In ogni tragedia umana, e la guerra lo è, c’è un prima e un dopo. E nella guerra in Ucraina, quello spartiacque è il massacro di Bucha.
Lo spartiacque
Globalist ne ha già scritto. Ma l’analisi di Anshel Pfeffer, firma storica di Haaretz, è un contributo che va offerto al lettore. Un valore aggiunto che viene da un Paese che ha nel suo Dna costitutivo la tragedia più grande nella storia dell’umanità: l’Olocausto.
Scrive Pfeffer: “Il macabro filmato rivelato durante il fine settimana nei sobborghi di Kiev di Irpin e Bucha – dei corpi di civili ucraini, alcuni con le mani legate, che giacciono sul ciglio della strada e in tombe poco profonde – racconta una storia ineluttabile. Le truppe russe che hanno occupato quelle zone nelle ultime quattro settimane, prima di essere respinte dalla controffensiva dell’esercito ucraino, hanno compiuto omicidi diffusi tra la popolazione occupata prima di ritirarsi verso nord, con i loro veicoli carichi di beni saccheggiati, verso il confine bielorusso.
Fino ad ora, ci sono state molteplici denunce di omicidi, stupri e saccheggi nelle zone di occupazione russa, e naturalmente rivendicazioni del governo ucraino di atrocità. Le viste dalle strade di Irpin e Bucha ora lasciano pochi dubbi sul fatto che i crimini di guerra sono stati eseguiti sistematicamente. In alcuni luoghi, sembra che ci siano stati tentativi affrettati di nasconderlo cercando di bruciare o seppellire i corpi. Ma questi insabbiamenti sono stati indisciplinati e pasticciati come il resto delle operazioni russe. Tuttavia, se i russi avessero avuto più tempo prima di fuggire dal campo di battaglia, e se non fosse stato per la presenza di telecamere – sia di privati cittadini che di soldati, e i media internazionali che riferivano dall’Ucraina – sarebbero stati in grado di coprire almeno una parte della verità. In altre parti dell’Ucraina, in particolare nel sud-est dove la Russia ha ancora il controllo della maggior parte delle aree che è riuscita a catturare nelle fasi iniziali della guerra, la presenza dei media è molto ridotta. Le reti di comunicazione ucraine sono state chiuse e i civili costretti a usare carte Sim russe, impedendo loro di condividere immagini.
Sindaci, attivisti civili e giornalisti vengono rapiti e uccisi per evitare che la verità venga fuori. Se non altro, i rapporti che emergono da quelle regioni sono ancora peggiori di quelli che stiamo vedendo ora intorno a Kiev, dove l’esercito ucraino è tornato a controllare. Purtroppo, non c’è nulla di cui essere sorpresi. Tutto coincide con i rapporti delle precedenti zone di guerra in cui l’esercito russo è stato attivo negli ultimi decenni. Dalle due guerre in Cecenia, dalla Georgia e, più recentemente, dalla guerra in Siria – dove la Russia ha fornito la potenza di fuoco dall’aria, bombardando aree civili non difese, e dove le forze sul terreno erano il regime di Assad o fornite dai suoi alleati iraniani, Hezbollah e altre milizie sciite.
Rapporti simili sono arrivati da paesi come la Libia e il Mali, dove la Russia non era ufficialmente coinvolta, ma i mercenari del Gruppo Wagner – la legione straniera non ufficiale del Cremlino – sono stati schierati.
L’unica differenza in questo caso è che, per la prima volta nelle guerre di Vladimir Putin, un’area catturata dalle sue forze è stata rapidamente liberata mentre le prove fisiche sono ancora lì sul terreno e, sempre per la prima volta, l’attenzione del mondo è completamente concentrata sulla scena del crimine.
Ma questo cambierà davvero qualcosa?
Anche senza la piena copertura mediatica che ora abbiamo dalla periferia di Kiev, c’erano ampie prove dei crimini di guerra russi commessi su tutti quei campi di battaglia negli ultimi due decenni, da Grozny ad Aleppo. Chiunque volesse sapere, lo sapeva benissimo. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno scelto di non intervenire in Siria, anche prima che i russi vi si schierassero nel 2015 e il presidente Barack Obama rinnegasse il suo impegno “linea rossa” di rispondere all’uso di armi chimiche contro i civili. Putin sapeva allora che i suoi bombardieri Sukhoi potevano colpire impunemente ospedali e panetterie.
Il vicepresidente di Obama e ora successore alla Casa Bianca, Joe Biden, ha una sua linea rossa: non agirà direttamente in Ucraina, nemmeno per estendere su richiesta del governo ucraino una no-fly zone per proteggere i civili nell’Ucraina occidentale.
Le prove dei crimini di guerra non cambieranno neanche questa politica. Biden sapeva già cosa stava succedendo dai suoi briefing quotidiani di intelligence; il filmato lo ha appena confermato.
Gli stessi calcoli e la preoccupazione di provocare Putin continuano ad esistere. Anche adesso. Lo stesso vale per gli alleati occidentali di Biden e anche per Israele, che si atterrà alla sua politica di “neutralità” di rilasciare blande dichiarazioni di preoccupazione e l’occasionale blanda condanna.
Anche nel caso di Israele, si tratta di una replica della Siria. Nonostante alcune voci nell’establishment della sicurezza e nel gabinetto chiedessero il bombardamento delle basi aeree di Bashar Assad per aiutare a proteggere i civili, l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu rifiutò di agire contro il regime. E quando la Russia si è schierata in Siria, si è precipitato ad un incontro con Putin, con il quale ha concordato un accordo per cui Israele non avrebbe fatto nulla per danneggiare Assad finché la Russia non avesse impedito la libertà di Israele di operare in Siria contro le risorse iraniane.
