Meloni racconta il Paese dei balocchi, ma l’Italia reale è impoverita, diseguale e senza futuro per giovani e donne
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Meloni racconta il Paese dei balocchi, ma l’Italia reale è impoverita, diseguale e senza futuro per giovani e donne

L’Italia reale mostra debito al 137,1% del Pil, crescita +0,4%, salari -8,6%, 18,6% a rischio povertà, disuguaglianze e stagnazione rispetto all’Europa. Lo dice l'Istat.

Meloni racconta il Paese dei balocchi, ma l’Italia reale è impoverita, diseguale e senza futuro per giovani e donne
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Claudio Visani Modifica articolo

23 Maggio 2026 - 12.04


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‘Italia virtuale e l’Italia reale. Il Paese dei balocchi narrato da Meloni & co. – stabilità politica, economia in salute nonostante le guerre, conti in ordine, spread ai minimi, occupazione record, credibilità internazionale – e il Paese reale fotografato dall’ultimo rapporto Istat. Che è – quest’ultimo – un Paese ormai alla canna del gas. Debito pubblico al 137,1% del Pil, inferiore solo a quello della Grecia, pressione fiscale salita dell’1,7% negli ultimi tre anni fino a raggiungere il 43,1% nel 2025, evasione fiscale a quota 100 miliardi, crescita sempre più prossima allo zero (+0,4% nella previsione per il 2027).

Un’Italia che tra il 2007 e il 2025 ha visto il proprio Prodotto interno lordo aumentare di appena l’1,9%, contro circa il 20% di Francia, Germania e Spagna, sempre più vecchia e impoveritra, piegata dalle disuguaglianze a cominciare da quelle di genere (il lavoro di cura è ancora quasi totalmente sulle spalle delle donne, le differenze salariali e di carriera tra maschi e femmine continuano ad essere profonde), dove a pagare il conto sono soprattutto i giovani (costretti a vivere nella precarietà, i due terzi dei contratti di lavoro a termine) e le donne, con i trentenni di oggi che stanno peggio dei loro genitori. Nella generazione nata tra il 1980 e il 1994, l’ascensore sociale discendente ha raggiunto il 27,1%, una quota maggiore rispetto a tutte le generazioni precedenti, che supera quella ascendente, ferma al 25%.

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Un Paese in stagnazione, incapace di reagire e di darsi una direzione, con la produzione industriale ferma, che investe poco in istruzione, innovazione tecnologica e digitale, colpito più di tutti gli altri dalla crisi energetica, con la benzina e le bollette tra le più care d’Europa e l’inflazione che ad aprile è già balzata al 2,8%.

Un’Italia dove il valore reale di salari e stipendi negli ultimi sette anni è diminuito dell’8,6%, che oggi ha undici milioni di persone (il 18,6%) considerate a rischio povertà, dove quattro milioni e mezzo di cittadini (il 7,6%) è costretto a rinunciare alle cure, con un quinto della popolazione che dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e di non riuscire a far fronte a spese impreviste, dove un giovane laureato su quattro è destinato a mansioni inferiori al suo titolo di studio e il 10,4% dei nostri dottori di ricerca deve trasferirsi all’estero se vuole trovare un lavoro adeguato e crearsi un futuro.

Dati che rendono impetoso il confronto tra l’Italia e gli altri principali paesi europei, soprattutto con la Spagna, l’unico – sarà un caso? – governato dalle forze di ispirazione socialista di una sinistra europea comunque in profonda crisi. La Spagna cresce il triplo dell’Italia (+9% tra il 2022 e il 2025), mantiene perciò un alto livello

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di spesa pubblica (+10,2% contro il 3,1% in Italia, nell’ultimo triennio), ha una politica di accoglienza e integrazione degli immigrati (+22,3% di stranieri regolari contro il +4,6% dell’Italia), una popolazione giovane in aumento, investe tanto in innovazione e tecnologia, ha l’80% dell’energia da fonti rinnovabili e carbon free e le bollette meno care d’Europa.

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