Il talento di Mr.Lombardi
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Il talento di Mr.Lombardi

L’attore toscano offre un’interpretazione indimenticabile in Ripley di Steven Zaillian

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Marco Spagnoli Modifica articolo

16 Maggio 2024 - 01.42


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Maurizio Lombardi ha compiuto cinquant’anni a novembre: un età importante per un attore e non solo. Sostanzialmente troppo tardi per montarsi la testa, ma – certamente – non troppo presto – per guardare ad un nuovo capitolo della sua carriera dopo tanti ruoli in film e serie diversissime tra loro tra Italia e Stati Uniti. Attualmente su Netflix con La storia di Gianna Nannini Sei nell’anima e in sala con il Vangelo secondo Maria con Benedetta Porcanoli e Alessandro Gassman, lo vedremo, forse a Venezia, in M – Il figlio del Secolo per la Regia di Joe Wright. 

Adesso, però, dopo il successo globale di Ripley di Steven Zaillian, premio Oscar per Schindler’s List e autore di The Night of, Maurizio Lombardi si è imposto all’attenzione internazionale per la sua interpretazione sobria ed elegante dell’ispettore Piero Ravini che – per chi ha visto la serie – insieme al gatto della “portiera” Margherita Buy è l’unico ad intuire il pericolo rappresentato dal protagonista Andrew Scott alias Tom Ripley.

Un riconoscimento globale di un grande talento? Lombardi spiega “Non so definire davvero il talento: la mia è solo davvero una grande passione, imbevuta del cinema dei grandi autori come Monicelli e di geni della recitazione che per me sono soprattutto i grandi attori come Volonté e Dustin Hoffman che usano il trasformismo per i loro personaggi. Amo cambiare e cercare di mettere qualcosa di inatteso nei ruoli che porto sullo schermo. Inoltre, un conto è incontrare il successo a vent’anni come può averlo fatto vissuto un Leonardo Dicaprio una cosa è viverlo oggi.” 

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E qual è la differenza principale?

Se tu, da giovane, hai la fortuna e l’occasione di incontrare il successo, ecco che hai davanti a te una strada spianata. Io, invece, ho dovuto impiegare tutte le doti e le arti e quello che riuscivo a carpire da altri per poter per poter essere giusto un po’ in tutti i ruoli che ho interpretato. Un attore, un working actor, come direbbero gli Americani paga le bollette lavorando. Il successo, se arriva, deve incontrare una situazione ‘sana’ dove il lavoro e non la vanità è al centro dell’impegno. Io posso dire che oggi ho voglia di fare una carriera ancora più importante di quella che sto facendo. Da giovane sono andato a Firenze a ‘bottega’ dal grande sceneggiatore Ugo Chiti e quindi so una cosa che quando mi diranno “bravo” e io li ascolterò  è quello il giorno in cui la mia carriera sarà finita. Non bisogna essere mai bravo perché non vuol dire nulla essere bravi. 

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E lei, quindi, non si sente ‘bravo’?

Io vorrei che il mio lavoro, la mia dedizione, la mia storia e la mia cultura in questo mestiere abbiano un riconoscimento, ma non per dire “eccomi ci sono”, bensì per potere raccontare altre storie, perché quello, sì proprio quello, è ciò  che mi interessa. Questo è il senso del successo: far parte di storie importanti che poi sono le storie grandi che rendono ‘bravi’ gli attori. 

Per una volta l’Italia e perfino la polizia italiana fa una bella ‘figura’ in una serie internazionale: di Italiani pasticcioni ne abbiamo visto pure troppi…

A me interessava creare un personaggio che basandosi sulla sceneggiatura di Zaillian mi permettesse di creare un ruolo che, poi, facesse lavorare l’immaginazione del pubblico un po’ come succedeva con il Tenente Colombo di Peter Falk. L’altra ispirazione era il personaggio del giudice Porfirj di Delitto e Castigo di Dostoekvsky 

Per me Ravini è un ispettore di polizia che usa l’anima “sana” italiana, che non solo è buffoncella. E’ un poliziotto molto forte da un certo punto di vista investigativo così potente e così “clever” che spaventa Ripley e non solo. Tutti quelli che incontra sono colti di sorpresa dalla sua personalità.

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Sono molti gli attori e le attrici italiani che stanno avendo successo negli USA…

E’ vero, ma per la creazione di uno Star System, la storia ci insegna, non basta il talento ci vuole un’industria che punti alla valorizzazione dei talenti. Gli attori hollywoodiani hanno dietro di loro una macchina produttiva che è fenomenale e che è in grado di smuovere una grande quantità di soldi tale da promuovere gli interpreti, i film e il sistema paese. Francia e Spagna in parte stanno già seguendo questa strada. 

Guardandosi indietro, cosa che a compiendo cinquant’anni può accadere, c’è un momento che ricorda come l’inizio del suo volere diventare un attore?

I miei miti sono attori che hanno sempre creduto in quello che facevano. Da ragazzetto, a scuola, ero quello che faceva ridere i compagni e imitava i professori: lì ho capito che avevo un potenziale. Così sono andato a scuola da Ugo Chiti e come quello che va a bottega da un pittore, ho imparato ad usare i miei colori. Da piccolino stavo a guardare film in continuazione e non sapevo perché… mi piaceva e basta. Poi ho capito che, forse, c’era “qualcosa” e così ho iniziato la mia gavetta….

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