di Alessia de Antoniis
Il teatro, quando funziona, è davvero un salotto. Non perché sia rassicurante, non perché debba mettere tutti comodi come in una fotografia di famiglia, ma perché è uno dei pochi luoghi rimasti in cui una comunità si siede insieme, guarda qualcosa accadere davanti a sé e, ridendo, finisce per riconoscersi.
È da questa idea che parte la nuova stagione 2026/2027 del Teatro de’ Servi di Roma, storico spazio della commedia nel cuore della città, che sceglie come claim Il Salotto de’ Servi. Un’immagine domestica, accogliente, volutamente popolare.
In cartellone 22 spettacoli: 12 commedie a lunga tenitura e 10 commedie brevi, a cui si aggiungono eventi speciali e serate di stand-up comedy.
Il Teatro de’ Servi conferma così la propria vocazione: essere una casa della commedia, ma senza ridurre la commedia a evasione innocua. Perché il catalogo delle situazioni comiche, nella stagione che arriverà, somiglia molto a una mappa dell’Italia contemporanea: matrimoni saltati, famiglie doppie, solitudini sentimentali, convivenze forzate, crisi ideologiche, donne separate, figli adulti che non diventano adulti, algoritmi che promettono compagnia, confini nati dal nulla eppure capaci di separare le persone.
La stagione si apre dal 6 al 18 ottobre 2026 con Se ti sposo mi rovino, scritto e diretto da Marco Cavallaro, una commedia degli equivoci costruita intorno a uno scapolo convinto di poter governare ogni relazione fino a quando le bugie gli esplodono in casa. Subito dopo, dal 27 ottobre all’8 novembre, arriva Due cuori in chat, da Ray Cooney, con la regia di Matteo Vacca: una doppia famiglia tenuta in piedi da un tassista con precisione quasi ingegneristica, finché i social – sempre loro, ormai più implacabili del destino greco – rischiano di far incontrare due figli che non sanno di essere fratello e sorella.
A novembre, con Il club delle single, scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, la comicità entra in una casa abitata da tre donne cinquantenni, amiche e disilluse, che hanno trasformato la convivenza in un rifugio anti-uomo. L’arrivo di un ginecologo affascinante manda in cortocircuito l’equilibrio conquistato a colpi di sarcasmo, riattivando desideri, rivalità, imbarazzi. A dicembre, invece, Ma che bell’Ikea di Gianni Clementi, con la regia di Nicola Pistoia, porta in scena due coppie diversissime che scoprono di abitare case identiche e arredate nello stesso modo. Sotto il segno dell’Ikea, la differenza sociale diventa una commedia dell’omologazione: la borghesia progressista e la romanità più coatta si specchiano, loro malgrado, nello stesso catalogo.
Durante le feste, dal 26 dicembre al 10 gennaio, Riunione condominiale, con la regia di Luca Ferrini, trasforma una semplice assemblea in un dispositivo farsesco: un palazzetto di periferia, un lascito testamentario, una vendita immobiliare da concludere e una serie di imprevisti che mandano tutto fuori controllo. A gennaio, Amore cercasi… Gatto incluso di Valeria Cavalli guarda invece alle relazioni di coppia nell’epoca delle app di incontri, con un testimone silenzioso e irresistibile: il gatto Ettore.
Tra i titoli più significativi della stagione c’è anche una rilettura di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, dal 2 al 14 febbraio 2027, con la regia di Luca Ferrini. La domanda pirandelliana “esiste una verità assoluta?”, torna in un tempo che vive di percezioni, sospetti, giudizi sommari e narrazioni concorrenti. In mezzo a tante commedie di ritmo, equivoco e situazione, Pirandello diventa quasi il centro filosofico nascosto del cartellone: la prova che il comico, quando scava, non è mai lontano dal perturbante.
