L’incoscienza di Pinuccio Badalà
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L’incoscienza di Pinuccio Badalà

Nel nuovo romanzo dello scrittore catanese Vladimir Di Prima torna il personaggio sospeso tra dramma e comicità che ci racconta a fondo il nostro tempo

L’incoscienza di Pinuccio Badalà
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

28 Marzo 2026 - 22.45


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Avevamo lasciato Pinuccio Badalà, l’esilarante personaggio creato dalla fantasia dello scrittore catanese Vladimir Di Prima con il romanzo Il buio delle tre, alle prese con l’irrisolto problema di una vita: guadagnare dalla comunità letteraria unanime riconoscimento di grande romanziere, trovare un editore di prestigio che ne pubblicasse e diffondesse l’opera. Detta così suona riduttivo; in realtà, in questo riuscito personaggio si rifrangono temi e problemi della nostra contemporaneità, balenii di storia nazionale e cultura isolana. Riecco Pinuccio in un nuovo romanzo, L’incoscienza di Badalà, pubblicato da Arkadia (pp. 192, € 16 a stampa), casa editrice attenta alle novità e pronta a dare spazio ad autori di talento. E il talento a Di Prima non difetta, questa nuova fatica distilla ciò che di buono ha dimostrato con le precedenti quattro opere narrative, tra cui la citata, anche selezionata per il Premio Strega.

L’incoscienza di Badalà si apre in preclaro tono manzoniano, con la suggestiva descrizione di un punto panoramico affacciato sul mare della Trinacria, a Monacella, borgo rurale etneo dove Pinuccio attende il compiersi del suo destino, tra speranzose puntate in Continente a caccia di contatti con agenti letterari e riscontri con risibili editor di case editrici nordiche, piccanti quanto comiche avventure erotiche, girovagare picareschi con compagni originali quanto lui, frutto della tradizione narrativa siciliana, di cui l’autore è notevole progenie. C’è dunque il Manzoni, quello dell’incipit dei Promessi sposi, nell’apertura densa di luce e di vita contrapposte al buio e alla morte, ad affermare, in classica dicotomica simbologia, le coordinate del racconto. Nello spettacolare «stiddazzu» – il testo accoglie termini dialettali, anche forgiati alla bisogna, in modalità camilleriana – troviamo Pinuccio bambino, il quale proietta sulle acque la sua «fantasia perdutamente malata», mescolata «ai racconti illustrati di un vecchio libro di mitologia per ragazzini» che gli fanno scorgere nella nebbiogena lontananza l’Ellade e il suo pantheon divino, «un mondo magico pieno di eroi e di stravaganti creature». L’accesa immaginazione sarà la forza trainante della sua vita futura, consacrata alla scrittura, ma presto la realtà irrompe nei panni di un contadino e di una maestra: la Grecia, da lì, non si può vedere, è troppo lontana. Lontana come il sogno ad occhi aperti che caratterizza tutta l’età adulta di Badalà, il suo sentirsi artista, e in quanto tale un reietto, un esiliato in patria, zimbello di una società materialista dove regna l’ignoranza, l’indifferenza, l’apatia. Del resto, «detto francamente: cosa poteva mai saperne la gente – la gente che fa la gente, che rimane gente per tutta la vita – delle angosce di uno scrittore?». Pinuccio «non ha dimenticato l’arte spontanea della gioia» e la faglia tra il desiderio e la dura realtà è il nucleo romanzesco, su cui s’innestano appunto i temi della contemporaneità, le urla sanguinanti della storia.

Ritroviamo il personaggio ormai ben oltre i quarant’anni, in un mondo ancor più astruso e incattivito, ostinato perdente che non si arrende, non trova redenzione, s’illude per amor dell’illusione, con le ossessioni e le idiosincrasie, i tentati agganci con inafferrabili agenti letterari dai nomi pirandelliani – lo scrittore agrigentino è avvertibile anche nelle descrizioni di taglio espressionistico che intessono il testo, nel finale metanarrativo –, come il «genovese fiero e permaloso» Tito Barba, affiancato da «tre collaboratrici nevrotiche», Micaela, Maura e Gilda, sorta di parche a guardia di quel Sacro Graal che è il successo letterario, satira dell’editoria italiana, specchio dell’idiozia sociale e dell’incultura del nostro tempo; torna un’Italia liminare dimenticata dal “progresso” (o spacciato per tale), il simbolico disallineamento con la realtà e con la storia, poiché Pinuccio pare confinato in una bolla temporale che della modernità accoglie solo gli scarti e le perniciose abitudini; e ancora, la costruzione fraseologica per eccesso, una lingua che un tempo si diceva barocca, densa di ricami e richiami colti, funzionale al racconto, alla lambiccata individualità del protagonista e del mondo in cui si muove, quella Sicilia impastata di vecchio e di nuovo che è essa stessa personaggio; torna il lessico che mescola registri – il lirico al triviale, il farsesco al realismo –, l’umorismo screziato d’ironia, quello di certi testi di Sciascia e di Brancati, le cui prose risuonano vigorose, a testimoniare che forse la Sicilia, letterariamente parlando, rimane all’avanguardia in un panorama nazionale alquanto stracco.

