Kaos, guerre e tecnica: Cacciari, Di Cesare ed Esposito raccontano il disordine che governa ormai il presente
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Kaos, guerre e tecnica: Cacciari, Di Cesare ed Esposito raccontano il disordine che governa ormai il presente

Lo scorso 5 maggio, nell’Aula VI del Dipartimento di Filosofia della Sapienza, si è tenuta la presentazione dell’ultimo libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito, Kaos, edito da Il Mulino

Kaos, guerre e tecnica: Cacciari, Di Cesare ed Esposito raccontano il disordine che governa ormai il presente
Massimo Cacciari
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24 Maggio 2026 - 20.35


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di Anna De Marchi

Kaos è tornata a essere una delle parole che meglio descrivono il nostro presente: crisi permanenti, guerre diffuse, instabilità geopolitica, trasformazioni tecniche che incidono sempre più profondamente sulla vita collettiva. Lo scorso 5 maggio, nell’Aula VI del Dipartimento di Filosofia della Sapienza, si è tenuta la presentazione dell’ultimo libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito, Kaos, edito da Il Mulino. L’incontro ha riunito tre tra le voci più autorevoli della filosofia italiana contemporanea, Massimo Cacciari, Donatella Di Cesare e Roberto Esposito, in un confronto serrato sul nostro presente, dominato da incertezza, confusione e grave crisi di comprensione, così tra guerra e destino del politico si è parlato del kaos, come spazio e come tempo del disordine che viviamo.

Davanti a una platea fitta di studentesse e studenti, segno di una generazione che cerca strumenti critici per decifrare la complessità, Cacciari, Di Cesare e Esposito hanno affrontato molti temi della contemporaneità. Kaos non è un “semplice” disordine, ma la condizione ontologica del nostro tempo: un magma di crisi, trasformazioni e conflitti che sfida le vecchie categorie politiche. Attraverso un dialogo serrato e partecipato, con rigore e urgenza, la conferenza è stata occasione di vero esercizio del pensiero critico, nel dibattito e nel dialogo. Di Cesare precisa subito che il kaos oggi non si oppone all’ordine, ma ne diventa una modalità operativa.

Kaos è una parola chiave attraverso cui cerchiamo di comprendere ciò che accade oggi: crisi, guerre, instabilità, trasformazioni profonde di aspetti politici-tecnici e della storia. Per Cacciari il kaos ha una dimensione radicale e originaria, è ciò che precede ed eccede ogni forma di ordine. Il problema del kaos emerge nel venir meno di un fondamento stabile, in un’analisi genealogica e politica che si serve di una ricostruzione ampia, il kaos appare come sfondo originario da cui emerge, come kosmos, affidato di volta in volta alla capacità di dare forma ove l’ordine è costruito ed esposto. Tuttavia se ci spostiamo sul presente, il kaos è davvero questo “fondo originario” o è anche effetto di processi storico-politici e tecnici che lo introducono? Quali categorie oggi ci aiutano a cogliere la rottura che stiamo attraversando, che Di Cesare non esita a definirla Epochendruch?E poi la questione politica: se il kaos è così radicale, dove si apre lo spazio della politica? Quale rapporto tra kaos e limite?  La guerra è manifestazione di un kaos o la produzione di nuove gerarchie?

Il kaos non è – sottolinea Cacciari – né figura né forma: è ciò che precede ogni origine, una causa sempre possibile che sfugge a ogni determinazione definitiva. L’energia che promana dal caos resta sempre aperta; per questo tradurlo semplicemente con “vuoto” sarebbe fuorviante. Il kaos è “prima del prima”: non si chiude mai, non è una bocca che si apre e poi si richiude, richiamando anche l’etimologia l’etimologia del nome, ossia kaomai, che significa “sbadigliare”, e dove già nel mondo classico lo si trova nella lirica e soprattutto nella tragedia.

Cacciari, Di Cesare e Esposito concordano sul fatto che stiamo affrontando un momento decisivo, in cui parlare della “fine della storia” o di “apocalittica” non è più bizzarro, ma tema al centro del dibattito. Secondo Cacciari, ogni epoca di rottura, però, manifesta il caos in forme differenti. Ogni frattura storica possiede un proprio linguaggio, le proprie parole, la propria specificità. La domanda decisiva diventa allora capire quale sia la forma del caos contemporaneo. Essa coincide soprattutto con il modo in cui oggi si afferma la tecnica. Per la prima volta nella storia, infatti, l’essere umano è in grado di intervenire direttamente sul proprio processo evolutivo: denaturare naturam, alterare la natura stessa. È qui che si colloca la radicalità della tecnica contemporanea.

