A Sanremo i colori dell'Ucraina sono spenti
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A Sanremo i colori dell'Ucraina sono spenti

Mentre si accendevano di giallo blu la Torre Eiffel e il Colosseo, silenzio sul palco del Festival. Accenni a questioni sociali da parte di Sayf, Dargen D'Amico, Bambole di Pezza. Proteste fuori del teatro contro alcuni sponsor da attivisti di Extinction Rebellio,

A Sanremo i colori dell'Ucraina sono spenti
Gianna Pratesi con Carlo Conti con alle spalle la grafica sbagliat per "Repubblica"
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25 Febbraio 2026 - 14.07 Culture


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di Lapo Vinattieri

Il settantaseiesimo Festiva di Sanremo è iniziato nel giorno in cui la Torre Eiffel e il Colosseo si accendevano di giallo blu per ricordare il quarto anniversario della guerra russo-ucraina e tutti i leader della UE erano in Piazza Maidan a Kiev a rendere omaggio al popolo ucraino. Silenzio assoluto su quello che era il palcoscenico italiano che sapeva aprirsi al mondo e che ieri si è chiuso su sé stesso fermando lo sguardo su troppe superficialità di casa nostra. Non una parola sulle guerre che uccidono poco oltre i nostri orizzonti, nessun riferimento alle sofferenze di uomini donne e bambini che Sanremo ha scelto di non ricordare.

E allora andiamo alla ricerca di spunti sociopolitici che emergono sul palco dell’Ariston (e non solo). “Botte da orbi stasera a Sanremo contro TeleMeloni”. Così inizia il reel di Raffaele Giuliani (@raffagiulians) che riassume la prima serata del Festival. Oltre a parlare dei concorrenti, il content creator si sofferma soprattutto su due degli ospiti: Gianna Pratesi e Tiziano Ferro. La prima dice nel momento massimo di share che la sua famiglia, che votò per la Repubblica nel referendum del 1946, sta a sinistra. Il cantante, invece, “a causa del nostro bigotto-conservatorismo […] non può vivere in Italia” poiché i suoi figli, adottati con il suo ex compagno, non gli verrebbero riconosciuti.

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Qualcosa c’è, forse poco, in alcuni testi che hanno passato il vaglio di una selezione abbastanza monocorde che ha premiato tanta “musica leggera” che ricorda il passato e che ha, in qualche modo, portato all’indietro anche gli outfit degli interpreti. Un esempio? Le Bambole di Pezza, la prima band tutta al femminile della storia del Festival, più che per la loro esibizione, arrivata sul calare della prima serata, si sono distinte per un intervento nella conferenza stampa che ha anticipato il loro debutto nella kermesse: “dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna”, ha affermato un inviato, aggiungendo che “in casa comandano sempre le donne”. A questo punto le Bambole di Pezza, nascondendo la frustrazione sotto un sorriso tirato, hanno preso la parola dicendo di non volere potere in casa, “ma ovunque”.

I testi dei cantanti erano già noti, ma sentire le loro parole squarciare il silenzio che intercorre tra il lancio fatto da Carlo Conti, Laura Pausini o Can Yaman e la loro esibizione fa tutt’altro effetto. Già, perché a quelle parole le persone attribuiscono una faccia, una prova canora, lasciando che queste arrivino dirette alle loro menti e orecchie. Andiamo con ordine: Sayf si esibisce per terzo con “Tu mi piaci tanto”, un brano dal testo provocatorio e diretto in linea con quelli che Ghali aveva portato nelle sue esperienze sanremesi. Una critica ad un Paese che lo ha accolto, essendo lui di origine tunisina, ma che mostra la sua unità nazionale solo durante le partite di calcio, per cui nessuno imbraccerebbe le armi per il Bel Paese. Sayf cita addirittura Berlusconi: “l’Italia è il Paese che amo”, nonostante tutte le sue contraddizioni.

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È poi il turno di Dargen D’Amico e “Ai Ai”. Il cantautore ha da sempre sfruttato il palco dell’Ariston per schierarsi sui fatti di cronaca, e anche quest’anno non si è esentato dal mandare una stoccata al governo Meloni: verso la fine del brano, infatti, Dargen parla di “cercare fortuna in Albania” in riferimento alla sfortunata vicenda dei campi profughi in Albania istituiti dal nostro governo. Ancora più schierato è stato Ermal Meta con la sua “Stella stellina”, definita da Sky come “una filastrocca che parla di Gaza e di bambini che non ci sono più”, e sono gli stessi nomi di questi bambini ad essere ricamati sull’abito del cantante durante la sua esibizione.

In realtà, il Festival non vive solo dentro all’Ariston, ma anche fuori. Appena davanti all’ingresso principale del teatro, gli attivisti di Extinction Rebellion hanno esposto degli striscioni e dei banner che recitavano “Sanremo mi piaci tanto, ma non con questi sponsor fossili”, riprendendo la canzone del già citato Sayf e prendendo di mira Eni e Costa Crociere. La protesta è però durata pochi secondi, dal momento che gli attivisti sono stati fermati rapidamente dalla sicurezza, che per la prima volta negli ultimi anni è dovuta intervenire effettivamente per evitare ulteriori disturbi al proseguo del Festival.

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Non ci resta che attendere la seconda serata.

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