Vite adolescenti sotto pressione: invidie e giochi di potere tra cheerleader trasformano la scuola in teatro oscuro
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Vite adolescenti sotto pressione: invidie e giochi di potere tra cheerleader trasformano la scuola in teatro oscuro

Prova a sfidarmi è a tutti gli effetti un noir e racconta una vicenda fosca che, non fosse per un fatto di sangue che si svolge al suo interno e che, considerato il genere, è inevitabile, potrebbe non mostrare spunti di intrigo.

Vite adolescenti sotto pressione: invidie e giochi di potere tra cheerleader trasformano la scuola in teatro oscuro
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26 Dicembre 2025 - 12.00


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di Rock Reynolds

Mai avrei pensato che un manipolo di vocianti ragazzine poco vestite in una palestra potesse incuriosirmi e, in effetti, dopo aver visitato a più riprese gli Stati Uniti e aver assistito a svariate esibizioni di squadre di cheerleader, il mio entusiasmo per questo tipo di spettacolo continua a rasentare lo zero.

Ecco, dunque, che accostarmi a un romanzo come Prova a sfidarmi (Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Noseda, pagg 268, euro 18), ultima fatica di Megan Abbott, non è stato semplicissimo. Ma, in qualche misura, ho sentito il dovere di farlo proprio perché ho conosciuto l’autrice molti anni fa e di lei mi ha sempre colpito la grande profondità di introspezione e un senso dell’ironia in linea con il romanzo classico hard boiled americano di cui sono convinto che sia stata una vorace lettrice.

Prova a sfidarmi è a tutti gli effetti un noir e racconta una vicenda fosca che, non fosse per un fatto di sangue che si svolge al suo interno e che, considerato il genere, è inevitabile, potrebbe non mostrare spunti di intrigo.

Addy e Beth sono due sedicenni, amiche del cuore nella fase dello sviluppo e in un contesto scolastico tipicamente americano, caratterizzato da una forte spinta competitiva: sono le colonne della squadra delle cheerleader della loro scuola superiore. In quanto tali, gestiscono dinamiche di potere quasi impensabili per noi europei. O forse no: in fondo, anche lo spogliatoio di uno sport di squadra a livello giovanile nel Vecchio Continente può essere una palestre relazionale, un trampolino attitudinale verso certi giochi di potere nella vita reale e adulta. Addy e Beth ne sono consapevoli: la prima in maniera più velata e la seconda con una sfacciataggine superiore.

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Essere cheerleader negli Stati Uniti significa avere gli occhi di un’intera comunità puntati addosso e, per lo più, concentrati su punti facilmente immaginabili di una muscolatura giovane e compatta. Significa pure lavorare duro per mantenere sode quelle zone del corpo e per mostrarle in ottime condizioni. Dunque, significa impossessarsi della mente dell’osservatore e renderlo servo delle proprie moine. Essere cheerleader significa essere fatte oggetto di invidia e, talvolta, di maldicenza. E significa pure godere di qualche piccolo privilegio e poter mettersi in mostra. L’americano medio sa che in genere le cheerleader più carine – quasi un ossimoro, considerato che per far parte della squadra l’avvenenza e la forma fisica sono un prerequisito – sono quelle che escono con gli atleti più muscolosi e belli delle squadre di basket e football della scuola. Insomma, coppie cheerleader-playmaker o cheerleader-quarterback sono all’ordine del giorno. È la vita quotidiana e nessuno ne fa un problema. Certo, qualche risentimento inevitabilmente serpeggia nei corridoi della scuola, soprattutto quando una cheerleader si mostra eccessivamente sfrontata nel fare sfoggio delle proprie conquiste o quando un bel giocatore di basket spezza un cuore di troppo, ma, in fondo, la scuola superiore è il teatro giusto in cui sperimentare giochi di potere e intrecci relazionali che nella vita degli adulti caratterizzano l’ordinario.

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Addy e Beth, da questo punto di vista, sono due ragazzine normalissime, come ce ne sono migliaia nella sonnacchiosa provincia degli Stati Uniti. Il loro non è esattamente spirito di squadra perché, più che al bene della collettività, guardano al loro tornaconto personale, all’immagine di se stesse che proiettano e, magari, al prossimo successo sentimentale che riusciranno a mietere. E dire che la loro pubescenza sta sbocciando. Ma i sorrisini maliziosi, i colpetti di gomito e le occhiate di adolescenziale lascivia dicono altro.

È in questo contesto che matura una vicenda torbida al cui centro finisce la nuova coach della squadra delle cheerleader, che stringe un rapporto privilegiato con Addy, suscitando la stizza e l’invidia di Beth. Naturalmente, ci sono uomini adulti di mezzo per i quali può non essere un problema posare lo sguardo su quelle che sono poco più che bambine. E, se ci scappa il morto, qualcuno dovrà pur pagare.

Megan Abbott è un’abilissima tessitrice di trame morbose, una maestra della suspense attraverso la costruzione di profili psicologici credibili. Autrice amata da grandi colleghi, a partire da Stephen King, ha il dono dell’analisi e sa mantenere la tensione in un crescendo che, pur in assenza di grandi colpi di scena e di capriole narrative, inchioda il lettore alle pagine.

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Non sarei mai potuto arrivare alla fine di un romanzo sul mondo delle cheerleader se non ci fossero state profondità e introspezione in abbondanza. Prova a sfidarmi è pure uno spaccato autentico, tutto sommato poco enfatizzato a scopo narrativo, del mondo adolescenziale degli Stati Uniti in cui una banale figurazione di una squadra di cheerleader diventa una cosa serissima, ambitissima, e può per giunta risultare alquanto pericolosa: non sono rari i casi di incidenti molto gravi in cui una ragazza incaricata di “volare” non sia stata presa al volo dalle compagne e sia caduta malamente in terra, con conseguenze serissime se non letali.

C’è pure nella disciplina ferrea che la coach impone sulle ragazze quel senso di irreggimentazione paramilitare che tanto ha a che fare con la pedagogia a stelle e strisce, dove tutto sa di competizione sfrenata, di marzialità spiccia. Anche gli slogan recitati a squarciagola dalle ragazze a noi europei non possono che far sorridere. “Fight, fight, win!” Combattere e prevalere. Quasi una filosofia di vita.

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