Perché la plastica continua a sedurci: tra nostalgia e contraddizioni

Per anni considerata il simbolo dell’inquinamento e del consumo usa-e-getta, oggi la plastica torna protagonista tra design, moda, collezionismo e vintage. Un materiale che continuiamo a criticare, ma da cui facciamo ancora fatica a separarci.

Perché la plastica continua a sedurci: tra nostalgia e contraddizioni
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25 Maggio 2026 - 15.00 Culture


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di Giuseppe Christopher Catania

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Ci dicono che la plastica ci sta soffocando. Eppure continuiamo a sceglierla ogni giorno. 

Questo materiale nasce dal chimico inglese Alexander Parkes che tra il 1861 e il 1862 che inventa una sostanza semisintetica la parkesina, ma successivamente un’altra invenzione del 1870 è stata brevettata dall’americano John W. Wyatt, la celluloide, concepita per costruire palle da biliardo. Ed ecco che la plastica a poco a poco è entrata nelle case di tutti, infatti è stata impiegata per la realizzazione di oggetti d’uso comune e non solo. 

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Ma il Novecento è stato il “secolo della plastica”, sia grazie alla scoperta di nuovi materiali, sia per la crescita rapidissima della produzione industriale. Nel 1907 il chimico belga Leo Baekeland mise a punto la prima resina termoindurente, la bakelite, destinata a diventare per diversi decenni la plastica più diffusa al mondo. Negli anni successivi arrivarono anche il polivinilcloruro (PVC), la cui diffusione su larga scala avvenne soprattutto nel secondo dopoguerra, e il cellophane che, grazie alle sue proprietà di trasparenza e impermeabilità, si rivelò particolarmente adatto al confezionamento degli alimenti.

Negli anni Trenta, infine, l’introduzione e la produzione del nylon segnarono l’inizio dell’epoca delle fibre sintetiche. Nel secondo dopoguerra la plastica conobbe una crescita senza precedenti, trasformandosi in uno dei materiali simbolo della produzione industriale di massa. Sul piano scientifico, le innovazioni più rilevanti furono quelle introdotte dal chimico tedesco Karl Ziegler che nel 1953 perfezionò il processo di produzione del polietilene (PET), e dall’italiano Giulio Natta che l’anno seguente sviluppò il polipropilene, poi commercializzato con il nome Moplen. In pochi anni questi materiali si affermarono come le plastiche più utilizzate a livello globale. 

La produzione mondiale di materie plastiche, che nel 1950 superava di poco i due milioni di tonnellate, iniziò ad aumentare a ritmi sempre più sostenuti, modificando profondamente le abitudini quotidiane. Con il trascorrere degli anni la plastica venne impiegata nella realizzazione di una quantità crescente di prodotti. Negli anni Settanta, ad esempio, comparvero le prime bottiglie in PET, oggi tra gli oggetti più diffusi al mondo. All’inizio degli anni duemila la produzione globale di plastica aveva ormai oltrepassato i 200 milioni di tonnellate all’anno: quasi cento volte in più rispetto ai livelli registrati mezzo secolo prima. 

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Come spesso accade con i fenomeni di consumo di massa, anche la plastica ha conosciuto una fase di grande espansione seguita da un crescente ridimensionamento della sua immagine pubblica. Con il tempo, infatti, è emerso con sempre maggiore evidenza l’impatto negativo che gran parte della produzione plastica ha sull’ambiente e sulla salute umana. Già nei primi anni Settanta il biologo Edward Carpenter pubblicò sulla rivista Science uno dei primi studi a denunciare la presenza di enormi quantità di frammenti plastici nel Mar dei Sargassi e nell’Oceano Atlantico.

Ma la costante presenza della plastica porta alla creazione di oggetti più disparati; come prodotti da collezione, di design, come la “Lampada Eclisse”, “Panton Chair”, “Poltrona Blow”, ma anche nel fashion system hanno creato dei look interamente fatti in PVC con un rifacimento alle dinamiche di sensibilizzazione e sostenibilità. 