A febbraio arriva anche un altro Ray Cooney, Se devi dire una bugia è meglio dirla grossa, adattato e diretto da Matteo Vacca: una macchina comica classica, fatta di incontri clandestini, porte che si aprono nel momento sbagliato e menzogne che moltiplicano i disastri. Seguono Tana libera tutti, ambientato in un carcere e costruito intorno ai temi della libertà e del cambiamento, e Bamboccioni, che affronta con ironia e malinconia una delle grandi nevrosi italiane: l’impossibilità di crescere davvero, tra precarietà, dipendenza familiare e fragilità sociali.
La lunga tenitura si chiude con due titoli che intercettano nodi profondamente contemporanei. E pensare che eravamo comunisti, scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, racconta una famiglia attraversata da fratture ideologiche, affetti resistenti e cambiamenti generazionali. Disperatamente casalinghe, di Cinzia Berni e Guido Polito, mette invece al centro quattro donne divorziate, in difficoltà economica, alle prese con alimenti, lavoro, maternità e convivenza forzata: una commedia tutta al femminile che usa la risata per stare dentro una forma quotidiana di emergenza.
Accanto al percorso principale, il Teatro de’ Servi costruisce una linea di spettacoli brevi che amplia il perimetro della stagione. Si parte con Bellissime. Voci di donne. Racconti di canzoni, con Syria e Massimo Germini, viaggio musicale attraverso le voci femminili della canzone italiana. Con Niente progetti per il futuro, di Francesco Brandi, regia di Max Pisu, il tono diventa più surreale e amaro: due uomini si incontrano di notte su un ponte, entrambi decisi a farla finita, e da quella coincidenza estrema nasce un confronto comico e doloroso sulla crisi dei valori e sull’impoverimento spirituale.
Non mancano titoli che spostano la commedia verso territori meno consueti. Acqua e Zucchero, di Clio Evans, affronta il diabete di tipo 1 come viaggio emotivo e visionario. Il confine, di Kieran Lynn, mette una giovane coppia davanti a una linea tracciata nel parco che diventa frontiera internazionale: un paradosso comico e nerissimo sul potere delle divisioni, tanto immaginarie quanto reali. Algoritmo, di Raffaello Tullo e Andrea Delfino, porta invece in scena un robot umanoide capace di trasformarsi in assistente, compagna, motore creativo: una riflessione ironica sui rischi e le promesse dell’intelligenza artificiale, ma anche sulla solitudine e sui sogni lasciati a prendere polvere.
La stagione breve ospita inoltre Ve ne dico quattro con Pino Strabioli, racconto teatrale di memorie e incontri dedicato ad alcuni protagonisti della cultura italiana del Novecento; Barbari, Barberini e Barbiturici, one-man-show di Urbano Barberini tra genealogia, autoironia e politicamente scorretto; Boomer – Un papà sul sofà di Paolo Caiazzo e Daniele Ciniglio; e La colomba e l’elefante, con Debora Caprioglio e Roberto D’Alessandro, visita immaginaria nella Casa Azul di Frida Kahlo e Diego Rivera, tra arte, amore, rivoluzione e verità esposte al pubblico come in un gioco teatrale.
Completa il quadro una sezione di eventi che guarda con decisione alla comicità contemporanea e alla stand-up: Velia Lalli, Baz, Antonio Dikele Distefano, Carlotta Rondana, Guido Damini, Fabian Grutt, Maura Bloom, Miriam Galanti e Laura Formenti. Qui il “salotto” si apre ancora di più: entra la comicità nata anche dai social, la divulgazione storica, il racconto generazionale, il corpo femminile come bersaglio di stereotipi, l’apocalisse quotidiana raccontata attraverso skincare, ansia, fanatismi e sopravvivenza emotiva.
La nuova stagione del Teatro de’ Servi non promette soltanto risate. Promette un luogo in cui la risata possa ancora fare il suo lavoro più antico e necessario: disarmare, smascherare, creare complicità, rendere dicibile ciò che spesso resta sospeso nella conversazione pubblica. Un salotto, sì. Ma con molte porte, molte voci, qualche bugia grossa, qualche confine da attraversare e parecchi specchi in cui guardarsi senza fingere troppo.