Fabia Bettini: meglio cinque anni di dieta che un cinema drogato
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Fabia Bettini: meglio cinque anni di dieta che un cinema drogato

La direttrice di Alice nella Città, al Marateale, interviene sulla riforma del sostegno pubblico mentre il nuovo testo approda in Parlamento: «C’era una zona grigia e lo sappiamo tutti. Ma non devono pagare sempre gli stessi».

Fabia Bettini - Marateale - intervista di Alessia de Antoniis
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

9 Agosto 2026 - 13.04


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Al Marateale, Fabia Bettini, direttrice di Alice nella Città, porta da cinque anni Young Blood, il progetto dedicato agli attori under 30 ideato con Daniele Orazi. Ma, in attesa della Festa del Cinema di Roma, resta l’annosa domanda: i due festival verranno prima o poi separati anche nel calendario?

Alice è già separata dalla Festa – risponde energicamente Fabia Bettini – È contemporanea per quanto riguarda le date. Ma vorrei farvi riflettere: a Venezia ci sono le Giornate degli Autori e la Settimana Internazionale della Critica. Perché questo problema si pone soltanto con Alice a Roma?

Le redazioni devono scegliere cosa seguire. Una testata può decidere di occuparsi di tre titoli, un’altra di quattro. Abbiamo circa 45 film e 50 cortometraggi.

Siamo cresciuti molto, è vero, ma la vita è fatta di scelte. E bisogna considerare i costi: non abbiamo il budget della Festa del Cinema, abbiamo la metà della metà. Riusciamo a mantenere un livello alto proprio grazie alle strutture e alle spese che riusciamo a condividere.

Young Blood è un progetto ideato con Daniele Orazi e sviluppato in partnership con Marateale. Perché avete scelto di farlo crescere qui e non dentro Alice nella Città?

Perché Maratea ci è sembrata la dimensione giusta per un progetto che ha bisogno di costruire una comunità e di crescere lentamente.

Alice nella Città è diventata un festival molto grande. Anche se è pensato per i ragazzi, deve rispettare le dinamiche di un grande evento: i red carpet, gli appuntamenti di mezz’ora, gli orari serrati. Manca il tempo dell’incontro, dello stare davvero insieme.

A Maratea i ragazzi possono incontrare attori, registi e produttori; soprattutto possono conoscersi tra loro, fare rete, aiutarsi, imparare gli uni dagli altri e trovare ispirazione. Per un artista non è importante soltanto partecipare a una masterclass o conoscere un professionista. È importante anche sentirsi meno solo.

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Significa poter sbagliare e avere accanto qualcuno che ha vissuto la stessa esperienza e può raccontarti come l’ha superata.

Un festival può scoprire un talento, non garantirgli una carriera. Dove finisce il vostro lavoro: con la selezione e il premio oppure continuate ad accompagnare attori e autori nell’incontro con agenti, produttori e broadcaster?

È ciò che facciamo con Alice nella Città. Seguiamo film, attori, registi e sceneggiatori a trecentosessanta gradi.

Con la riapertura del Cinema Fiamma, speriamo di poter arrivare fino alla fine del percorso: avere più sale, sostenere la distribuzione e scommettere sui film nei quali crediamo.

È accaduto con Gioia mia: il film è arrivato da noi, lo abbiamo accompagnato durante l’uscita, nella campagna per i David di Donatello e poi nelle arene. È accaduto anche con Paolo Strippoli: era nella giuria di Alice nella Città a sedici anni, lo abbiamo seguito durante il percorso al Centro Sperimentale e successivamente nei suoi film. Veder crescere un autore è una delle parti più belle del nostro lavoro.

Per i ragazzi selezionati da Young Blood esiste un percorso concreto successivo al premio o il passaggio al sistema produttivo dipende ancora dalle relazioni individuali?

Partecipare a Young Blood non significa avere una carriera garantita. Noi possiamo offrire degli strumenti, ma non esistono ricette pronte.