L’ingresso del PVC nel mondo della moda si deve a Elsa Schiaparelli, che fu tra le prime a utilizzare questo materiale nella realizzazione di alcuni gioielli. Successivamente stilisti come Pierre Cardin, Paco Rabanne e André Courrèges diventarono figure centrali della cosiddetta “Space Age”, distinguendosi come pionieri nell’impiego del PVC nell’abbigliamento. In quegli anni la moda era dominata dalla sperimentazione e dall’estetica futuristica, elementi che influenzavano profondamente lo stile delle collezioni. Dagli anni Sessanta in poi il PVC venne impiegato nella realizzazione di un numero sempre maggiore di capi e accessori: gonne, minidress, pantaloni, trench e dettagli moda entrarono rapidamente nell’immaginario dell’epoca, lasciando un’impronta duratura nelle collezioni di alcune delle maison più influenti. A contribuire ulteriormente alla diffusione degli abiti in PVC fu anche il cinema: nel 1967 Audrey Hepburn indossò sul grande schermo un completo nero in vinile firmato Paco Rabanne nel film “Two for the Road”, mentre nello stesso anno il trench portato da Catherine Deneuve in Belle de Jour contribuì a consolidare il fascino di questo materiale nell’immaginario collettivo.

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Questo fascino della plastica non è solo un retaggio del passato, ma qualcosa che sta tornando in voga, infatti, negli ultimi giorni si è parlato di Swatch, una nota marca di orologi creati principalmente in plastica. In alcuni punti vendita Swatch è stata lanciata una serie speciale composta da otto orologi nata dalla collaborazione con Audemars Piguet, storica maison dell’orologeria di lusso. La collezione, attesa da settimane, ha attirato folle di appassionati: come già successo in occasioni simili, davanti ai negozi si sono create code interminabili, con persone accampate anche diversi giorni prima dell’apertura delle vendite. In alcune città, tra cui Milano, la tensione è sfociata in risse e momenti di caos che hanno reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine. 

Oppure i collezionisti che vanno alla ricerca di oggetti che possono essere custoditi e acquistati per essere inseriti nelle proprie collezioni, infatti a rimarcare questo “ritorno al passato” ci sono programmi tv come ad esempio “Cash or Trash – Chi offre di più?”. Ma anche nella vita quotidiana, molti scelgono di recarsi in mercati vintage, rigattieri e simili, per arredare le proprie case o scegliere oggetti che rendono unici l’ambiente. Questo atteggiamento nel ricercare oggetti di epoche passate, è un trend che è destinato a durare, lo potremmo chiamare un ritorno del “Vintage Age”. 

Ma ciò che rende il vintage cosi affascinante e ricercato, sono principalmente: l’autenticità e  l’unicità, inoltre le giovani generazioni che sono sempre più legate alle questioni ambientaliste preferiscono acquistare qualcosa di pre-owned, questo infatti richiede un impiego inferiore di risorse e comporta un impatto ambientale più contenuto rispetto alla produzione di capi e oggetti nuovi. Allo stesso tempo, il mercato del vintage incentiva il riutilizzo degli abiti e altri prodotti, contribuendo a limitare l’inquinamento e la quantità di rifiuti prodotti da questi settori. 

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Il ritorno della plastica, nonostante la crescente consapevolezza dei suoi effetti sull’ambiente, racconta una contraddizione tipica della società contemporanea: da una parte il desiderio di sostenibilità, dall’altra il fascino irresistibile del consumo, dell’estetica e dell’accessibilità. Per decenni la plastica è stata considerata il simbolo del progresso, della modernità e della produzione di massa. Oggi, pur essendo diventata uno degli emblemi dell’inquinamento globale, continua a esercitare una forte attrazione culturale e commerciale. 

La plastica, non sta vivendo semplicemente un ritorno mercato, ma una vera trasformazione culturale. Da simbolo del consumismo usa-e-getta, si sta progressivamente convertendo in oggetto nostalgico, da collezione e persino di lusso. Ed è forse questa la contraddizione più significativa del nostro tempo: continuiamo a criticare la plastica per il suo impatto ambientale, ma allo stesso tempo non riusciamo a liberarci del fascino che esercita sul nostro immaginario collettivo.

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