Trump, Putin e il ritorno degli imperi: l’Europa deve difendere democrazia e libertà dalla legge del più forte

In Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale, Vittorio Emanuele Parsi analizza il ritorno delle logiche imperiali e difende l’Europa come baluardo di democrazia e libertà.

Trump, Putin e il ritorno degli imperi: l’Europa deve difendere democrazia e libertà dalla legge del più forte
Vittorio Emanuela Parsi
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23 Agosto 2026 - 13.25


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di Antonio Salvati

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Apparteniamo ad una generazione che per molti decenni ha potuto considerare la guerra come qualcosa che ci riguardava più sul piano etico che su quello concreto. Abbiamo studiato le terribili dittature del Novecento, credendo fossero un monito sui manuali di storia o minacce confinate in mondi lontani. Abbiamo fatto nostra l’idea, affermatasi dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, che la guerra fosse un atto criminale da non ripetere più. Dopo la fine della seconda guerra mondiale seguì un tempo per tanti versi senza precedenti nella storia del mondo, caratterizzata dalla diffusione del ripudio della guerra (come prevede la nostra Carta costituzionale). Dopo il crollo del muro di Berlino ci siamo illusi che la democrazia liberale avrebbe imposto al mondo il suo dolce commercio. Diciamo la verità: abbiamo anche pensato che la pace in Europa volesse dire pace nel mondo e poco importava se negli altri continenti le guerre continuavano. Un’idea che ha molto ridimensionato la grande speranza di un mondo senza guerre.

Oggi assistiamo alla disgregazione dell’ordine internazionale costruito dopo i due grandi conflitti del XX secolo, di cui la bomba nucleare è stata la chiave di volta. La disgregazione delle nazioni globalizzate ha rafforzato la tirannia delle opinioni manipolate dai social network e ha favorito l’emergere di dittatori esperti in disinformazione. Che cos’è il cosiddetto ritorno della barbarie se non una natura che riaffiora – avrebbe detto Henri Bergson – sotto la sottile vernice della civiltà?

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Ci ritroviamo oggi in un mondo che brucia ed è nuovamente dominato da logiche imperiali. Sapevamo che Russia e Cina si muovessero in questa direzione da tempo. La vera novità, dirompente e inattesa, sono gli Stati Uniti di Trump, che hanno letteralmente dissestato dall’interno l’ordine liberale internazionale che per primi avevano contribuito a costruire. Di questo e in generale dell’ordine geopolitico mondiale parla nel suo ultimo volume Vittorio Emanuele Parsi, Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale, (Bompiani 2026 pp. 208 € 18,00).  Fin dalle prime pagine Parsi attinge dalla potente metafora del “modello di Schweller” (elaborata dallo studioso statunitense Randall Schweller) per mostrare bene cosa è successo nell’ordine internazionale dal dopoguerra in poi. È abbastanza facile identificare per tutto il periodo, fino a pochissimo tempo fa, gli Stati Uniti come la potenza leader. Parsi racconta come la superpotenza americana abbia abbandonato il ruolo del leone che veglia sulla foresta per tornare a vestire quello di lupo affamato in un mondo popolato di altri lupi e di sciacalli pronti a seguirli. Gli alleati europei, ma non solamente loro, venivano identificati come gli agnelli. Che non sono, attenzione, gli imbelli. Sono quelli che non hanno da soli capacità sufficienti o la volontà di mantenere l’ordine. In realtà, tra gli si potevano annoverare nel sistema internazionale del dopoguerra tutti quelli che avevano un interesse a che il modello antagonista, il modello comunista sovietico sostanzialmente, non prevalesse. Pertanto, anche paesi molto molto lontani, tiepidi, amici degli Stati Uniti, ma sostanzialmente orientati a quell’ordine. Sorge spontanea la domanda non più eludibile: in questo scenario, qual è il ruolo degli agnelli che ancora credono nella democrazia?

Innanzitutto, comprendere che il ritorno degli imperi – come logica di sopraffazione, come ambizione, come pratica concreta di potere – «non è più uno spettro evocato dai pessimisti di professione o dai nostalgici di un ordine ottocentesco che credevamo sepolto per sempre sotto le macerie di due guerre mondiali. È una realtà di nuovo attuale, visibile a occhio nudo per chi abbia la volontà di guardare. E guardare, oggi, è già un atto di coraggio». Avendo chiaro che, in concreto, un mondo dominato dagli imperi «significa un mondo in cui la pace non è un diritto, ma una concessione. In cui la prosperità non è frutto di regole condivise, ma di accordi tra potenti. In cui la sicurezza non è garantita dalla legge, ma dalla benevolenza – sempre revocabile – di chi detiene la forza. In uno scenario simile, il modello politico a cui noi italiani, europei, occidentali apparteniamo non arretra: collassa». In questo scenario, non c’è spazio per i valori democratici, per la tutela dei diritti individuali, per la certezza del diritto in un mondo governato da logiche di predazione e di dominio. Conosciamo gli effetti e i pericoli della natura imperiale della Cina e della Russia. Ciò che invece è radicalmente inedito – e che rende questo momento storico diverso da qualsiasi altro che abbiamo vissuto nel dopoguerra – è il ruolo assunto dagli Stati Uniti nell’attuale contesto internazionale. Con la seconda presidenza di Donald Trump, «è in corso qualcosa di qualitativamente diverso da un semplice riorientamento di priorità o da una gestione più muscolare della politica estera americana: è lo smantellamento dall’interno del sistema internazionale liberale che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a edificare e che per decenni hanno garantito. Ridurre questo fenomeno a una delle tante oscillazioni del pendolo americano, a un “tanto hanno sempre fatto così”, è un errore analitico grave, deviato spesso da pregiudizi ideologici o dall’antiamericanismo. La leadership statunitense nel mondo non è in crisi perché gli USA fanno quello che hanno sempre fatto: è in crisi esattamente perché hanno smesso di farlo». Quel che accomuna Trump a Putin, e che lega il disegno americano a quello russo in modo per molti versi sorprendente, «è la convergenza su almeno due obiettivi strategici fondamentali: demolire le istituzioni internazionali che potrebbero costituire un ostacolo alla ricerca di un potere senza limiti, e indebolire – fino a smembrarla, se possibile – l’Unione Europea».

