Un’intervista a Ernst Knam, uscita su Fanpage una decina di giorni fa, ha inevitabilmente riaperto un dibattito che di anno in anno assume un peso sempre maggiore, riassumibile in una domanda: ci identifichiamo e qualifichiamo nel lavoro che svolgiamo? Un giovane lettore risponderà senza alcuna esitazione: assolutamente no. Per un cinquantenne o più la risposta può essere assai diversa, e nel caso dei più famosi – e spesso instagrammabili – imprenditori spesso lo è.
Se non le aveste già lette riprendo alcune parole rilasciate dal “re del cioccolato” alla testata, non dissimili a quelle di suoi altri colleghi: “I nostri pasticcieri iniziano tra le 7:00 e le 8:00 del mattino e tra le 16:00 e le 17:00 vanno a casa con un’ora di pausa. Sono 8 ore, per 5 giorni fanno 40. Trent’anni fa facevamo il triplo”, per poi continuare “Certo, manca la passione. Se alle quattro in punto cade la spatola, anche se il lavoro non è finito, qualcosa non va, perché 15 minuti in più non sono nemmeno da considerarsi come straordinario”. Ebbene proprio la famosa passione, la grande assente nei giovani dei nostri giorni, che portava Knam a coprire turni stacanovisti.
“A New York eravamo cento pasticcieri, ma nessuno guardava l’orologio, lavoravamo anche 18 ore al giorno, tutti col sorriso. […] All’epoca si aveva fame di arrivare, lavorare per un tre stelle era la cosa più ambita per un giovane chef, fare la gavetta, sudare, olio di gomito, non c’era la televisione”.
Vale la pena soffermarsi proprio su queste ultime parole. La gavetta. È davvero inconcepibile un mondo lavorativo in cui un neo assunto non debba sottostare a dinamiche nonniste, senza sudore e olio di gomito, per formarsi e aspirare al successo? La diretta correlazione tra maggiori sacrifici, talvolta al limite della sofferenza, e maggiore successo futuro è proprio il terreno di scontro su cui si confrontano due classi generazionali con opinioni totalmente divergenti. Quello che gli imprenditori “vecchio stampo” sembrano non capire è che ai ragazzi d’oggi il successo interessa tanto quanto ai loro nonni. Ciò che è cambiato sono i modi attraverso cui cercano di raggiungerlo. Buttarsi a rotta di collo sacrificando completamente l’oggi per il domani semplicemente non attira più, e viene anzi considerato malsano.
C’è però un’altra frase, passata per lo più in sordina rispetto a tutte le altre, che ha colto la mia attenzione e che credo vada a toccare un altro ganglio della questione. Sempre per Fanpage il pasticciere dichiara: “Il tempo libero costa. Se io sono libero, io vado al bar a bere un caffè, pago. Qualsiasi cosa io faccia, pago”. Una riflessione che sottende una ripartizione binaria del tempo, diviso in tempo in cui si guadagna e tempo in cui si spende. Produrre o consumare, non c’è alternativa. “Produci, consuma, crepa”, per fare una citazione. Ma si tratta di una concezione a cui buona parte dei “giovani d’oggi” sono estranei. Oltre a questi due, che innegabilmente occupano una buona parte della nostra esistenza, ne esiste un terzo: il tempo preso per sé stessi. Che perché no, può anche assumere le vesti dell’ozio.
Per quanto la specifica questione finirà presto nel dimenticatoio come tutte le decine di altre simili, è importante prendere atto di come testimoni una frattura sempre più inconciliabile. Le aspettative sulla vita lavorativa, e di riflesso su quella privata, sono radicalmente cambiate e il mercato non può non tenerne conto. L’inevitabile conseguenza è quella di ritrovarci a leggere decine di altre interviste a famosi imprenditori che si lamentano di non riuscire a trovare manodopera. E decine di altre che denunciano le condizioni lavorative dei dipendenti che vi lavoravano, un tempo ritenute la normalità, ma non oggi. Proprio come accaduto a Ernst.
