Puoi dissertare sulla “guerra giusta”. Puoi sollevare dubbi, anche fondati, se l’invio di armi all’Ucraina sia la via più corretta e incisiva per mostrare solidarietà e sostegno all’aggredito. Puoi non liquidare come del tutto strumentale, funzionale alla narrazione giustificazionista del Cremlino, il timore russo dell’estensione della Nato ad Est. Puoi discutere di tutto. E contestare il pensiero unico interventista. Poi però arriva Bucha. Con immagini e testimonianze che riportano alla mente altri orrori di fronte ai quali il problema non era indicare chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore, ma come fermare la mano al carnefice, come assicurare alla giustizia mandanti ed esecutori di crimini contro l’umanità. E Bucha riporta alla memoria Srebrenica e Grozny.
Bucha come Srebrenica
Sui social network le terribili immagini dei civili (anche bimbi) assassinati, delle donne stuprate e bruciate dalla barbarie dei soldati russi, suscitano inevitabili paragoni con i crimini di guerra che l’Europa ha già visto nel secolo scorso. Domenica le autorità ucraine e diversi leader europei hanno accusato l’esercito russo di aver massacrato i civili a Bucha, una cittadina a nord ovest di Kiev da cui la Russia si era ritirata venerdì. Il ministero della Difesa ucraino ha pubblicato un video molto forte che mostra una strada con diversi cadaveri, sostenendo che i civili siano stati uccisi «arbitrariamente», alcuni con le mani legate dietro la schiena. Il video è stato diffuso dal governo di Kiev. La validità delle immagini è stata verificata dal Washington Post. Alcune persone hanno le mani legate dietro la schiena e un colpo d’arma da fuoco alla nuca. Il sindaco Anatoly Fedoruk ha denunciato che i civili uccisi sono stati trattati dai russi in modo disumano e ha denunciato anche la presenza di almeno altri 280 corpi senza vita in fosse comuni in città. “Queste persone non erano militari. Non avevano armi. Non ponevano una minaccia. Quanti casi come questi ci sono nei territori occupati?”, ha scritto Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky.
Il sindaco di Bucha, Anatoly Fedoruk, ha detto ad AFP che l’esercito russo aveva seppellito 280 persone nelle fosse comuni. Il ministero della Difesa ucraino ha pubblicato su Twitter delle foto (molto forti) che mostrano diversi cadaveri vestiti apparentemente con abiti civili.
Le informazioni su quanto successo a Bucha e su quante siano le vittime sono ancora parziali, ma stanno arrivando le prime conferme indipendenti dei corrispondenti internazionali sul posto.
Jeremy Bowen di Bbc è arrivato in città venerdì, e ha riferito di 20 uomini morti sulla strada, confermando che alcuni avevano le mani legate dietro la schiena. Lo stesso hanno detto i giornalisti di Associated Press a Bucha, che hanno contato almeno nove cadaveri in abiti civili «che sembrano essere stati uccisi a distanza ravvicinata», due con le mani legate dietro la schiena e due avvolti nella plastica e buttati in una fossa. Associated Press ha pubblicato diverse foto dei cadaveri. Oliver Carroll dell’Economist, arrivato a Bucha domenica, ha pubblicato una foto di una fossa comune dicendo di aver contato circa trenta cadaveri dentro dei sacchi; Carroll ha aggiunto che la fossa non sembra essere stato il luogo dell’esecuzione.
Sergey Nikiforov, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha parlato di prove di crimini di guerra a Bbc, sostenendo che alcuni civili siano stati uccisi con colpi di pistola dietro la testa. Un altro consigliere di Zelensky, Oleksiy Arestovych, ha detto che ci sono anche notizie di stupri.
Media locali indicano anche il comandante della strage di Bocha: sarebbe il tenente colonnello Omurbekov Asanbekovich, della 64ma brigata di artiglieria motorizzata.
