di Maria Antonietta Coccanari
Regista di spessore e maestria (David di Donatello 2021 come esordiente per “Piccolo corpo”), Laura Samani firma questo bel film. E’ tratto dal romanzo di formazione (1929) di Giani Stuparich che ambientava i fatti nel 1909 quando a Trieste la scuola pubblica venne aperta anche alle donne. Nel film Trieste resta, mai oleografica, salite alla collina e il mare giù, e in pianura “La trappola” che è un luogo simbolo “dal nome drammatico” che può essere in ogni dove, come i corridoi e le aule scolastiche e le vie frastornate dalle maschere del carnevale.
L’azione nel film si sposta al 2007, nel “cambiamento epocale” quando “il confine tra Italia e Slovenia non esiste più”. Ma solo con cenni al clima di frontiera. Piuttosto lo sguardo indaga senza sconti sul senso meraviglioso e inquieto dell’adolescenza universale, e la musica amplifica l’attesa del dopo, di tanto in tanto come di un avanzare verso quella dimensione tragica che sottilmente non è fatta di eventi ma del travaglio della crescita, della curiosità, dei timori.
Giovanissimi attori per la prima volta sugli schermi (Premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia a Giacomo Covi per la migliore interpretazione maschile) per raccontare l’esperienza di alcuni studenti di un Istituto Tecnico. Arriva una ragazza dalla Svezia, senza madre e con il solido padre che è venuto a fare il (bonario) tagliatore di teste di un’azienda che sta licenziando a gogò. È l’unica ragazza in una classe maschile. Intelligente sensibile energica cordiale solare libera, è presto capace di trasformare le ovvie prime difficoltà, l’isolamento, il dileggio e qualche battuta da “inizio di un film porno”, in un adattamento creativo.
Ciò che nasce con tre ragazzi in particolare, l’amicizia, l’amore, le competizioni, si struttura in un racconto tanto forte quanto delicato. Gli incontri nella evocativa ex tipografia dismessa sono come l’esplorazione di un regno, o meglio di un tempo nuovo. L’adolescenza è trattata con tutta l’intensità e l’attenzione che le si deve. È la fase della costruzione dell’identità, dei disquilibri, del riso e del sorriso, delle bevute, degli scherzi, dei segreti, del dolore, e i caratteri di ciascuno trovano le loro matrici, anche sorprendenti, senza mai intonazioni banali.
Divertimento e lutti, tante cose verso gli esami di quest’ultimo anno di scuola superiore, e verso le scelte che lei intuisce per tutti. La fine di un ciclo è la perdita e insieme è l’inizio di nuovi cammini, è il nodo indimenticabile quando tante cose sono accadute e i destini stanno già in conto, progettati e/o imprevedibili. La scuola e la vita dunque stanno insegnando a tutti e quattro a perdere, riferito a “oggetti, parti del corpo, lasciar perdere, lasciare andare”, per accedere a nuovi possessi. E stanno insegnando le “verità assolute e relative”.
Notare l’elegante penetrante finale.
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