di Alessia de Antoniis
Una lavatrice sporca al centro della scena. Una scritta luminosa “Aperto”. Un uomo che aspetta. Fogli, plexiglass, secchi, timbri, pratiche. E una sensazione precisa: irritazione.
È questa l’immagine che rimane quando le luci si spengono su Ahmen, produzione di Cromo Collettivo Artistico con regia di Tommaso Burbuglini, in scena il 22 maggio 2026 al CULT! Auditorium di Bergamo nell’ambito del festival Up To You. Cinquanta minuti. E una domanda che non smette di lavorare: chi decide chi ha diritto a cosa, come, in che misura?
Ahmen nasce dalla storia reale di Asim Javed, arrivato in Italia dal Pakistan dodici anni fa, che ha chiesto un ricongiungimento familiare per sua moglie non ancora concluso. È in regola: è un uomo che ha i suoi diritti.
Al centro del palco, una lavatrice arrugginita su ruote. Un’insegna luminosa: “Aperto”, lettere rosse da motel di periferia, promette un accesso che non arriva mai. Un teschio bovino sospeso a mezz’aria: il dio a cui Ahmen si affida.
Ahmen è Valerio Sprecacè, quasi sempre in silenzio: corpo fermo mentre intorno tutto parla, spiega, giustifica, invade. Il pakistano muto non è una scelta psicologica. È una figura politica. È la rappresentazione fisica dell’incomunicabilità di chi arriva senza conoscere la lingua e deve districarsi in un burocratese difficile anche per i nativi; è l’impossibilità strutturale di qualunque essere umano di dialogare con un sistema che continua a chiederti di spiegarti senza essere disposto ad ascoltare; costruito per allontanare, per ritardare, per esaurire. Per logorare.
Dall’altra parte di un vetro da ufficio pubblico c’è l’Italia. Andrea Perotti la abita con precisione feroce: parla troppo, spiega tutto, non capisce niente. Confonde il Pakistan con una geografia da atlante coloniale sbriciolato — vicino al Kazakistan? agli Urali? all’Iran? — e nel frattempo decide della vita di un uomo. Fa sorridere. È un riso cattivo, perché dietro c’è il privilegio di chi può permettersi di non sapere nulla dell’altro e tuttavia detiene il timbro. È l’asimmetria di potere.
Il decreto ministeriale del 5 luglio 1975 sulle condizioni igienico-sanitarie delle abitazioni viene recitato come una liturgia: altezze, superfici, finestre, riscaldamento. È la satira burocratica deformata: la legge che non protegge, opprime. La procedura che non è uno strumento, è un labirinto progettato per farti perdere. E costringerti a pagare chi ti offre una via d’uscita.
Tommaso Burbuglini ha il coraggio di dirigere una pièce politica senza fare teatro civile nel senso corrivo del termine: niente denuncia che ti fa sentire dalla parte giusta. Sceglie il grottesco e colpisce a fondo.
Mette in scena uno spettacolo che innervosisce, che lavora per accumulo: i tempi morti, la pratica dove manca sempre una cosa sola ancora, una firma, una marca da bollo, un certificato, una fotocopia, un requisito, un metro quadro. I sogni finiti in un tritadocumenti. Le richieste che si ripetono. I fogli che volano in scena: carte, pratiche, vite rimaste a mezz’aria.
Ahmen suona come così sia. Ma nulla viene davvero pacificato. Anzi. La formula religiosa si svuota, si incrina, si trasforma in eco inquieta dentro un sistema che sembra avere già deciso tutto da tempo.
E la frase finale arriva addosso come una condanna: “I suoi documenti sono pronti. Sono qui, in un cassetto. Sono qui da sempre, da quando è nato.” I documenti. E anche i diritti.
In un momento storico in cui l’Occidente può essere rappresentato da quell’impiegato di sportello che detta le regole per l’altra parte del mondo, che decide chi merita cosa, che non sa dove si trova il Pakistan ma firma comunque, Ahmen non offre risposte. Offre la forma dell’impotenza di chi i diritti li ha già, ma non glieli danno lo stesso. Perché qualcuno ha deciso di tenere chiuso il cassetto.
Premio del pubblico CrashTest 2025. Premio della critica DirectionU30 2025 al Teatro Sociale di Gualtieri. Il pubblico e la critica, stavolta, hanno visto la stessa cosa.
CREDITI Titolo: Ahmen Compagnia: Cromo Collettivo Artistico Regia: Tommaso Burbuglini Con: Andrea Perotti, Valerio Sprecacè Dramaturg: Eleonora Pace Residenza produttiva: Carrozzerie n.o.t Un progetto Romaeuropa Festival 2023 nell’ambito di ANNI LUCE_Osservatorio di futuri possibili In collaborazione con: Carrozzerie n.o.t, Cranpi, 369gradi Riconoscimenti: Premio del pubblico CrashTest 2025 · Premio della critica DirectionU30 2025, Teatro Sociale Gualtieri Selezioni: Forever Young 2024 – La corte ospitale · Powered by REF 2023 Durata: 50 minuti Data: 22 maggio 2026 · CULT! Auditorium, Bergamo · Up To You Festival