Soprattutto ritorna la Storia, nello specifico gli anni della pandemia, sfondo non puramente scenografico ma concreto incubo personale e collettivo. Le bare di Bergamo viste con orrore da Badalà nei telegiornali contrappuntano le sue miserie esistenziali: e qui l’autore compie una scelta rischiosa, mettendo in dialogo una tragedia collettiva con un’ossessione privata, financo grottesca. È scelta calcolata, e questo dà la dimensione dello scrittore: la pandemia non nobilita Pinuccio, ma ne amplifica paure, angosce, inquietudini, ne dilata la cocciutaggine, gli fa subliminalmente comprendere – e fa comprendere al lettore – che il mondo si è sgretolato per ragioni ben più enormi di quelle che lo assillano. Qui interviene forse il maggior scarto con l’altro romanzo: il tema centrale – il sistema editoriale italiano come macchina di umiliazione e compromesso, specchio di una realtà moralmente degradata – è affrontato con accorciata distanza ironica, con minore divertita empatia. Il talento comico dell’autore è sempre evidente, ma il comico si tinge di scuro, simboli e metafore si aprono a risvolti violenti. Qualcosa è mutato nella rappresentazione di questo eroe dei nostri tempi (rimando cinefilo calzante, considerata la conoscenza in materia dell’autore, anche regista), tale proprio per l’incoscienza evocata nel titolo, che, con l’ostinato abbarbicarsi ai valori in cui crede, diviene una forma di resistenza orgogliosa alle avversità, ad una espressione di vita che è una non-vita, un finto vivere che è pura sterilità emotiva, morte dello spirito e del significato più alto dell’essere umano.

In questo nuovo capitolo lo scontro dell’idealismo con il reale dunque s’incrudelisce, com’è evidente in una scena nodale, l’aggressione immotivata, di «inaudita ferocia», subita dal protagonista in un Internet point da due puzzolenti «energumeni pelati di centodieci chili ciascuno» che hanno tatuata «una madonna verdastra al collo e la forma sbilenca di una lacrima sull’osso dello zigomo»: brutalmente scalciato, con le dita delle mani calpestate, Pinuccio è costretto «a mettersi a quattro piedi e a leccare con la lingua i cocci di vetro». Le umiliazioni simboliche patite sono divenute violenze fisiche con il quale il corpo sociale punisce un “reietto” che non si adegua, non si rassegna alla povertà spirituale del mondo, non si conforma allo status quo, che anzi si ostina ad affermare se stesso quale scrittore. Se, metaforicamente, il sistema editoriale lo aveva picchiato e umiliato con l’indifferenza, con i rifiuti reiterati, ora la metafora s’incarna sulla sua pelle, e il lettore intuisce che la patina comica che rivestiva le sue gesta picaresche celava una minaccia concreta, una violenza che prima o poi doveva esplodere, così com’era esplosa la bomba della stazione di Bologna che gli aveva portato via il padre.

Questo secondo capitolo propone inoltre una novità strutturale: nella seconda parte la storia si tinge di giallo, un alone di misterio che risucchia Badalà sul Continente, nella lontana Milano. Un cambio di registro, alla consueta satira affilata s’aggiungeno pathos e sorpresa. La metropoli del nord, un altrove tanto simbolico quanto reale rispetto al mondo provinciale del Nostro, è descritta con l’occhio vigile, sorpreso e disincantato, dell’isolano, costretto a vivere avventure anche pericolose che gli riservano l’ennesima amara sorpresa, confermandone, malgrado l’apertura alla vita e l’invitta volontà di riscatto, la dolente solitudine, comica e drammatica a un tempo, che lo rendono il personaggio letterariamente riuscito qual è.

Ci si chiedeva, durante la lettura, come l’autore avrebbe terminato questo suo distico, come avrebbe lasciato un personaggio che pare assillarlo, animarne l’inventiva ma anche cannibalizzarla, come conferire insomma un senso chiuso ad una vicenda che ci racconta molto del nostro mondo. Lo ha fatto con un coup de théâtre, dando ancor più intima coerenza alla propria invenzione, in una sintesi metanarrativa che, di nuovo, richiama il geniale insegnamento dell’arte pirandelliana. Al lettore la gustosa scoperta.

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