Questa trasformazione produce però una rottura profondamente contraddittoria, che investe anzitutto il rapporto tra tecnica e politica, e subito dopo quello tra politica e diritto. La politica che produce norme sembra essere divenuta la nuce del suo compito, il “fare politica” si riduce, oggi più che mai, al creare leggi, modificarle, orientando la vita collettiva attraverso nuove regole, oppure all’amministrare norme già esistenti, smettendo di essere politica divenendo mera amministrazione. Non a caso, osserva provocatoriamente Cacciari, anche etimologicamente, il ministro è il minus del politico: gestisce ciò che altri hanno deciso.

Oggi, però, il vero cambiamento è che la tecnica tende a diventare autonoma. Si autogestisce, produce una propria normatività interna, una “auto-normatività”, e si colloca al centro dell’intero sistema sociale. Se il sistema tecnico è ormai dotato di una propria capacità normativa, lo spazio della politica per produrre norme efficaci si restringe inevitabilmente. Eppure, proprio dentro questo scenario, Cacciari individua anche uno spazio di possibilità. È qui che, paradossalmente, “bisogna sperare nel kaos”. Il sistema tecnico non è compatto né perfettamente ordinato: è attraversato da profonde contraddizioni. Produce quello che Cacciari definisce un “mondo del sottosuolo”, un’inquietudine vitale che sfugge ai meccanismi di controllo. Da una parte emergono élite tecnocratiche sempre più separate dal resto della società; dall’altra sopravvive uno spazio di imprevedibilità che gli algoritmi non riescono a dominare.

Ed è proprio questa imprevedibilità a essere temuta dal potere tecnico. Per questo la tecnica chiede sempre più spesso alla politica una funzione precisa: neutralizzare il conflitto: sedare tensioni sociali, eliminare attriti, garantire sicurezza, e la produzione costante di bisogno di sicurezza diventa così uno degli strumenti fondamentali di quella che Cacciari chiama una nuova tecnica “faustiana”, sempre più dominante su scala globale.

Questo discorso conduce inevitabilmente alla guerra. Nella tradizione moderna il diritto rappresentava una forza legittima, positiva e coercitiva, capace di limitare la violenza e di perseguire la pace impedendo l’uso arbitrario della forza. Oggi, secondo Cacciari, questo equilibrio si è spezzato in modo radicale. La frattura riguarda soprattutto il diritto internazionale, che continua spesso a essere pensato con le categorie del diritto interno statale. Ma le guerre contemporanee si svolgono sempre più spesso al di fuori di ogni dichiarazione formale e di qualsiasi quadro giuridico riconoscibile. È questa, per Cacciari, una delle rotture più profonde del nostro tempo: la guerra si è progressivamente sottratta al diritto, segnando una trasformazione storica di portata epocale.

Per Roberto Esposito oggi la parola kaos è abusata. Proprio per questo, sostiene, occorre sottrarla alla sua deriva semantica per restituirla alla deriva attuale. Il punto di partenza è che il Kaos è originario: a differenza delle filosofie normative, che immaginano ciò che precede l’ordine come una condizione puramente negativa da superare, il kaos è invece relativo e produttore di ogni ordine.

Qui il confronto con Thomas Hobbes è inevitabile. Per Hobbes il disordine rappresenta il presupposto negativo da cui nasce l’origine politica. Il Behemoth, invece, diventa per Esposito la figura della guerra civile mondiale: una guerra che non è più orientata alla pace, ma è risolta dentro sé stessa, produce altre guerre, si autoalimenta.

È qui che emerge la radicalità del presente. Oggi non vale nemmeno più la distinzione classica tra stàsis, la guerra civile, e pólemos, la guerra esterna: la guerra agisce ormai al di fuori di ogni regola. Si combatte contro le popolazioni, colpisce i civili, assume caratteri terroristici anche quando continua a definirsi “guerra giusta” o “guerra santa”.

In questo scenario il kaos diventa assoluto. Non esiste più una distinzione chiara tra guerra e pace: persino le tregue diventano figure interne della guerra stessa. Per questo il kaos sfugge al linguaggio tradizionale della filosofia politica e può essere detto soltanto in negativo. Il problema è più radicale: come tenere il conflitto assoluto fuori dal sistema? Secondo Esposito oggi non c’è più alcun katèchon capace di trattenere il disordine. C’è piuttosto catastrofe, c’è rivelazione. Il kaos squarcia il simbolico: non è qualcosa di contingente, ma uno squilibrio strutturale. Terra, mare, aria costituiscono il soggetto della politica, ma oggi non cambia soltanto lo spazio: cambia anche il tempo. Viviamo, dice Esposito, una forma di ultra-modernità. Dentro questa trasformazione la macchina capitalistica richiede sempre più un’economia di guerra. La guerra permanente e l’innovazione tecnologica che viene alimentata dall’economia di guerra: a questo punto la domanda diventa inevitabile, dove può guardare oggi la politica? Per Esposito la politica, e il pensiero, non cessa di articolarsi nel rapporto tra reale, possibile e necessario, bisogna tornare a interrogarsi ed esplorare il possibile fino al suo limite estremo.

