Il destino di Herman Melville, tra i maggiori scrittori americani, è condiviso da numerose figure dell’arte e della cultura: pressoché sconosciuto in vita, l’importanza e la qualità della sua opera cominciarono a essere riconosciute dopo un cinquantennio dalla morte, grosso modo un secolo fa. Da quel momento vi è stata una prodigiosa proliferazione di studi sull’uomo e sulla sua produzione letteraria, che ne hanno fatto una figura centrale della letteratura mondiale.
L’americanistica italiana ha dato un contributo solido alla ricerca melvilliana, da Cesare Pavese ed Eugenio Montale (primo traduttore di Billy Budd) a Gabriele Baldini, Agostino Lombardo, Ruggero Bianchi (curatore di Tutte le opere narrative per Mursia, 1986-1992), Giorgio Mariani, Giuseppe Nori, Anna Scacchi, Luca Briasco e altri. In questa prestigiosa tradizione si inserisce un nuovo studio, L’arte della fiducia. Herman Melville, letteratura e post-verità (Mimesis, pp. 337, € 28) di Paolo Simonetti, docente di lingue e letterature angloamericane all’Università La Sapienza di Roma. Il volume rientra nel progetto «The Global Rise of Post-Truth» del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, e origina dunque da un vasto cantiere di ricerca interdisciplinare su quel fenomeno che siamo soliti etichettare come post-verità, assunta dall’autore quale griglia attraverso cui rileggere il corpus melvilliano, focalizzandosi su un’opera tradizionalmente periferica nel canone, The Confidence-Man: His Masquerade (1857), l’ultimo romanzo pubblicato da Melville prima di dedicarsi quasi esclusivamente alla poesia.
Il libro è costruito sulla tesi dichiarata nell’introduzione: The Confidence-Man costituirebbe «il perno della produzione melvilliana – cerniera tra due fasi della sua carriera e autentico centro gravitazionale del suo percorso artistico e intellettuale». Più che romanzo di transizione, è un «testo bifronte», che guarda sia al passato – al dialogo platonico, alla satira menippea, allo scetticismo di Pirrone, alle morality plays, ai trattati secenteschi, ai Saggi di Montaigne, e soprattutto al Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle – che al futuro, anticipando il modernismo, il postmodernismo, financo l’attuale «era della post-verità», in un dialogo con autori quali Pynchon, DeLillo, McCarthy, Morrison, Vollmann, Saunders, O’Brien, Barth.
Riguardo a questa scelta comparatistica, Simonetti esplicita la sua posizione critica: «Leggere Melville da una prospettiva situata nel presente ma senza per questo rinunciare alla profondità teorica e al rigore filologico». Il suo metodo si situa in quel «terzo spazio» proposto da Robert Levine nel Cambridge Companion to Herman Melville(1998) tra bookworms (filologi attenti alle intenzioni autoriali, alle letture, ai metodi compositivi) e creative readers (studiosi interessati alla risonanza culturale e teorica delle opere), posizione che porta a una triplice articolazione metodologica. Anzitutto un radicamento filologico: testo di riferimento è l’edizione critica in quindici volumi The Writings of Herman Melville della Northwestern University Press / Newberry Library (1968-2017), mentre si attinge al sito «Melville’s Marginalia Online» (curato da Steven Olsen-Smith e Peter Norberg per la Melville Society) per le glosse, le annotazioni e le sottolineature dello scrittore sui propri libri. Poi una contestualizzazione storica e culturale attenta alle condizioni di produzione, ricezione e circolazione delle opere, con pagine illuminanti sulla genesi giornalistica del termine confidence man: espressione affermatasi negli Stati Uniti dopo un articolo del «New York Herald» dell’8 luglio 1849, che riportava l’arresto di un certo William Thompson, e consolidatasi pochi giorni dopo con un secondo articolo, “The Confidence Man” on a Large Scale, che applicava polemicamente il termine all’uomo d’affari di Wall Street – un’eco lontana, verrebbe da dire, del Jordan Belfort di Il lupo di Wall Street. Da quel momento, la locuzione si afferma come «figura tipicamente americana, quasi un emblema nazionale di cui andare fieri», per quanto all’uscita del romanzo nel 1857 il sintagma «suona ancora come una sorta di ossimoro».
