Jan Brokken e l'Orient Express: due viaggi letterari per riscoprire l'Europa, la memoria e la bellezza condivisa

Ho amato tantissimo Jan Brokken dalla prima volta che l’ho letto. Ho apprezzato quel suo stile unico nel raccontare la bellezza e chi ne è stato artefice.

Jan Brokken e l'Orient Express: due viaggi letterari per riscoprire l'Europa, la memoria e la bellezza condivisa
Jan Brokken
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16 Luglio 2026 - 21.42


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di Rock Reynolds

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Ogni nuovo libro di Jan Brokken rappresenta un evento e non è certo un’iperbole asserire che la sua lettura è un viaggio e che, come ogni viaggio che si rispetti, si tratta di un’esperienza elettrizzante, inevitabilmente portatrice di un corredo di bellezza dentro di noi, oltre che della malinconia del ritorno alla realtà. Arricchiti, naturalmente.

La malinconia del viaggiatore (Iperborea, traduzione di Claudia Cozzi, pagg 415, euro 20) non fa eccezione, malgrado sia un capitolo tutto sommato a se stante nella produzione del grande scrittore olandese. Gli ultimi libri di Brokken sono, infatti, sostanziali monografie mentre La malinconia del viaggiatore è una raccolta di pensieri sciolti che hanno come unico vero filo comune il tema del viaggio, appunto. In realtà, ogni scritto di Brokken racconta figure celebri del mondo della creatività di cui l’autore si sia invaghito in una trasferta più o meno lontana.

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Ho amato tantissimo Jan Brokken dalla prima volta che l’ho letto. Ho apprezzato quel suo stile unico nel raccontare la bellezza e chi ne è stato artefice. Come molti, mi sono innamorato della sua scrittura attraverso Anime Baltiche, con una ridda di personaggi storici che hanno alimentato in me il forte desiderio di poter un giorno visitare le Repubbliche Baltiche. Quelli di Brokken sono libri di viaggio che raccontano la storia di un paese attraverso le gesta, i successi e i fallimenti di grandi artisti e pensatori e che, facendolo, tracciano un ritratto geopolitico vivissimo. Per fare un esempio, se volete capire meglio il tema oggi molto dibattuto dell’Olocausto consumatosi principalmente nell’Europa dell’Est oppure quello altrettanto annoso della russofobia nello spicchio d’Europa delle Repubbliche Baltiche, non c’è nulla di meglio di Anime Baltiche. La cultura straordinaria di Brokken si riversa su pagine di descrizioni e aneddoti dal forte slancio lirico. E le citazioni sono talmente frequenti da far venir voglia al lettore di prenderne nota per ampliare le proprie conoscenze in materia. È una costante dei libri di Brokken, autore che si colloca a pieno titolo sulla scia dei grandi scrittori di viaggio.

Sapevo che Jan Brokken era un profondo amante dell’Italia e della sua cultura. Ma certo non mi aspettavo che inserisse a pieno titolo il nostro paese in questa sua ultima fatica. Non avrei dovuto restare sorpreso, ben conoscendo la sua passione per la musica classica e le arti figurative. Quale paese del mondo avrebbe avuto più titolo del nostro?

Ne La malinconia del viaggiatore, Brokken ci accompagna, tra gli altri luoghi, nel cimitero di Collioure, nel sud della Francia, dove è sepolto il poeta spagnolo repubblicano Antonio Machado; a Budapest, sulle tracce del compositore e pianista Béla Bartók; a New York, per capire meglio il poeta ed ematologo ebreo Leo Vroman, di origini olandesi; e, come detto, in Italia, paese che ha visitato a più riprese: a Mantova, dove incontra uno strano personaggio che sostiene di possedere la partitura originale, data per scomparsa, di un pezzo di Monteverdi; a Rovereto, ospite di un noto libraio indipendente che agli autori in visita suggerisce immancabilmente un giro al Mart o alla “casa di Goethe”; e a Napoli, ritracciando i passi compiuti in giovinezza da Paolo Maria Noseda, uno degli interpreti italiani più noti, un collega certamente più conosciuto di me della cui storia, però, ero del tutto all’oscuro. Che a erudirmi sia stato un saggista olandese è ancor più straordinario delle peripezie familiari del noto interprete e dei viaggi intriganti dell’autore. Vi sarà capitato certamente di udire la voce che Paolo ha dato per anni a tutti i principali ospiti stranieri della trasmissione Che tempo che fa: da Bono degli U2 a Patti Smith, da Al Gore a Timothée Chalamet. Magari, lo avete pure visto affiancare di persona questa o quella celebrità.

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Dopo libri splendidi, la cui lettura intriga e finisce per arricchire, come Il giardino dei cosacchi (storia della condanna a morte che venne risparmiata a Fëdor Dostoevskij, una delle massime muse di Brokken), La scoperta dell’Olanda (il ritratto variopinto dell’Hotel Spaander, a pochi chilometri da Amsterdam, sul mare interno, fucina di talenti e laboratorio di artisti straordinari) e Bagliori a San Pietroburgo (guida a cuore aperto di una città che ha dato tanto alla storia e alla creatività), Jan Brokken torna con un libro che offre molteplici spunti e fa venir voglia di fare la valigia e partire.

Siccome i viaggi per raccontare la storia dei protagonisti del libro di Brokken sono stati effettuati in larga parte nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est, la concomitante pubblicazione del libro Orient Express (Bottega Errante, pagg 230, euro 18) di Marco Carlone e Tino Mantarro potrebbe davvero fornire lo stimolo in più per fare un’esperienza alternativa.

Chi non ha mai nutrito un certo intrigo per quel treno leggendario e ciò che ha rappresentato? Quello che il 4 ottobre 1883 partì dalla stazione di Parigi alla volta di Costantinopoli era molto di più di un semplice treno e, malgrado fosse un mezzo di trasporto esclusivo per persone abbienti e un po’ viziate, fu il tentativo in nuce di legare il continente in un progetto transnazionale. Quel treno che affascinò scrittori, monarchi e spie fu una freccia d’oro nel costato buono dell’Europa, un filo rosso che teneva unita la storia continentale tra le vestigia dell’Impero Ottomano e quelle dell’Impero Inglese e della grandeur francese, con un comune destino di sgretolamento imminente.

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Carlone e Mantarro questo viaggio lo compiono davvero, ma su treni molto più dimessi di quel convoglio di lusso che cessò definitivamente di fare servizio, dopo qualche interruzione e ripresa, nel 2009. Sappiamo che Agatha Christie scelse quel treno per ambientarvi una delle indagini più intriganti e di maggior successo di Hercule Poirot, Assassinio sull’Orient Express, appunto. Che, nel Dracula di Bram Stoker, qualcuno cerca di uccidere il sanguinario conte proprio in una sua carrozza. Che persino Graham Green ne subì il fascino con il suo romanzo Il treno d’Istanbul.

Carlone e Mantarro preferiscono microstorie di sapore più quotidiano, inevitabili corollari di trasferte su treni non esattamente da mille e una notte. Ma, se qualcuno ha pensato di codificare il cosiddetto “slow food”, il piacere del consumare la bellezza di un pasto con lentezza, non c’è da stupirsi che gli autori celebrino in qualche modo il viaggiare indolente: in fondo, siamo ciò che mangiamo e pure ciò che vediamo.

I piccoli inconvenienti, così come gli incontri casuali, non mancano. Sono parte del pacchetto e valgono il biglietto, decisamente più alla portata delle tasche di tutti rispetto al prezzo di una corsa di lusso a bordo del vero Orient Express, una sorta di hotel per nababbi in movimento.

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