Il “governo del cambiamento” di Naftali Bennett e Yair Lapid ha lasciato questa particolare politica di Netanyahu invariata. Nemmeno i crimini di guerra russi la cambieranno.
Non cambierà nulla ma, semmai, quest’ultimo sviluppo renderà ancora più lontana la già remota possibilità che Russia e Ucraina raggiungano un accordo di cessate il fuoco.
Putin ha chiaramente una sola intenzione: sopprimere con ogni mezzo qualsiasi spirito di indipendenza ucraina, non importa quanti ucraini – che lui considera russi sleali – moriranno nel processo.
E ora che la piena verità di ciò che sta accadendo nelle zone occupate dalla Russia sta venendo fuori, il governo ucraino non sarà in grado di affrontare il suo stesso popolo se accetta un cessate il fuoco in cui la Russia rimane in controllo di parti dell’est.
Il mondo non può più sfuggire alla verità di ciò che sta accadendo in Ucraina, ma è improbabile che questo cambi qualcosa”, conclude Pfeffer.
I precedenti
Rimarca Giacomo Galeazzi, in un documentato articolo su La Stampa: Kiev come Groznyj e Aleppo. In Ucraina, secondo il ministero della Difesa britannico, Vladimir Putin replica la strategia delle sue precedenti campagne militari tra bombe sui civili e centri urbani assediati. Mosca ha usato in precedenza tattiche simili in Cecenia nel 1999 e in Siria nel 2016, ricorrendo sia ai bombardamenti via area sia terrestri, mentre l’avanzata russa è inoltre rallentata dagli attacchi della resistenza alle linee di rifornimento.[…]. Intanto emergono sempre più evidenti le connessioni tra le operazioni russe in Ucraina e la presenza di Mosca in Siria, Paese mediterraneo martoriato da 11 anni di guerra: gli emissari russi e i loro clienti locali a Damasco hanno cominciato ad arruolare migliaia di mercenari siriani da inviare sul fronte dell’Europa orientale, come già accaduto due anni fa per miliziani filo-russi di Damasco spediti in Libia e nel Caucaso. Secondo quanto riferito da media panarabi, che citano fonti nella capitale siriana, i combattenti siriani che la Russia potrebbe mobilitare sono decine di migliaia e appartengono a formazioni armate locali, alcune disciolte nei mesi scorsi mentre altre sono ancora attive. Un fenomeno consolidato nelle zone controllate dal governo siriano. L’arruolamento di miliziani siriani, iracheni, afghani, libanesi da inviare ai fronti di guerra in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente non è una novità. E la Russia non è certo l’unico attore nella regione ad attingere a buon mercato al bacino di giovani e meno giovani della regione, pronti a tutto pur di ottenere un salario in valuta pesante.
Mille dollari al mese
In questo caso, come rivela il quotidiano panarabo ash-Sharq al-Awsat, lo stipendio offerto agli aspiranti mercenari è di mille dollari statunitensi al mese, a patto però che il combattente si impegni a rimanere al fronte per sette mesi, fino a ottobre prossimo. Nel testo del contratto, citato dal giornale panarabo, si cita la ragione dell’arruolamento: «Proteggere le infrastrutture in Ucraina». Una dicitura che ricorda espressioni analoghe usate da Mosca per arruolare combattenti siriani da inviare sul fronte libico o su quello caucasico, nelle trincee tra Armenia e Azerbaijan. La Siria continua a essere un paese frammentato in territori controllati da diversi eserciti stranieri e milizie locali. La Russia vi è intervenuta militarmente nell’autunno del 2015 ma la sua alleanza strategica con Damasco risale alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. Nel corso degli ultimi sette anni e grazie alle basi militari in Siria, Mosca ha esteso la sua influenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Oggi le sue unità navali contrastano quelle della Nato nel confronto regionale che va ben il teatro ucraino.
In Siria, gli effetti disastrosi della guerra e la peggiore crisi economica degli ultimi decenni hanno reso la popolazione siriana ancora più esposta allo sfruttamento imposto da paesi stranieri. Secondo l’Onu, il 90% dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà. E più della metà della popolazione è minacciata dall’insicurezza alimentare, mentre l’accesso all’acqua potabile e all’elettricità è da anni fortemente compromesso in molte zone del paese. Alla luce della forte svalutazione della lira locale, chi riesce oggi a ricevere uno stipendio di mille dollari al mese può mettere al sicuro la famiglia per almeno tre mesi. Secondo le fonti citate dai media, il contratto per l’arruolamento viene stipulato direttamente tra i rappresentanti russi in Siria e i combattenti, senza l’intervento delle autorità di Damasco. Ma chi si unisce alle brigate di mercenari siriani in Ucraina può però beneficiare del rinvio della chiamata di leva obbligatoria nella Siria in guerra”.
Fin qui Galeazzi.
“Forza del Tigri”
I mercenari siriani che hanno offerto il proprio sostegno militare all’esercito di Vladimir Putin sono arrivati in territorio ucraino. Circa 300 combattenti reclutati nel Paese dell’alleato di ferro, Bashar al-Assad, hanno messo piede nel Paese invaso dalle truppe del Cremlino e si uniranno alla cosiddetta “operazione militare speciale” dopo essersi sottoposti a un addestramento militare in loco, secondo quanto riporta il New York Times.
A comporre questo gruppo di miliziani, spiega il quotidiano americano, sono uomini di una divisione dell’esercito siriano che ha lavorato a stretto contatto con gli ufficiali russi che difesero il governo di Damasco, nel corso della guerra civile, contro i tentativi di destituzione ad opera dei gruppi ribelli e delle milizie jihadiste.