Ed è forse qui che si innesta anche il tema del dissenso, così caro a Di Cesare: un dissenso capace di confrontarsi con i limiti estremi del reale senza smettere di pensare alternative. Di Cesare riprende una formula appena evocata da Roberto Esposito, vale a dire che “l’ordine è una pausa rispetto al disordine”, ma la usa per aprire una domanda ancora più radicale. Se stiamo davvero attraversando una rottura epocale, osserva Di Cesare, in cui la guerra non è più un evento eccezionale ma è diventata una tonalità di fondo del presente, allora forse bisogna interrogarsi diversamente sul caos: e se il caos non fosse ciò che irrompe contro l’ordine, ma qualcosa prodotto da un nuovo ordine?

È qui, dice, che emerge la vera novità. Il kaos oggi sarebbe interno all’ordine stesso. Esisterebbe un nuovo arché in armi, un principio che si autofonda, capace di produrre disordine. In questa prospettiva il disordine non è l’opposto dell’ordine, ma uno dei suoi effetti. E il trumpismo rappresenterebbe soltanto uno degli aspetti più visibili di questa nuova configurazione.

Secondo Di Cesare siamo entrati, già da alcuni anni, in una fase storica in cui l’ordine ha imparato a produrre Kaos e perfino a governarlo. Per questo introduce una distinzione decisiva tra kaos e “anarchia”, intesa filosoficamente come an-arché. Se il kaos viene prodotto e amministrato dall’arché, allora quel kaos è ancora interno alla logica del comando. Può essere utilizzato, sfruttato, organizzato dal potere.

Ma esiste anche un’altra dimensione del kaos: quella che, proprio in quanto imprevedibile, non può essere prodotta. È ciò che eccede il comando, ciò che sfugge alla presa del potere e che, per Di Cesare, può rappresentare una possibile via d’uscita politica, diversa rispetto alla prospettiva istituente proposta da Esposito.

Per Di Cesare siamo entrati in una nuova fase del capitalismo: il capitalismo della finitudine. Lo definisce così per almeno due ragioni. La prima è che si tratta di un capitalismo che non parla più di crescita illimitata; la seconda perché viviamo un capitalismo consapevole che una parte del mondo non ce la farà, mentre un’altra parte riuscirà a salvarsi. Ed è proprio questa logica a nutrire la nuova destra, che rinvia continuamente a un orizzonte apocalittico. La nuova apocalittica, osserva, è parte integrante di questa rottura epocale: promette protezione, costruisce l’idea di una sfera protetta che in qualche modo sopravviverà.

C’è poi un secondo elemento decisivo: la guerra come investimento. La guerra, in questa logica, rappresenta una possibilità di distruzione finalizzata alla ricostruzione. Le macerie diventano nuove occasioni economiche, quasi nuovi resort. Anche la tecnica cambia funzione. Non è più cosmopolitica: viene sempre più utilizzata dai governi come strumento di potere.

Per spiegare questa trasformazione Di Cesare richiama Martin Heidegger, che già dopo il 1945 scriveva che “la guerra è diventata mondo e il mondo guerra”. Ma oggi, aggiunge, la questione è ancora più radicale: che cosa significa ormai “guerra”? Forse è diventato persino un termine vecchio, insufficiente per descrivere ciò che accade. Le guerre contemporanee, pensiamo alle guerre combattute con droni, mostrano come il fronte si allarghi indefinitamente proprio perché il conflitto è mediato dalla tecnologia. E questo, conclude Di Cesare, cambia la guerra stessa.

La replica di Cacciari ritorna su un punto che considera decisivo: il kaos non è disordine e non è nemmeno qualcosa che si possa produrre. È piuttosto il presupposto di ogni crisi, di ogni disordine. È “dal kaos”, insiste, che può anche emergere un movimento, un’energia capace di sovvertire lo stato di cose esistente. Il kaos, suggerisce, potrebbe indicare il tentativo di combattere l’ordine esistente senza che oggi siamo realmente nella condizione di indicare una linea alternativa davvero percorribile.

Da qui il discorso torna sulla guerra. Per Cacciari una trasformazione decisiva è già avvenuta: la guerra si è sganciata dal diritto. Tutti continuano a immaginare lo ius belli, ma la distinzione classica tra ius ad bellum e ius in bello è ormai saltata. La guerra è uscita da ogni forma di diritto, e questo rappresenta una novità sostanziale.

