Per sempre: Alessandro Bandini attraversa Testori
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Per sempre: Alessandro Bandini attraversa Testori

Al Teatro Torlonia Alessandro Bandini dà corpo alle lettere inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas e ai versi de I Trionfi, in un assolo che trasforma l’archivio in partitura

Alessandro Bandini - Per sempre ©LAC Lugano Arte e Cultura - Foto Masiar Pasquali
Alessandro Bandini - Per sempre ©LAC Lugano Arte e Cultura - Foto Masiar Pasquali
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

2 Marzo 2026 - 14.28


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di Alessia de Antoniis

Fermo, quasi inchiodato alle tavole del Teatro Torlonia, Alessandro Bandini occupa la scena con un paradosso: i piedi restano, la lingua corre. Il monologo è un dialogo con l’amato assente; sullo schermo alle sue spalle scorrono le date delle lettere: non semplice supporto, ma una nervatura che torna a pulsare.

Non è teatro-documento, né recital. Per sempre nasce da lettere e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas (oltre 2000), da versi de I Trionfi e da dediche private. Un archivio che entra nel presente come materia calda, mentre l’assenza di Alain diventa una presenza che riempie la sala. A forza di ascoltare, lo spettatore diventa egli stesso destinatario, Alain, per delega emotiva.

Bandini firma così una drammaturgia originale che non ricostruisce una biografia, ma tenta l’incarnazione di una lingua privata nel qui-e-ora della scena.

Le lettere, letteralmente liberate dalla ceralacca, non vengono lette: vengono rimesse al mondo. E se affiora una canzone lontana, come Il cielo in una stanzadi Paoli canticchiata da Bandini, l’anacronismo non stona: non sta ricostruendo un’epoca, sta aprendo una stanza mentale. Mentre Parigi, complice l’architettura del Torlonia, sembra affacciarsi senza bisogno di scenografie didascaliche.

Il cuore del lavoro è linguistico e fisico. La lingua testoriana – barocca, reiterata, accumulativa – non è ornamento: è necessità. Testori non descrive: invoca. Ripete per trattenere, satura lo spazio di immagini come se l’insistenza potesse fermare la perdita. “Ma le parole di queste lettere non sono che un’ombra del mio desiderio”. È il metatesto dello spettacolo: la scrittura è insufficiente, ma inevitabile.

Bandini trasforma questa urgenza in partitura. La voce cambia continuamente assetto: ansiosa, ansimante, gioiosa, titubante, ironica, poi improvvisamente lenta e solenne; con una precisione da spartito: più che interpretare emozioni, orchestra variazioni. È un “amore ingordo di se stesso“; un pianoforte che dialoga con l’orchestra. Non nostalgia, ma commozione. E soprattutto è un lavoro fisico spietato: urla, si sbraccia, si inginocchia, salta sulle ginocchia; e tuttavia resta a lungo inchiodato: l’energia scenica che nasce dall’immobilità. È un dispositivo crudele: l’amato non c’è, e proprio per questo domina.

Dentro questa furia affiora una figura decisiva: Testori come uomo-ragazzo, un adulto che regredisce alla nudità dell’amore. Il costume (giacca e cravatta su pantaloncini corti) non è colore: è drammaturgia. A trentasei anni, l’età in cui “l’amore mi ha strappato per la prima volta”, l’autore diventa un ragazzino beneducato e disperato, un uomo-bambino che sussurra la solitudine e insieme reclama. E qui Bandini non spiega Testori: lo espone.

E poi, quasi impercettibilmente, lo spettacolo cambia temperatura. Nel passaggio dalle lettere alla materia più alta e iconica dei Trionfi, i piedi iniziano a muoversi in micro-passi all’indietro: il corpo si fa statua, si irrigidisce, come se entrasse in una forma più fredda. La luce si abbassa, Bandini sembra dissolversi nell’ombra; quando torna verso il boccascena riemerge da una luce fredda, e la voce cambia statuto: dal dire al declamare, dalla declamazione al grido. Al culmine la richiesta esplode come invocazione: “Grida con me… grida con me, amore!”.

Non è un effetto: è la drammaturgia di un amore che pretende di esistere “Per Sempre” perché sa di poter sparire.

In mano resta una lettera spiegazzata datata 8 settembre 1960, come se l’archivio, dopo l’ascesa della poesia, tornasse oggetto, carne, prova tangibile. La voce, dopo i Trionfi, rientra a una dimensione più umana e intima: più sensuale, più erotica. La lingua, che poco prima era diventata icona, torna ferita.

Il programma di sala indica con lucidità il senso dell’operazione: non “storia”, ma ferita; non biografia, ma tentativo di salvare l’amato dall’oblio trasformandolo in linguaggio, facendo della letteratura una battaglia contro la morte. Bandini sceglie di non addomesticare questa ferita: la porta in primo piano, la mette a contatto con la sala. Non interpreta Testori: lo attraversa. Diventa il varco attraverso cui la lingua testoriana passa con la sua miscela inconfondibile di eros e sacro, pittura e carne.

Alessandro Bandini si impone così sia come attore che come drammaturgo sulla nuova scena teatrale: perché riesce a far accadere la parola senza museificarla. L’archivio, da lui liberato, torna corpo. E lo spettatore esce con un’impressione netta: non ha “capito una storia”, ha assistito a una lingua che si è fatta presenza e che, facendosi presenza, ha preteso tutto.

Crediti: Per sempre (Teatro Torlonia, 19–22 febbraio 2026). Ideazione/drammaturgia/creazione e interpretazione Alessandro Bandini; dramaturg Ugo Fiore; sguardo esterno Alessandro Sciarroni; coaching Tindaro Granata; disegno luci Elena Vastano; produzione LAC Lugano Arte e Cultura

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