di Rock Reynolds
Brutti, sporchi e cattivi? È questa la descrizione giusta per chi nel XIX secolo viveva nelle lande selvagge del West? Be’, dell’aspetto esteriore possiamo solo desumere qualcosa dai dipinti a olio e dai dagherrotipi della seconda metà dell’Ottocento e non parrebbe che le persone in esse ritratte fossero particolarmente meno presentabili di quelle dei decenni immediatamente precedenti e successivi. Certo, l’igiene personale non era una delle principali prerogative del tempo. Forse non ce n’erano le condizioni: la vita era durissima, il lavoro molto pesante, i soldi per qualcosa che andasse al di là dello stretto indispensabile pochi.
Quanto al carattere, direi che tutto il mondo è paese e che il presente non ci concede il privilegio di ergerci a faro di moralità della storia. Tutto sommato, in quei ritratti c’è qualcosa che rimanda con la memoria addirittura all’epoca del banditismo nostrano, agli anni in cui la nazione Italia era ancora una creatura in fasce e la legge faticava a imporsi sul territorio. I briganti di quei giorni si facevano spesso ritrarre mentre sfoggiavano sorrisi quasi beffardi o, comunque, pose da rockstar ante litteram, come se fossero consci del terrore che le loro scorribande incutevano nella popolazione civile e del fascino perverso e ribelle che trasmettevano.
Il cuore d’inverno (Fazi Editore, traduzione di Monica Pareschi, pagg 188, euro 18,50) di Kevin Barry, irlandese doc che oggi risiede nella contea di Sligo, con l’Isola di Smeraldo c’entra solo fino a un certo punto: il protagonista, Tom Rourke, è giunto dall’Irlanda come milioni di suoi compatrioti e si è spinto, al pari di torme di altri disperati in cerca di dignità ancor prima che fortuna, in uno degli angoli più remoti degli Stati Uniti, ovvero Butte, cittadina mineraria del Montana.
Tom Rourke è un sognatore, spiantato come molte altre persone che ripongono nel futuro la speranza in un mondo e in una vita migliori. Ed è pericolosamente dedito agli eccessi, in particolare alle delizie dell’oppio. Ma Tom ha una peculiarità che lo distingue praticamente da chiunque altro in quello spicchio di mondo di cui talvolta si ha la sensazione che Dio si sia dimenticato: padroneggia ottimamente le parole, scrive poesie e canzoni e, in cambio di un modesto emolumento, confeziona persino lettere d’amore per conto di chi, magari, non solo non è in grado di comporle nel modo giusto, ma non ha mai imparato a leggere e a scrivere. Qualcuno potrebbe dire che da quelle parti – ma, ahinoi, pure dalle nostre – di gente totalmente illetterata o, peggio ancora, analfabeta di ritorno ce ne sia tuttora parecchia, ma questo dettaglio non ha molta attinenza con il romanzo in questione.
Tom raggranella qualche soldo facendo da assistente al fotografo locale, la cui attività è in costante crescita, di pari passo con lo sviluppo incontrollato della cittadina e dell’attività economica che la sostiene: persino in una landa gelida, desolata e brutale come le praterie e i colli del Montana, un minimo di narcisismo prende piede tra gli abitanti di Butte, una congrega variegata di buzzurri, biscazzieri, minatori, prostitute, becchini, pastori, signorotti, maniscalchi, sicari. In fondo, Butte è la classica cittadina del West, non lontano dal confine col Wyoming e con quelli che, nei giorni in cui si svolge la storia raccontata ne Il cuore d’inverno, non avevano ancora l’imprimatur ufficiale di “stato”, ma venivano ancora designati come “territori”, nella fattispecie l’Idaho.
Siamo nel cuore delle Montagne Rocciose. Butte conserva ancor oggi la medesima conformazione di un secolo e mezzo fa, con una Main Street che sembra non essere quasi stata toccata dal progresso. Ce ne sono ancora parecchie di cittadine simili e continuano a risultare intriganti.
Buffo che a scrivere un western di pregio non sia un americano bensì un irlandese. D’accordo, Kevin Barry non è un irlandese qualunque: i suoi romanzi e le sue raccolte di racconti hanno mietuto consensi in abbondanza e la sua prosa si è fatta apprezzare fin dalle prime opere pubblicate. Terminato di leggere Il cuore d’inverno, procuratevi una copia del romanzo L’ultima nave per Tangeri e non ve ne pentirete.
La narrativa western è, per ovvie ragioni, solitamente appannaggio di autori statunitensi che il West lo conoscono come le proprie tasche e che hanno l’opportunità di visitarlo, ma il raro talento di Barry annulla il gap di partenza e la sua penna mirabolante travolge il lettore con un flusso portentoso di parole che vanno immancabilmente a segno, che si tratti di un dialogo allitterato tra semianalfabeti oppure della descrizione a tratti poetica di un ambiente naturale. Al di sopra di tutto c’è una maestria assoluta nel tratteggiare i personaggi e nel far vivere le loro emozioni sulla pagina come se fossero raggi ustionanti di sole, venti di tempesta, chicchi di grandine.
Come in ogni western che si rispetti, anche ne Il cuore d’inverno inaspettatamente si presenta uno straniero – per la verità, una forestiera – il cui arrivo è destinato a far saltare il classico banco: Polly è una donna dal passato fosco, sposata sostanzialmente per procura dal ricco padrone delle miniere, il capitano Anthony Harrington. Dunque, di amore ce n’è poco e, non appena Tom Rourke le mette gli occhi addosso, scoccano il seme della passione e la prima scintilla di un disastro annunciato. E il disastro si fa catastrofe quando i due decidono di fuggire verso San Francisco, suggellando la loro unione nel sangue, non prima di aver dato fuoco a una pensione del posto.
Non passerà tanto prima che la fuga, che inizialmente pare assumere le sembianze di un nido itinerante d’amore per i due nuovi compagni, si offuschi di una luce sinistra, tra i boschi bui e misteriosi delle inospitali montagne dell’Idaho.
Altro di questa splendida storia non si può raccontare, posto che è la grande abilità narrativa dell’autore a fare la differenza e a trasformare una vicenda che, analizzata con superficialità, parrebbe assomigliare a decine di altre storie western raccontate in romanzi e film. L’occhio analitico di Barry trafigge il cuore del lettore, ammantando la storia del senso di una tragedia annunciata, di un destino incontrovertibile che si annida dietro un abete, sotto una pietra, al di là di un colle. La natura selvaggia fa da scenario imbattibile per questa splendida storia d’amore di impianto classico: se sia una tragedia o, tutto sommato, una commedia umana toccherà al lettore scoprirlo.
