In un tempo in cui non ci si capisce, le culture si chiudono, le appartenenze si rinserrano, “Di guerra in guerra”, di Rocco d’Ambrosio, (STUDIUM, 13 euro) è un libro che riesce a dirci che anche il contrario è possibile. Le culture sanno aprirsi, e forse la loro realtà, quando sono davvero culture, è proprio questa. Non vivono chiuse dietro steccati, le culture vivono insieme nel mondo.
Certo, il volume ci offre i capisaldi della cultura cattolica, della riflessione ecclesiale sulla guerra, tanto da dirci all’inizio che per i più ce ne sarebbero in corso nel mondo una cinquantina, ma per altro sarebbero cento. Ma basta l’elenco dei più noti con cui inizia: “Oltre che in Ucraina, Gaza e Iran, sono attivi conflitti in Libano, Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Sudan, Myanmar, Afghanistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger e Sud Sudan”. E poco dopo ci offre il primo incontro, citando il grande intellettuale allontanatosi dal cristianesimo di stampo pietista da cui proveniva per avvicinarsi alle religioni orientali, Herman Hesse: “Alcune volte ho detto la mia opinione che ogni popolo e anzi ogni uomo, invece di lasciarsi ninnare da false questioni politiche circa la colpevolezza, deve fare l’esame di coscienza e vedere se i suoi errori, le omissioni o le cattive abitudini non siano fino a un certo punto responsabili della guerra e di tutta la miseria che vi è nel mondo: unica via per evitare forse la prossima guerra”.
Seguono tanti papi, il cuore del libro con i loro magisteri sul tema, e ovviamente il Concilio, che con la costituzione pastorale Gaudium et Spes, al numero 80, ci avvertì: “ Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”.
Ma il viaggio cattolico di Rocco d’Ambrosio, che ovviamente non si ferma ai papi, ma va dentro al mondo cattolico, alla sua cultura, comincia con Herman Hesse, e si conclude con Alda Merini, che alla devozione a figure evangeliche univa quella che lei stessa chiamava una visione “molto pagana e gaudente”:
“ Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.
Non si tratta di incipit e chiusura “fuori dal coro”. Indubbiamente tra i poeti, romanzieri, uomini e donne di cultura citati nel volume ci sono anche grandi nomi cattolici, come Carlo Betocchi e David Maria Turoldo, che non hanno difficoltà a incrociarsi con quel Salvatore Quasimodo che oscillò tra vicinanza e distacco:
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta. […]
Non si tratta di un area allargata di vicini al pensiero religioso, c’è anche Bertold Brecht, che non ha lasciato dubbi sulla sua determinazione a mettere in discussione il dogma religioso:
Il non permettere che qualcuno si guasti
anche se stessi,
il riempire di gioia tutti, anche se stessi
questo è bene.
Questo è il tratto dell’opera che più mi ha interessato, perché forse uscire dalla solitudine delle culture contrapposte non è soltanto l’arma più efficace contro i fondamentalismi, gli identitarismi che oggi appaiono impossessarsi della scena complice una polarizzazione sempre più forte grazie al meccanismo creato soprattutto dai social media. E’ anche l’essenza di un pensiero che antepone il cuore come elemento decisivo, davanti all’algoritmo: “Si potrebbe dire che, in ultima analisi, io sono il mio cuore perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone. L’algoritmo all’opera nel mondo digitale dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più standard di quanto potremmo pensare. Sono facilmente prevedibili e manipolabili. Non così il cuore”.
Questo punto per me decisivo di DILEXIT NOS (13-14), il testo di papa Francesco che più di altri andrebbe urgentemente riletto, spiega molto del fascino dell’opera di Rocco d’Ambrosio e del suo viaggio parallelo, quello che con queste voci ci aiuta ad andare al di là degli standard dell’algoritmo. Questo dialogo, più di quello tra fede e ragione, può salvarci. E’ uno dei motivi per cui l’arte oggi non è una cenerentola, ma un pericolo, come a mio avviso lo fu quando scelse i fiori del male per sottrarci però all’illusione totalitaria che le scienze sociali ci avrebbero dato la ricetta universale, uguale per tutti, della felicità.
D’Ambrosio non unisce solo questo alla ricapitolazione accurata della visione cattolica nel contesto globale, al superamento della teoria della “guerra giusta”, alla riflessione indispensabile sul diritto alla difesa. Ci ricorda di San’Agostino e ci illustra, alla fine, il ragionamento che oggi per lui fa il cuore, tutto in un libro di sole cento pagine.
Su Sant’Agostino va citata almeno la pagina sull’ordine. “La pace di tutto è la tranquillità dell’ordine”. Cosa vuol dire il legame tra pace e ordine? Scrive d’Ambrosio: “l’ordine è una faccia della moneta, l’altra è quella della giustizia. In altri termini, chi lavora per creare ordine non può prescindere dai criteri di giustizia che adotta. [….] Per molti, ieri come oggi, la giustizia è a sinistra, l’ordine è a destra, come ricordava Mounier negli anni Trenta, lamentandosi di questa verità approssimativa. Il discorso prosegue, con Rawls e Platone: “creare la giustizia nell’anima significa stabilire un ordine gerarchico naturale” mentre l’ingiustizia è “un ordine gerarchico innaturale”. E Douglas: la giustizia è un “sistema intellettuale più o meno soddisfacente, inteso a garantire il coordinamento di un particolare insieme di istituzioni”. Così è più chiaro il cammino che parte da Isaia: “la pace è opera di giustizia”. “La pace- ricorda il Concilio- non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse: essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita opera della giustizia. E’ il frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore, e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta”. Dunque giustizia e ordine, la pace come opera giustizia è frutto dell’ordine. Questo è uno dei capitoli più attuali e importanti per capire questo mondo che molti definiscono in “disordine”, altri nel caos.
Non si può sorvolare sulle pagine relative all’ingerenza umanitaria e alla guerra difensiva, aperte al non appiattimento, ricordando con precisa acutezza che “Papa Francesco ha anche aggiunto che la difesa con le armi è una espressione di amore alla patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama.” Siamo all’interno, non fuori dal discorso sulla pace, e di papa Francesco si ricorda la denuncia del desiderio sfrenato di potere, le relazioni internazionali ostaggio spesso della forza militare, la propaganda nel mostrare gli arsenali bellici. E di Leone “ il nostro Dio è Gesù, il Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra”.
Ma è nelle conclusioni che d’Ambrosio ci illustra la sua comprensione di DILEXIT NOS.
“Dalla parte di chi ha perso la vita per fame, per ogni forma di guerra e violenza e per persecuzione politica e non ha potuto raggiungere le acque della tartaruga gigante. Dalla parte di tutte le vittime, che sono tali non perché hanno un colore della pelle o un altro, una nazionalità o un’altra, un capo politico o un altro, un portamonete pieno o meno. Non dalla parte di chi sostiene i Paesi aggrediti, ma poi continua a fare affari con i Paesi aggressori. Non dalla parte di chi dice tante chiacchiere sulle sanzioni agli aggressori e sulla proliferazione degli armamenti, ma poi non muove un dito per generare politiche pacifiche e giuste. Non certo dalla parte degli ipocriti che attaccano guerre e bombardamenti ma poi sono commensali di chi li progetta, realizza e finanzia. Dalla parte dei bambini massacrati, degli anziani attaccati, delle donne violentate”. La scelta prosegue.