L’analisi si sviluppa lungo quattro direttrici. La prima è il debito bayleano di Melville, documentato tra l’altro dalla celebre annotazione manoscritta sul risguardo posteriore della sua copia del New Testament and Psalms. La seconda è la post-verità come categoria critica: The Confidence-Man è inteso come «un laboratorio narrativo ideale per identificare e disinnescare i meccanismi della post-verità»: per Simonetti Melville non parla del nostro tempo, ma costruisce dispositivi narrativi che illuminano meccanismi della contemporaneità. Esemplare in questo senso la rilettura del capitolo 99 di Moby-Dick, il celeberrimo «The Doubloon»: le otto interpretazioni divergenti del doblone inchiodato all’albero del Pequod prefigurerebbero «la logica del prompt nella cultura digitale contemporanea: simile a un output generato da un’intelligenza artificiale, il doblone conferma o distorce ciò che l’“utente” è predisposto a vedere». Da questa prospettiva, il discorso di Ahab a Starbuck – «truth hath no confines» – condenserebbe «un principio tipico della post-verità: la percezione della realtà non è più esclusivamente adesione ai fatti sensibili, ma costruzione soggettiva fondata non sulla verifica empirica ma sul potere persuasivo di chi la enuncia». La terza direttrice è il concetto di cosmopolitismo come filosofia, giocato su tre piani: l’erudito-filologico (Diogene di Sinope come primo kosmopolites, ma anche, nelle parole di Diogene Laerzio, falsario e raggirato, «Socrate impazzito» secondo Platone); il bayleano-illuministico (la République des Lettres come spazio sovranazionale di dialogo al riparo da censure e faziosità); il biografico-melvilliano (la fattoria di Arrowhead acquistata nel settembre 1850, il «buen retiro agreste» e il sodalizio con Hawthorne, evocato come «Repubblica delle lettere privata»). Alla luce di questa tripartizione, il personaggio di Frank Goodman, il cosmopolita di The Confidence-Man, sarebbe insieme filosofo idealista benefattore e bugiardo che disprezza l’umanità, riassumendo in sé l’intera ambivalenza europea e americana del termine. La quarta direttrice riguarda la ricezione italiana, con un’indagine sulle quattro traduzioni del romanzo (Sergio Perosa per Neri Pozza nel 1961, L’uomo di fiducia: una mascherata, ristampato da Feltrinelli nel 1984 e da E/O nel 2014 e incluso nel “Meridiano” Mondadori; Enzo Giachino per Mursia nel 1991, Il truffatore di fiducia nei suoi travestimenti; Stefania Minacapelli per Cavallo di Ferro nel 2014, Il truffatore di fiducia: una messinscena; Giuseppe Maugeri per Garzanti nel 2020, L’uomo di fiducia) e una lettura suggestiva: «L’uomo della fiducia» evocherebbe da un lato l’«uomo della provvidenza» di nostrana memoria, dall’altro l’«influencer che si reinventa continuamente proponendo se stesso come brand commerciale».
Questi apparati concettuali trovano forma in cinque capitoli organizzati con scansione cronologica e tematica, che seguono la traiettoria artistica di Melville fino a Clarel, Billy Budd e oltre, con una sezione finale sulle «vite postume dell’Uomo della fiducia» – riscritture, adattamenti, rielaborazioni novecentesche e contemporanee. Ne emerge una biografia intellettuale capace di rintracciare in ogni opera le tensioni tra sincerità e menzogna, fiducia e scetticismo, letteratura e verità, ponendo tale dialettica a fondamento della poetica melvilliana. La prosa è argomentativa ma scorrevole, articolata in agili paragrafi tematici, con un lessico non tecnicistico e un cospicuo apparato di note.Per la densità argomentativa, la lucidità critica e la qualità della scrittura, L’arte della fiducia è destinato a diventare uno studio di riferimento per chiunque voglia accostarsi al grande scrittore americano, e in particolare al suo romanzo forse più sfuggente, quel «libro-quiz» di cui parlava Montale oltre sessant’anni fa, che non cessa di suscitare inquiete riflessioni, com’è proprio di ogni capolavoro.