Altrimenti il carcere resta carcere: il teatro come resistenza
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Altrimenti il carcere resta carcere: il teatro come resistenza

La Compagnia Teatrale Petra porta danza e performance nella Casa Circondariale di Potenza. Un volume Bulzoni documenta un percorso decennale di lavoro oltre i limiti

Altrimenti il carcere resta carcere - di Rosato Ornella e Toppi Alessandro - Bulzoni Editore - recensione di Alessia de Antoniis
Altrimenti il carcere resta carcere - di Rosato Ornella e Toppi Alessandro - Bulzoni Editore
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

9 Gennaio 2026 - 23.22


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di Alessia de Antoniis

«Per due ore non riuscivo a fare nulla. Rientrato all’alloggio, mi sedevo sul letto e contemplavo il vuoto». Manfredi Perego, coreografo milanese, descrive così il dopo-laboratorio, quelle serate infinite successive ai tre giorni trascorsi nella Casa Circondariale di Potenza nell’ottobre 2022. «Mi sono sentito come da tempo non mi accadeva. Energia. Pura energia».

Cosa poteva aver generato un tale cortocircuito emotivo? Perego aveva condotto un workshop di danza contemporanea con un gruppo misto: detenuti della sezione maschile e studentesse del Liceo Coreutico “Pitagora” di Montalbano Jonico.

Ma questo non è un episodio “straordinario” messo in vetrina, una parentesi edificante buona per le foto: è un tassello di Teatro Oltre i Limiti (ToiL), progetto attivo dal 2016 nella Casa Circondariale “A. Santoro” di Potenza, realizzato dalla Compagnia Teatrale Petra, nata nel 2011 a Satriano di Lucania.

Un’esperienza che il volume Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i Limiti Compagnia teatrale Petra (Bulzoni, 2024) a cura di Ornella Rosato e Alessandro Toppi, non si limita a raccontare: la mette sotto analisi, alternando teoria, materiali e voci. Lo fa dando seguito alla domanda, che non è se il teatro “faccia bene” ai detenuti, ma che cosa diventa il teatro quando entra in un’istituzione costruita per riprodurre controllo, ruoli e stigma.

Lo fa narrando un cortocircuito che non è casuale, né puramente emotivo. Antonella Iallorenzi, direttrice artistica della Compagnia Teatrale Petra, lo descrive come l’effetto più concreto dei laboratori “misti”, avviati a partire dal 2019. «L’incontro tra detenuti, studenti e performer avviene attraverso il corpo, il movimento, il fare insieme», spiega. Non sul piano del racconto o della parola, ma in una pratica condivisa che costringe corpi provenienti da esperienze opposte a ricalibrarsi: da un lato corpi «controllati, irrigiditi, contratti» dall’istituzione carceraria; dall’altro corpi abituati all’esplorazione, alla ricerca, all’allenamento.

È qui che l’idea di “costruire ponti tra mondi separati” perde ogni retorica. «È un incontro alla pari, perché sul piano fisico nessuno parte davvero avvantaggiato: tutti devono esporsi, ascoltare, affidarsi agli altri». Quando questi mondi si incontrano, aggiunge Iallorenzi, «succede qualcosa di semplice e rivoluzionario: cadono le etichette». Il detenuto non è più solo detenuto, lo studente non è più esterno, l’artista diventa un compagno di ricerca. «Si crea una micro-comunità temporanea, fondata sulla fiducia, sull’ascolto e sulla collaborazione».

In quel tempo sospeso, reso possibile dalla pratica artistica condivisa, «il confine tra dentro e fuori diventa poroso» e il carcere smette, almeno provvisoriamente, di essere un luogo separato. «È lì che il ponte prende forma»: non come metafora consolatoria, ma come esperienza concreta che incrina, anche solo per qualche ora, la logica dell’istituzione totale.

Dare un nome a ciò che accade in quelle ore significa anche spostare lo sguardo: dal caso singolo al dispositivo. «Dire del carcere significa dire di noi», scrive Ornella Rosato, studiosa di teatro e pratiche performative: l’istituzione penitenziaria non è un altrove, ma «il confine interno della società», l’indice di come una democrazia tratta ciò che decide di rimuovere. Ecco perché Altrimenti il carcere resta carcere non è un libro “sul teatro in carcere” in senso consolatorio: è un libro che chiede al teatro di non essere alibi e alla società civile di smettere di guardare “attraverso”, senza mai guardare “dentro”.

La sua scelta più radicale è anche la più concreta: spostare il baricentro dal testo al corpo, dalla recita alla presenza. In un luogo dove il corpo è continuamente sorvegliato, contratto, ricondotto a procedura, Petra lavora su un’altra grammatica: quella di un’attenzione millimetrica, di un ritmo comune, di una disciplina che non coincide con la disciplina carceraria. Non è “ginnastica”, non è intrattenimento: è un contro-addestramento, un modo di rimettere in circolo percezione e relazione; e dunque possibilità. Lo dice, senza retorica, una delle voci detenute quando racconta la vergogna e lo stupore: «Uno come me a fare una cosa del genere?».

È anche qui che il volume mostra la sua intelligenza: non trasforma l’arte in premio né in ricetta. Nella prefazione, Guido Di Palma, Professore Ordinario di Discipline dello Spettacolo presso l’Università di Roma La Sapienza, taglia la testa al toro sull’efficacia trattamentale, riportando i dati sulla recidiva: 70% in media, 19% per chi lavora, 6% per chi partecipa a laboratori teatrali.

In un reportage del 7 gennaio 2025, il Guardian raccontava la riconversione di alcune ex carceri-panopticon olandesi in hub culturali e spazi creativi: non una favola edificante, ma l’effetto visibile di scelte politiche precise. A renderla praticabile è anche un dato strutturale: nei Paesi Bassi la popolazione detenuta è diminuita di oltre il 40% in circa vent’anni, grazie anche a politiche penali che hanno smesso di usare il carcere come risposta automatica.

Nel nostro Paese il quadro è drammaticamente opposto: sovraffollamento record (oltre 63.000 detenuti per una capienza di 51.000 posti), condizioni di detenzione spesso indegne, un bilancio di decine di suicidi ogni anno.

Questo contrasto – carceri che si svuotano altrove mentre qui i muri si stringono – illumina la posta in gioco anche per progetti come Teatro Oltre i Limiti: non basta “umanizzare” la pena se il sistema che la produce resta intatto.

Il punto, quindi, non è vendere il teatro come terapia. Il punto è la forma di umanità che si riesce a sottrarre, anche temporaneamente, alla macchina dell’etichetta e dello stigma; e la qualità professionale del lavoro, che impedisce di archiviare tutto come “buona azione”.

Per questo la scena che resta non è un proclama, ma un gesto minimo. Antonella Iallorenzi racconta Alessandro che «retrocede, si volta, allunga la mano verso la parete, la tocca con l’indice e vi disegna una finestra».

È un’immagine che contiene il libro intero: non l’evasione, non la redenzione, ma una fenditura. Il teatro come possibilità di metamorfosi. Non perché cancelli il reato o la pena, ma perché impedisce che la pena coincida con l’annientamento della vita interiore. Alessandro disegna una finestra sul muro. Non la apre, non ci passa attraverso: la disegna. E in un luogo costruito per cancellare ogni altrove, questo è già resistenza.

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