Però Young Blood ha una caratteristica importante: è aperto. Non bisogna avere già un’agenzia o essere iper-referenziati.

Per chi viene dal Sud, passa spesso l’idea che si possa lavorare soltanto trasferendosi a Roma o conoscendo le persone giuste. Young Blood prova a interrompere questo meccanismo.

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Noi offriamo ai ragazzi l’occasione di essere visti, di incontrare agenti, casting director, produttori e registi. Poi spetta a loro continuare a giocare la partita.

Dopo cinque edizioni, quali risultati dimostrano che Young Blood non si esaurisce nella visibilità di qualche giorno?

Quasi tutti i ragazzi hanno continuato a lavorare. Alcuni sono entrati nelle grandi serie, altri nel cinema, altri ancora hanno trovato un’agenzia o sono stati ammessi al Centro Sperimentale.

Durante le selezioni capita che un professionista segnali un partecipante alla propria agenzia o lo scelga per un progetto. E non sempre si tratta del vincitore.

Ma dobbiamo anche cambiare il modo in cui misuriamo il successo. Ha successo solo chi entra in una fiction popolare? Oppure anche chi sceglie il teatro sperimentale e magari tra qualche anno diventerà regista?

Ci concentriamo tutti sullo stesso nome e dimentichiamo gli altri. Poi diciamo che una persona è “esplosa” oppure che è scomparsa. Spesso non è scomparsa affatto: siamo noi che non abbiamo guardato nel luogo in cui stava lavorando.

Con le nuove regole e il nuovo sistema dei finanziamenti, non rischiano di pagare il prezzo più alto proprio i giovani e le realtà indipendenti?

Non lo so, ma penso che la cosa più importante sia entrare in un sistema sano. Mi fa più paura l’idea di vivere in un sistema drogato, nel quale non sai cosa accadrà domani.

È meglio sapere che dovremo stare a dieta per cinque anni, stringere oggi la cinghia e poi ripartire in maniera sana, invece di continuare a fingere che vada tutto bene.

Ha letto la nuova legge?

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Sì. Ci sono aspetti che mi convincono e altri no. Il problema non è soltanto la legge, ma il modo in cui vengono costruiti e gestiti gli strumenti. Uno strumento è neutro: dipende da chi lo usa e da come lo usa.

Purtroppo esisteva una zona grigia. Qualcuno ne ha approfittato e qualcuno no, ma quella zona grigia doveva essere eliminata. Dobbiamo riconoscere che alcune cose non hanno funzionato: lo sappiamo tutti.

Questo non significa che debbano pagare sempre gli stessi, che i sacrifici debbano diventare insostenibili o che si debba scatenare una campagna punitiva contro il settore. Il cinema italiano è sano e ha la possibilità di ripartire, ma deve avere il coraggio di riconoscere gli errori.

Che cosa non è stato fatto in passato?

Quando abbiamo partecipato ai primi progetti nazionali destinati alle scuole, ad esempio, ci siamo accorti che non era stato fissato un tetto al numero delle partnership. 

Una realtà poteva essere capofila di un progetto e partecipare contemporaneamente a molti altri. I soggetti più forti potevano così accumulare cinque o dieci partnership e ottenere un vantaggio enorme nella valutazione. Non era illegale, ma era una falla evidente. 

Noi lo segnalammo e l’anno successivo il meccanismo fu corretto. Se lo stesso lavoro fosse stato fatto sul tax credit, probabilmente non saremmo arrivati alla situazione attuale.

Non basta scrivere una norma: bisogna osservarne gli effetti, individuare le storture e correggerle prima che diventino strutturali.  Altrimenti i grandi soggetti raccolgono risorse sempre maggiori, mentre gli operatori che svolgono materialmente il lavoro restano in una posizione subordinata. E un sistema del genere, anche se formalmente corretto, non è necessariamente giusto.

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