Dalle coste lettoni ai droni iraniani, la poesia di Agostinelli denuda gli strumenti della cronaca
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Dalle coste lettoni ai droni iraniani, la poesia di Agostinelli denuda gli strumenti della cronaca

Se alcune raccolte in versi nascono dall’appartenenza a un luogo, altre scaturiscono dall’incertezza di uno sguardo e dalla sua inclinazione.

Dalle coste lettoni ai droni iraniani, la poesia di Agostinelli denuda gli strumenti della cronaca
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16 Marzo 2026 - 23.57


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di Matteo Bianchi

Baltico (Pequod, 2025) di Alessandro Agostinelli appartiene alla seconda categoria: attraversando la Lettonia e Ventspils con il fiume Venta che scivola verso il mare, il poeta mette alla prova il suo modo di abitare il presente già dalla prima immagine, già una dichiarazione di poetica: lo specchio del bagno, spostato improvvisamente, svela al soggetto il carattere posticcio del proprio risveglio abituale. «Un sorriso architettato per lo specchio» non trova più il solito volto ad attenderlo, rivelandosi l’allegoria che denuda l’identità occidentale, oramai abituata a recitare la parte. Da questo scarto minimo, da un riflesso obliquo comincia un’esplorazione metricamente serrata per esporre l’io contemporaneo al suo bagaglio di contraddizioni e verificarne la coscienza storica.

Aggettivi di un cammino immobile

dove ormai si interpreta a soggetto:

sei una copia dall’identità incoerente

estetica passiva di uno specchio mosso

piantato in un bagno senza finestra

a quasi duemila chilometri da casa.

La questione identitaria 

Agostinelli dialoga implicitamente con le Anime baltiche (Iperborea, 2010) di Jan Brokken, il quale tra Lettonia, Lituania ed Estonia ha inseguito le tracce di un manipolo di intellettuali, da Rothko a Romain Gary, per ricomporre i trascorsi culturali di una landa segnata da invasioni e migrazioni. Secondo Brokken, nei paesi baltici la violenza della storia è stata contrastata dalla capacità creatrice e riparatrice dell’arte. Nella prefazione Goldkorn sottolinea la funzione quasi diagnostica del poema, mostrando quanto una memoria stratificata – tra Curlandia, Samogizia e «la sua rivoluzione cantata» – sia l’ossatura della responsabilità civile e non banale folklore. L’io lirico si scopre ospite in un territorio che ha conosciuto occupazioni, deportazioni e rivolte; e quella memoria gli impone una postura meno indulgente verso ogni sorta di semplificazione massmediatica. Tuttavia il suo sguardo è diverso: se Brokken ricostruisce biografie e si espande in genealogie del pensiero, Agostinelli dà voce a un io lirico che si confronta con l’instabilità del proprio tempo e che finisce per coincidere con un fatidico “tu” dialogico, movente e destinatario di una relazione imprescindibile con l’altro da sé. 

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Conflitti giustificati

Il viaggio in Lettonia avviene mentre l’Europa è scossa dall’ombra della guerra in Ucraina e dal sentore di una nuova tensione sovranazionale. 

questa violenza attuale almeno sia

una guerra per una rabbia vera

di difesa, e non per la mondanità

offensiva degli ospiti di Gatsby.

e se non questo allora che sia pace

questo vai cercando e qui è vicina.

Il poeta, inoltre, chiama in causa la veduta più pragmatica di Oliver Moody, che considera il Baltico (Marsilio, 2025) uno dei nuovi fulcri della geopolitica europea, una regione anticipatrice, pertanto centrale nella contesa tra Russia e Occidente, e nella ridefinizione degli equilibri strategici del continente. Quella che a lungo è stata sminuita a costa periferica, bagnata appena dalla risacca del secolo breve, si è confermato uno spazio di tensione in cui si scontrano modelli di potere antitetici. Ed è precisamente questa condizione a connotare il poema: la luce estiva del Nord, la stessa che taglia orizzontale le tele di Rothko privando la vista individuale della sua verità limitata, convive con l’eco dei droni sopra i centri abitati, con la ferocia di ogni propaganda strumentale e i contraccolpi dei carri armati tra i condomini ucraini, con le paure più profonde che hanno paralizzato i cittadini dell’Europa orientale. 

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La frontiera del presente

Nel poema la guerra giunge “nel sogno” – con il frastuono del camion della spazzatura e il tremolio delle pareti che interrompe il sonno – con un lessico dell’anticipazione che traduce in versi l’estrema precarietà esistenziale di chi abita a ridosso del fronte: vivere consapevoli che la stabilità sia revocabile da un momento all’altro. E l’efficacia dei versi si riscontra proprio appena lascia che l’inquietudine si incarni in immagini marginali quanto costernate, poiché è dentro la normalità che si avverte la frizione tra la pace apparente e una tensione secolare: «invece qui i biscotti sono a peso / li puoi mescolare a piacimento / come una vera democrazia». Il poeta registra il paesaggio percorrendo strade silenziose e piste ciclabili deserte, entrando nelle corsie al neon dei supermercati, salendo sugli autobus incerti, mentre riflette sulle fratture ideologiche che condizionano il ripetersi del quotidiano. Il suo approccio conserva l’attenzione ai dettagli e alle situazioni concrete propria del reporter, rendendolo però materiale poetico e, di conseguenza, fragile. È il significato stesso della poesia a emergere da legami fragili, nel senso di involontari: i ricordi del soggetto e la sua percezione del reale si intrecciano sotto forma di immagini quasi casualmente, per cui anche la logica narrativa del poema è costretta a venire meno per cristallizzarsi in frammenti discontinui, ma tenuti insieme da una «linea interiore e trasparente». 

Poesia è presidio

Resta la nostalgia, che al lettore potrebbe apparire regressiva, come fosse un tentativo di dissociarsi, di fuggire. «Come deve essere stata bella / la vita che non abbiamo vissuto»: superficialmente, il poeta sembra indulgere in una rêverie immaginifica, invece si sta opponendo alla brutalità del presente. D’altronde, la speranza finale è la risposta etica a una realtà che piega il passato a mero mezzo di coercizione, perciò «la vita delle donne sarà sacra», dovrà esserlo per giusta compensazione. Menzionato da Tiziano Scarpa quale penna in grado di sondare obiettivamente il suo tempo con un sarcasmo caustico, Agostinelli è tra gli autori che sviscerano la funzione testimoniale del portato poetico, così Fabrizio Lombardo sull’eredità irrisolta degli anni di piombo ne La linea spezzata (Donzelli, 2026), e Federico Italiano sulla “monsterizzazione” della società con Godzilla (Guarda, 2026), ma entrambi senza rinunciare alle radici metriche tradizionali. Sul piano formale, Agostinelli privilegia un verso prosastico, inciso da imprevisti scarti lirici. La musicalità è un fondamento dichiarato, eppure non sempre l’equilibrio regge: alcune sezioni risultano sovraccariche di riferimenti, altre più persuasive nella loro sobrietà. E comunque la coerenza del progetto rimane evidente, poiché il poeta non è interessato a posture eleganti, ma cerca l’attrito.

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niente sopportano le masse

di ragionevole buon senso nuovo,

afflitti da ignoranza e da superbia

procedono schierandosi altezzosi:

viva la Russia, viva Palestina

epurata da chi ci vive accanto.

è proprio l’Iran che fornisce soldi

a chi i tunnel scava a nascondiglio,

stato di pasdaran che lapida le donne,

violenti ancora, stuprano a morte

il loro dio mesta nel giusto?

sono coperti da quanto imposto.

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