Gli artisti contro la Berlinale: silenzio su Gaza e censura verso chi sostiene i diritti dei palestinesi
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Gli artisti contro la Berlinale: silenzio su Gaza e censura verso chi sostiene i diritti dei palestinesi

Tra i firmatari figurano attori e registi di primo piano come Tilda Swinton, Javier Bardem e il regista Mike Leigh, insieme a numerosi altri professionisti del settore che chiedono alle istituzioni cinematografiche di assumere una posizione chiara in difesa dei diritti umani.

Gli artisti contro la Berlinale: silenzio su Gaza e censura verso chi sostiene i diritti dei palestinesi
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18 Febbraio 2026 - 11.28


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Oltre ottanta tra partecipanti ed ex partecipanti alla Berlinale hanno firmato una lettera aperta che denuncia il silenzio dell’istituzione cinematografica sul conflitto in corso a Gaza e la presunta censura nei confronti di artisti che sostengono i diritti del popolo palestinese. L’appello rappresenta un segnale significativo di come una parte crescente della comunità culturale internazionale consideri il cinema inseparabile dalle questioni etiche e politiche del presente.

Tra i firmatari figurano attori e registi di primo piano come Tilda Swinton, Javier Bardem e il regista Mike Leigh, insieme a numerosi altri professionisti del settore che chiedono alle istituzioni cinematografiche di assumere una posizione chiara in difesa dei diritti umani. Nella lettera, i firmatari affermano di aspettarsi che il mondo del cinema rifiuti ogni forma di complicità nella violenza contro i palestinesi e difenda la libertà di espressione degli artisti.

L’iniziativa arriva dopo le dichiarazioni del presidente della giuria 2026, Wim Wenders, che durante la conferenza stampa di apertura aveva sostenuto che il cinema non dovrebbe entrare direttamente nella politica, definendolo “il contrappeso della politica”. Parole che hanno suscitato un ampio dibattito sul ruolo dell’arte nei momenti di crisi globale e sulla responsabilità culturale delle grandi manifestazioni internazionali.

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Anche la direttrice del festival, Tricia Tuttle, era intervenuta sottolineando che non si può pretendere che gli artisti commentino ogni controversia politica. Tuttavia, la lettera aperta ribalta questa posizione, sostenendo che cinema e politica non possano essere separati quando sono in gioco diritti fondamentali e vite umane.

Secondo i firmatari, il silenzio istituzionale rischia di diventare una forma di legittimazione dello status quo. Citando il Palestine Film Institute, la lettera esprime “sgomento” per la mancanza di una presa di posizione ufficiale del festival e invita la Berlinale a riconoscere esplicitamente il diritto dei palestinesi alla vita, alla dignità e alla libertà, oltre a difendere il diritto degli artisti di esprimersi senza restrizioni.

Nel testo si sottolinea anche come una parte crescente dell’industria cinematografica globale stia cambiando atteggiamento, con migliaia di lavoratori del settore che rifiutano collaborazioni con istituzioni ritenute complici di violazioni dei diritti umani. In questa prospettiva, il cinema viene rivendicato non solo come spazio creativo, ma come luogo di coscienza collettiva e solidarietà internazionale.

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La lettera si conclude con un appello affinché la Berlinale, come altre istituzioni culturali in passato rispetto a crisi internazionali, assuma una posizione chiara contro i crimini di guerra e a favore della responsabilità internazionale, ribadendo che la difesa dei diritti umani non può essere considerata una scelta politica tra le tante, ma un dovere morale condiviso.

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