Paolo Calabresi e tutti gli uomini che non è

Nicolas Cage, John Turturro, un cardinale, il presidente del CIO e Marilyn Manson entrano al teatro Ambra Jovinelli di Roma dal 6 al 17 maggio

Paolo Calabresi - Tutti gli uomini che non sono - teatro Ambra Jovinelli - recensione di Alessia de Antoniis
Paolo Calabresi - Tutti gli uomini che non sono - teatro Ambra Jovinelli
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

10 Maggio 2026 - 13.09


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di Alessia de Antoniis

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È il 9 gennaio del 2000. Paolo Calabresi è seduto in salotto e noi con lui. Potrebbe essere una serata normale a casa sua. Mentre racconta di quando voleva solo vedere la Roma. Ma i biglietti erano finiti. E allora che fai? Non ti spacci per Nicolas Cage?

In Tutti gli uomini che non sono, in scena all’Ambra Jovinelli di Roma dal 6 al 17 maggio, scritto e diretto da Paolo Calabresi, tratto dal suo libro omonimo e interpretato con Carolina Di Domenico, il teatro corre alla velocità dell’assurdo. Nicolas Cage a San Siro, il principe di Monaco allo Stadio Olimpico, John Turturro ai David di Donatello, il presidente del CIO accanto a Massimo Moratti, il cardinale honduregno al concerto di Gigi D’Alessio, Marilyn Manson al galà della pubblicità, un capo africano dal sindaco di Roma. Ogni storia sembra impossibile fino a quando arriva quella dopo, che la rende quasi ragionevole. E poi, come se non bastasse: Paolo Genovese. Sembra il racconto di un “cazzaro” romano. Invece è tutto vero, filmato, documentato. 

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Si ride all’Ambra Jovinelli. Si ride per il dettaglio tecnico, per il gusto artigianale dell’impostura, per la precisione con cui Calabresi costruisce ogni identità: il nome falso, l’accento, il trucco, l’intermediario inventato, la telefonata giusta alla persona giusta. Persino i nomi sono piccole confessioni lasciate in piena vista: Fabiano Laj, che in inglese suona come lie, bugia; Jeremy Chitman: cheat man, uomo-truffa. Calabresi non nasconde soltanto il falso: lo firma. Ma il mondo, quando vuole credere, non legge nemmeno ciò che ha davanti.

La coincidenza, ieri sera, aveva un’ironia quasi perfetta: mentre a Cinecittà andavano in scena i David di Donatello, all’Ambra Jovinelli Calabresi raccontava di quando ai David voleva andarci da John Turturro. E quasi ci riuscì. Quasi. Nei titoli di coda di quella serata, racconta, apparve il nome dell’attore americano: «Ero io!». Quando la copertura salta, la sua battuta è già teatro nel teatro: «Io non sono John Turturro, ma neanche voi siete la notte degli Oscar». Una frase che non assolve il falso, ma smaschera il rito. Lui mente, certo. Ma anche il sistema che lo accoglie sta recitando una parte: quella dell’importanza, della mondanità, dell’autorevolezza, del controllo.

Calabresi è esilarante, ha il tempo comico di chi sa esattamente quando accelerare, quando sospendere, quando guardare il pubblico e lasciargli mezzo secondo prima di catapultarlo nella gag successiva. Nomina il 12, quello dei numeri telefonici, quando dall’altra parte ti rispondeva un essere umano, e il teatro ride prima ancora che la storia esploda. Totti che lo vede per la prima volta nello spogliatoio e dalla seconda capisce — Ma ce so cascati pure stavolta? — ma non lo smaschera, anzi regge il gioco, fino a Madrid: Ma lo voi paga er biglietto na vorta? Moratti che, smascherato il falso presidente del CIO, lo chiama per complimentarsi della farsa ed esclama: Finalmente abbiamo un grande presidente. Il mondo, quando vuole credere, è disposto a tutto. Anche a recitare la propria parte per non rovinare la scena.