Certo, il rapporto tra economia e guerra, così come quello tra tecnica e guerra, esiste da sempre. Ma oggi assume una forma nuova, tragicamente nuova, in tutti i significati del termine. Secondo Cacciari siamo alla fine della grande ondata dell’Occidente che, attraverso politica, tecnica e scienza, ha messo a soqquadro il mondo. In questo scenario torna centrale anche il destino dell’Unione Europea. Per Cacciari l’Europa può “essere grande” solo se riesce a pensarsi insieme occidentale e orientale. Se questa unione non si realizza, sostiene, non ci sarà futuro né per l’Europa occidentale, destinata all’irrilevanza, né per la Russia, che rischierebbe di diventare un’appendice dell’impero cinese.

Lo scontro si gioca ormai sul piano della forza tecnologica: chi possiede le armi più potenti, chi controlla l’innovazione, detiene il potere reale. È questa, secondo Cacciari, la forza della nuova destra globale: rivendicare piena libertà di innovare, fare ricerca nel campo biomedico, negli armamenti, nelle tecnologie avanzate, senza interferenze della politica. Non si vuole più sentire parlare di katechon, di tutto ciò che trattiene o rallenta. Il katechon viene percepito come un ostacolo all’affermazione di una nuova aristocrazia tecnica che punta all’egemonia tecnologica e, attraverso questa, alla supremazia sui comportamenti collettivi. Ciò che conta davvero è possedere la tecnologia capace di determinare i nostri comportamenti. E, conclude Cacciari, noi siamo già completamente immersi in questa situazione.

La risposta di Esposito si concentra invece sul nodo politico lasciato aperto da Di Cesare. Il pensiero “an-archico”, osserva, da solo non basta. Se il pensiero si blocca alla critica del comando, finisce per produrre soltanto una critica radicale ma impolitica, incapace di generare un nuovo ordine. Per questo, sostiene, serve l’immissione del pensiero anarchico dentro un pensiero istituente, capace di avere una vera forza costitutiva. Ma allora cosa c’è prima dell’ordine?

Esposito risponde riportando il discorso su una genealogia concreta: all’inizio del disordine c’è Trump. Non come causa unica, naturalmente, ma come figura emblematica di una precisa traiettoria storica. Il problema politico di oggi diventa allora la destituzione del comando. Ma questa destituzione deve avvenire attraverso l’abbandono delle istituzioni oppure attraverso il tentativo di trasformarle? Per Esposito la risposta è chiara: sì al conflitto, sì alle istituzioni, poiché movimento di critica e prassi istituente devono restare insieme, perché solo così diventa possibile immaginare una critica radicale dell’esistente che non resti prigioniera del presente, ma riesca ad aprirsi verso il futuro.

Nella parte finale dell’incontro, durante le domande del pubblico, il confronto si sposta su un terreno ancora più aperto e, per certi versi, più radicale. Le domande riportano il dibattito al nodo da cui tutto era partito: se il kaos attraversa il presente in modo così profondo, dove può ancora emergere una possibilità di rottura? Ci si abitua al disordine o va ripristinato l’ordine, se è questa l’alternativa?

Per Cacciari il kaos è il grembo di ogni imprevedibile e precisa che si riferisce anche alla singolarità dell’esistenza. Esiste sempre una singolarità che non potrà mai essere interamente collocata dentro un ordine. Anche qui, osserva, si tratta di concetti che hanno ormai anche una dimensione scientifica. La singolarità esistente non può essere completamente appropriata. Continuerà sempre a esprimersi in forme imprevedibili.

Eppure il sistema contemporaneo sembra muoversi nella direzione opposta: mira a rendere prevedibili le forme di vita, a trasformare l’esistenza in qualcosa di calcolabile e governabile. È qui che Cacciari individua una nuova forma di hybris: oggi l’arché si manifesta precisamente in questa volontà di prevedere tutto. Ma proprio qui lascia emergere anche uno spiraglio quasi paradossale: sarà la vostra vita a destituirlo. Da questo punto torna anche sul destino dell’Europa, prigioniera di un problema strutturale in quanto realtà politica, economica e tecnologica. Sempre ammesso che le occasioni non siano già state perdute, il suo futuro esiste soltanto se saprà essere insieme occidentale e orientale.

Cacciari interviene ancora una volta per riportare il discorso sulla questione della discontinuità storica. Ridurre il kaos alla sola idea di distruzione, sostiene, sarebbe un errore. L’attenzione deve essere spostata sulla novità, sui fattori di rottura che distinguono quest’epoca dalle precedenti. Se ragioniamo soltanto attraverso le categorie tradizionali dell’esperienza storica umana rischiamo di non vedere ciò che sta cambiando davvero.

Ed è forse questa la questione più radicale emersa dal confronto: capire se il kaos sia soltanto il segno della fine di un mondo o anche la condizione ancora poco spiccata di un nuovo inizio.

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