di Alessia de Antoniis
Augusto rifiuta il titolo di dittatore con un gesto accuratamente teatrale: si inginocchia, getta via la toga dalle spalle, si scopre il petto, trasforma il rifiuto in una scena pubblica. Non è un dettaglio di colore. È l’indizio di una regola politica: il potere può cambiare nome senza cambiare sostanza. La dittatura viene respinta come parola; l’assetto imperiale si consolida come pratica.
È da qui che parte Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto di Barbara Biscotti (Solferino, 2025). Biscotti è professoressa associata di Diritto romano e fondamenti del diritto europeo all’Università di Milano-Bicocca e da anni lavora sul rapporto tra potere, legalità ed eccezione. Ricostruisce la storia di una parola, dittatura, nata come rimedio d’emergenza repubblicano e diventata, nel tempo, il nome di una forma di potere senza ritorno. Il libro va dalla dittatura come incarico temporaneo alla torsione con Silla e Cesare, fino alla trasformazione augustea, quando il titolo viene rifiutato e il meccanismo sopravvive sotto altri nomi.
La tesi che attraversa il saggio è tanto semplice quanto destabilizzante: la dittatura non nasce come negazione della legalità, ma come sua estrema applicazione. Nella Roma repubblicana è un rimedio previsto dall’ordinamento, invocato quando la guerra o la discordia interna rendono inefficaci le procedure ordinarie. Un potere eccezionale, temporaneo, finalizzato a salvare la res publica. In questo assetto l’eccezione non si oppone alla legge: la spinge al limite.
Il punto che rende il libro attuale non è l’analogia facile tra Roma e il presente, ma la condizione che rende praticabile l’eccezione: «una mappatura della pericolosa disponibilità umana a sacrificare le libertà in nome del bisogno di sicurezza». Il saggio suggerisce che il terreno fertile dell’autoritarismo non è sempre la violenza improvvisa, ma la stanchezza democratica. Quando una società percepisce l’emergenza come permanente – economica, sociale, identitaria – cresce la disponibilità a delegare. Non per amore del comando, ma per sollievo dalla responsabilità. In questa prospettiva, la dittatura non è un corpo estraneo alla democrazia: è una sua possibilità interna, che si attiva quando la paura chiede soluzioni rapide e personalizzate.
Finché resta limitata, la dittatura funziona come strumento di contenimento. La legittimità dipende da due fattori: il carattere temporaneo e l’obbligo del ritorno all’ordine ordinario. Le figure esemplari, come Cincinnato e Furio Camillo, incarnano un’etica del ritorno: il potere assoluto è un compito oneroso, non un’identità; una volta risolta l’emergenza, il dittatore scompare. La forza serve a difendere l’ordine repubblicano, non a sostituirlo.
Il problema nasce quando l’eccezione perde il suo carattere provvisorio. Con Silla prima e Cesare poi, la dittatura smette di essere un rimedio e diventa una condizione. Il potere non viene più esercitato per la Repubblica, ma al posto della Repubblica. L’esercito non risponde allo Stato, ma al capo. La sospensione della legge, pensata per salvarla, si normalizza. È il naufragio dell’ordine repubblicano.
Augusto comprende perfettamente la lezione. Per questo rifiuta il titolo di dittatore: sa che la parola è diventata impronunciabile, ma che il meccanismo può sopravvivere sotto altre forme. Da esperto comunicatore, ha il talento di plasmare il mondo secondo la propria idea di esso. La sua mossa è soprattutto politica: restaurare formalmente la Repubblica mentre se ne detiene il controllo, diventa il modello di un’autorità che non si presenta come rottura, ma come continuità rassicurante. La forza non si impone: si fa accettare.
La domanda che attraversa il libro «Com’è potuto accadere?», torna «come un ritornello macabro» perché non riguarda soltanto Roma, ma un problema politico ricorrente: la trasformazione dell’eccezione in normalità.
Biscotti mostra come la dittatura, più che un evento storico concluso, sia un concetto che sopravvive alle proprie sconfitte formali: cambia nome, si adatta, riemerge. È una possibilità che si attiva quando il terreno storico rende plausibile lo scambio tra libertà e sicurezza. Da qui il monito finale: riconoscerne i segni.
I limiti dell’opera ci sono e li indica la stessa autrice: fonti antiche e distanti, ricostruzioni inevitabilmente stratificate; e una scelta per casi decisivi più che per inventario completo. Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto resta però un testo divulgativo e accessibile: parte dall’analisi storica, ma si legge anche fuori dagli ambienti universitari.
Il rischio è che, insistendo sulla ‘possibilità interna’ della dittatura, il libro finisca per naturalizzare ciò che invece è sempre il prodotto di scelte politiche precise, concrete, reversibili. Il punto non è la parola ‘dittatura’, ma riconoscere il momento in cui un rimedio d’emergenza smette di essere temporaneo e comincia a somigliare all’architettura del potere.