L’Europa, con tutta la sua farraginosità, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, rimane l’esperimento politico più avanzato mai tentato nella storia per costruire uno spazio di convivenza fondato sulla legge, sul rispetto dei diritti e sulla rinuncia alla sopraffazione come strumento di governo. Proprio per questo è un ostacolo e un bersaglio. Se noi abbiamo potuto vivere la nostra durevole pace è anche perché c’erano gli USA a garantirla, ma ora il primo ministro canadese lo ha detto con parole nette: quella in atto «non è una transizione, è una rottura». In questo senso, Trump – per Parsi – «è il primo presidente “antiamericano” nella storia degli Stati Uniti, perché sta sistematicamente distruggendo le basi su cui gli Stati Uniti hanno costruito la propria egemonia sul sistema internazionale, ovvero aggravando il declino relativo della superiorità materiale – economica e militare – statunitense con il deliberato, miope deterioramento della propria legittimità in quanto guida dell’ordine internazionale». È nel centro atlantico del sistema che nasce il concetto di Occidente postbellico, un Occidente che non è caratterizzato da tematiche identitarie, ma dalla condivisione della preferenza per la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato competitiva e la società aperta. È soprattutto «sull’Occidente che si dispiegava tutta la realtà innovativa del soft power americano, ovvero la capacità di persuadere gli altri a seguire la strada segnata dagli Stati Uniti, di ritenere quasi “naturale” la leadership USA, considerandola in qualche misura legittima e, comunque, “preferibile” rispetto a tutte le altre alternative possibili: dall’ordine nazista al comunismo sovietico».

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In un mondo che si è definitivamente acconciato alla legge del più forte, che non ha conosciuto altro che questa legge, è opportuno domandarsi se noi europei desideriamo contrastare “la legge della forza con la forza della legge”. Dopo la Seconda guerra mondiale, la civiltà occidentale ha trovato il coraggio di dare vita a una colossale “discontinuità storica”, anche e soprattutto nella concezione e nella conduzione della politica internazionale, per costruire un mondo meno oppresso dal conflitto. Difendere oggi la continuità di quella eredità novecentesca per Parsi significa, dunque, «difendere i tratti della nostra “identità” e, cosa decisamente più importante, della nostra “libertà”. Questa è la battaglia politica e culturale cruciale della nostra epoca, decisiva per determinare il tipo di mondo che intendiamo consegnare alle nostre figlie e ai nostri figli. Una battaglia dall’esito incerto, senza alcun dubbio, che richiederà sacrifici anche gravosi e uno sforzo prolungato, grande onestà intellettuale e tanto coraggio civile. Ma l’incertezza dell’esito non deve spaventarci, perché l’alternativa che deriverebbe dalla nostra ignavia e dalla nostra viltà è invece molto chiara e semplice da descrivere: la servitù». Occorre riconoscere e valorizzare cosa ha fatto l’Unione che oggi rappresenta il maggiore baluardo a protezione della libertà, della democrazia, pur con tutte le sue difficoltà, le sue lungaggini. Ma ben vengano. Anche se l’Europa è attanagliata dalle sue paure e dal suo egoismo dove tutti fanno le vittime e dicono che la colpa è dell’altro (la storia ci insegna che dall’egoismo europeo non nasce mai nulla di buono). Ma bisogna muoversi con intelligenza.

Mario Giro propone che l’Europa metta in guardia i leader dell’Unione dal pensare di giocare una partita con USA, Cina ma anche con la Russia in cui abbiamo solo da perdere. L’Europa si faccia promotrice di «un patto con grandi Paesi come la Turchia, l’India, la Corea, con grandi Paesi africani e latinoamericani come il Brasile che non hanno aderito a quest’idea bellicista generalizzata». L’integrazione europea è troppo lenta, abbiamo bisogno di accelerare, anche a costo di decidere con chi ci sta: «L’euro è una cooperazione rafforzata: se avessimo dovuto essere tutti d’accordo non sarebbe mai partito».

Serve, beninteso, anche l’impegno e lo sforzo di ciascuno. Per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo innanzi tutto saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Non significa divenire accademici o esperti, ma seguire con costanza e attenzione il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica – come direbbe Andrea Riccardi – devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, diciamocelo chiaramente, una cultura geopolitica è necessaria. Come l’inglese quando si viaggia. Abbiamo tanti strumenti a disposizione – penso agli innumerevoli podcast presenti in rete – per comprendere e interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione. Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede.

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