimenta intolleranza, rancori, guerre. Questo triste e preoccupante scenario non dipende forse dall’indebolimento delle organizzazioni collettive? Dei valori comuni, delle visioni comuni che legano le persone? Tutti elementi che consentono che quella parte di egoismo che è connaturata alla vita di qualunque individuo sia contemperata attraverso il bene di gruppi di appartenenza, gruppi che funzionano, osserva Bosetti, come “comunità di interpretazione”.

Anche le religioni possono essere strumento di lotta e di divisione. Lo insegna la storia. Ma questo accade – spiega Paglia – per difetto, non certo per eccesso di fede. Lo vediamo anche oggi per la guerra in Terra Santa. Papa Francesco, nell’incontro di Preghiera per la Pace, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, che si tenne a Roma nell’ottobre del 2022, tra l’altro, ricordò ai leader religiosi presenti: «La pace è nel cuore delle religioni, nelle loro Scritture e nel loro messaggio». Paglia osserva che la vicenda evangelica del buon del samaritano è il paradigma di ciò che i cristiani devono vivere e testimoniare a tutti: si potrebbe dire che nel Vangelo l’amore viene prima della fede. Non a caso, Benedetto XVI, nell’enciclica Deus caritas est, la prima parola che pronuncia per tutti i cattolici è «amore», non «fede». In altri termini, questa enciclica “imponeva” alla ragione il primato dell’amore. In tale prospettiva, osserva Paglia, il messaggio dell’enciclica «strabordava dai confini cristiani e invadeva la ratio: anch’essa ha nelle sue fibre l’amore. Si comprende meglio quel che il cardinale Martini diceva a proposito di Matteo 25: è il Vangelo dei «non credenti». Chiunque si ferma per aiutare i poveri, a qualsiasi fede appartenga, ha trovato la salvezza. Questa è la grande portata, non confessionale, del Cristianesimo». In questo senso, Amato afferma che nella società la religione «può concorrere a far sì che ci sia tessuto e non contrapposizione di brandelli, di sicuro davanti a temi cruciali come quello del clima e delle reazioni che debbono essere cooperative e comuni per la sopravvivenza del genere umano su questo pianeta. È la religione lo stimolo più forte a far capire che la famiglia umana è unica».

Papa Francesco ha osservato che quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento di epoca in cui – per Paglia – i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; impongono scelte «che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». La storia ci insegna che il male nella vita degli esseri umani può provocare forti scossoni, anche morali e anche di coscienza individuale e collettiva, che – ricorda Amato – poi «ne escono beni che prima non c’erano. Come un rimbalzo nella direzione opposta». Come accadde dopo la seconda guerra mondiale, dalla quale uscirono poi le Nazione Unite e l’Unione Europea. Nella situazione che abbiamo ora, qualcosa di simile può accadere. A condizione «però che le religioni sappiano far valere sé stesse contro chi le tradisce commettendo in loro nome orribili crimini». Questa tragica crisi mediorientale può diventare l’occasione per un rovesciamento della situazione, per cui un problema che è rimasto in sospeso per tanti decenni, quello della non realizzazione dei due Stati in Palestina, può trovare una soluzione. Cammino assai difficile, «ma è vero che questa crisi così profonda può spingere verso risultati prima impossibili».

Occorre riflettere sul fatto che, per la prima volta nella storia, abbiamo la capacità di distruggere l’umanità. E ce la abbiamo mentre siamo tutti interconnessi gli uni agli altri, individui e popoli. Negli ultimi decenni siamo passati dagli entusiasmi degli anni del dopoguerra all’odierno spaesamento. A questa crisi della società liquida si è aggiunta quella climatica. Al pericolo ambientale aggiungiamo il rischio di una tecnica che manipoli radicalmente l’umano con le tecnologie emergenti e convergenti.

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Dinanzi a questi scenari, di fronte al crollo delle ideologie, che cosa può tornare a essere motore della storia? Come trasformare delle buone intenzioni in una salda piattaforma capace di fare avanzare la piccola, ma importante dimensione del «noi»? Amato e Paglia non hanno dubbi. La fraternità, ossia «l’agire degli esseri umani, gli uni verso gli altri in uno spirito di fratellanza», secondo l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, a differenza della libertà e dell’uguaglianza, è tutt’al più una obbligazione morale. Nessuna legge dello Stato può imporla concretamente. Essa, sostiene Amato, «trascende dall’interno ogni costituzionalità e non smette di richiamarci il carattere altamente problematico della coesione sociale, continuamente messa alla prova e consegnata alla nostra arte del «vivere insieme”. È precisamente in questo contesto che si può ricostruire il «noi» della società. Solo un sentimento reale e quasi-fisico di fraternità può rendere possibile il superamento dei conflitti e dare accesso a una intesa e a una coesione, pur sempre fragile e provvisoria».

Serve superare una politica ridotta ai sondaggi, sostengono Amato e Paglia. Se chi è chiamato a governare una società si basa, per la scelta delle cose da fare, su ciò che gli suggeriscono i sondaggi, è la fine. E infatti – dice Amato – la politica che viviamo è più prossima alla fine che non al principio, perché ha questa caratteristica. Se il suo rapporto con la società è quello di leggere i sondaggi e di andare dietro ai sondaggi, in una fase nella quale abbiamo constatato che singoli e gruppi sono particolarmente attenti a sé stessi e non al resto, questo è un governo più dannoso che inutile, perché fa esattamente il contrario di ciò che la politica è chiamata a fare. La politica «dovrebbe dire ai propri cittadini che per il loro bene comune non necessariamente si deve fare quello che a ciascuno di loro in quel momento pare più utile o più comodo, ma si deve fare un’altra cosa. Il punto qual è? Che la politica ha perso la capacità di fare questo perché ha perso le sedi, le occasioni, le procedure del dialogo con i cittadini. Perché questo non lo si può fare comparendo in televisione o altrove e poi sparendo». Non funziona così. Funziona «attraverso un rapporto dialogico che la comunità politica, che è parte della comunità generale, instaura con i suoi cittadini. Ed è attraverso il dialogo che io riesco a convincerti che non è così come tu pensavi che s’ha da fare, ma in un altro modo. E quando ci lasciamo, tutti e due la pensiamo allo stesso modo».

È tutt’altro che facile e tuttavia è la grande sfida a cui siamo chiamati, che chiede a tutti noi di salvare l’umano per salvare la sopravvivenza dell’umanità; smettendo perciò di distruggere e disperdere risorse in nome di egoismi individuali o nazionali.

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