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L’inganno non funziona perché il mondo è ingenuo: funziona perché è vanitoso. Chi apre le porte non vede l’uomo che ha davanti: vede il nome, il titolo, la divisa, il simbolo. Vede ciò che desidera poter raccontare il giorno dopo. La maschera non copre solo chi la indossa: rivela chi la guarda. Il riferimento alla grande tradizione italiana dell’equivoco viene naturale – Totò, Sordi, la finta nobiltà – ma Calabresi sposta tutto in un’altra zona. Non è solo satira del servilismo, né pura truffa comica. C’è qualcosa sotto la farsa che la farsa non riesce a coprire.

Prima di tutto ci sono le morti. I genitori, andati via l’1 e l’11 settembre a distanza di dieci giorni: papà, un signore, ti aveva anticipato per andarti ad aprire la porta. Giorgio Strehler, il maestro che gli aveva insegnato che il teatro è un gioco serio come lo sono i bambini quando giocano. Dopo quelle perdite, la vita continua, ma lui non c’è più del tutto. Allora recitare non basta. Bisogna portare la recita fuori dal teatro. 

Carolina Di Domenico non è “la moglie” come funzione narrativa. È la misura umana del disordine e, a tratti, la sua unica testimone lucida. È lo sguardo di chi vede il gioco diventare isolamento, il travestimento non finire più quando si rientra a casa. Colei che vede il marito svegliarsi alle quattro di notte e parlare da solo in salotto, in abito grigio, con la voce del presidente del CIO, convocando un’assemblea straordinaria del Comitato Olimpico. Poi alzarsi e uscire. Come se niente fosse. Il giorno dopo, Paolo non ricorda nulla. 

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Bravissima nel ruolo, la Di Domenico porta in scena la cucina, i figli, la notte, il salotto, la paura concreta. E alla fine, il biglietto appiccicato sullo schermo del computer con un pezzo di scotch: Paolo, quando tornerai non mi troverai. Non troverai i bambini. Ogni volta che la platea si abbandona alla risata, lei ricorda che qualcuno, a casa, sta contando i danni.

E poi la Carrà. Calabresi è tra il pubblico in studio, truccato da cieco che ha riacquistato la vista dopo ventidue anni, con un complice, una storia costruita pezzo per pezzo, un’autrice del programma convinta di aver incontrato davvero il signor Mario. Raffaella Carrà scende in platea. Per qualche decimo di secondo i loro sguardi si incrociano. Tutto funziona, ma…

Poi il figlio Arturo: lo intercetta allo specchio mentre si strucca, mentre sta tornando da un altro uomo a sé stesso. Ti ricordi quando hai fatto lo scherzo di Nicolas Cage? Prima, quando facevi queste cose, ridevamo. Adesso non più.

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E allora la solitudine dell’impostore appare illuminata da un occhio di bue. Calabresi è circondato da presidenti, calciatori, uffici stampa, televisioni, fotografi, autisti, assistenti. Ma non può essere visto. Se lo applaudono, applaudono un fantasma. Se gli credono, credono al nome che ha rubato. Se lo accolgono, accolgono l’altro. L’impostore è al centro della scena e, proprio per questo, completamente solo.

Tutti gli uomini che non sono funziona perché non prova a scegliere tra risata e tristezza, euforia e lutto, commedia e panico, teatro e vita reale. Le tiene insieme. Con concentrazione, velocità e la speranza che nessuno smetta di credere abbastanza a lungo da fare domande. Non racconta soltanto un attore che si traveste da altri uomini. Racconta gli altri uomini che accettano di vedere ciò che desiderano vedere. Racconta un Paese pronto a inchinarsi davanti a un nome. E racconta un uomo che, per non scomparire, prova a diventare tutti gli uomini che non è. Scoprendo, ogni volta, che la maschera può aprire qualunque porta. Tranne quella da cui si torna davvero a casa.

Tutti gli uomini che non sono – Ambra Jovinelli, Roma – Dal 6 al 17 maggio 2026 – Con Paolo Calabresi e Carolina Di Domenico – Scritto e diretto da Paolo Calabresi – Tratto dal libro omonimo – Produzione Nuovo Teatro di Marco Balsamo

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