Human rights watch, prove di crimini guerra a Bucha
I rapporti che emergono dalle città della regione di Kiev mostrano un «quadro post-apocalittico» della vita sotto l’occupazione russa. È la denuncia del consigliere presidenziale ucraino Oleksiy Arestovych. «Questo è un appello speciale volto ad attirare l’attenzione del mondo su quei crimini di guerra, crimini contro l’umanità, che sono stati commessi dalle truppe russe a Bucha, Irpin e Hostomel», ha detto Arestovych. Denunce di quanto accaduto nella regione non più sotto controllo russo arrivano da Human Rights Watch, Ong citata dal Wall Street Journal. Il gruppo per i diritti umani ha affermato di aver intervistato una donna che ha visto le truppe russe radunare cinque uomini e sparare a uno di loro alla nuca, uccidendolo. «Abbiamo documentato un evidente caso di esecuzione sommaria da parte delle forze armate della Federazione Russa a Bucha il 4 marzo scorso», ha affermato una portavoce di Human Rights Watch. La Ong ha anche chiesto che vengano svolte indagini per crimini di guerra nelle zone occupate dai russi, documentando, in un report, casi di stupri, uccisioni, esecuzioni sommarie e altre atrocità sia a Bucha che altrove.
Ancor prima di Bucha Human Rights Watch (Hrw) ha documentato diversi casi in cui le forze militari russe hanno commesso violazioni delle leggi di guerra contro i civili nelle zone occupate (Chernihiv, Kharkiv, la capitale Kyiv). Casi di stupro ripetuti, casi di esecuzione sommaria, violenze illegali e minacce contro i civili avvenuti tra il 27 febbraio e il 14 marzo 2022.
Per Hugh Williamson, direttore per Europa e Asia Centrale di Hwr “lo stupro, l’omicidio e altri atti violenti contro persone sotto la custodia delle forze russe dovrebbero essere indagati come crimini di guerra; i casi che abbiamo documentato ammontano a indicibili, deliberate crudeltà e violenze contro i civili ucraini”.
Fred Abrahams, che guida il ‘research staff’ di Human Rights Watch invita tutti quelli che possono a preservare prove e documentazioni di eventuali crimini di guerra: “Se le fosse comuni a Bucha o altrove saranno confermate, un punto è cruciale: vanno conservate fino all’organizzazione di un’esumazione professionale. Le famiglie o le autorità che vogliono una rapida sepoltura, per quanto sia comprensibile, distruggeranno le prove. Vanno invece trattate come scene del crimine”.
Crimine di guerra è anche l’uso di mine (a Bucha i russi le hanno messe anche nei cadaveri dei civili da loro assassinati). Per Kenneth Roth, Executive Director di Human Right Watch, “il fatto che la Russia non abbia ratificato il trattato che vieta le mine terrestri non giustifica l’uso di queste armi indiscriminate da parte delle sue forze. Le armi indiscriminate sono vietate anche dalle Convenzioni e dai Protocolli di Ginevra che la Russia ha ratificato”.
Racconti dal campo
Santi Palacios, fotoreporter spagnolo, collabora con numerosi media internazionali tra i quali New York Times, Associated Press, Cnn e Sunday Times. Per il suo lavoro è stato insignito di numerosi premi, tra cui il World Press Photo.
Ecco il suo racconto per Repubblica: “La strada Yabulanka che accede alla cittadina è piena di cadaveri. Giacciono sui marciapiedi, in mezzo alla via, nei giardini delle villette, tra le macerie e tra i veicoli militari distrutti. L’inferno a Bucha inizia alle porte della città. Estraggo la macchina per scattare una foto, nell’inquadratura entrano quattro morti, ma sono molti di più e sono ovunque. Alcuni hanno le mani legate dietro la schiena. Altri hanno un foro netto in testa o nel petto. La maggior parte dei cadaveri sono intatti e non mutilati dalle esplosioni come si osserva su altri fronti del conflitto. L’impressione chiara è che la loro morte sia il risultato di una esecuzione sommaria.[…] Ogni cento metri c’è motivo di fermarsi: gente che si raccoglie in gruppi, vicini che provano a riparare veicoli. Ci avviciniamo a un gruppo di signore che si sono fermate di fronte a un condominio di diversi piani. Ci segnalano che nel cortile ci sono dei morti. Entrando vediamo otto cadaveri per terra tra la sporcizia. Sono tutti uomini. Di almeno uno di loro posso dire con certezza che aveva le mani legate dietro la schiena. Le signore ci spiegano che gli uomini erano civili della città, portavano una banda bianca al braccio e montavano guardie fuori dall’edificio, per questa ragione, stando al loro racconto, sono stati giustiziati dai soldati russi.
La situazione è già surreale ma superato questo edificio peggiora: i cadaveri giacciono direttamente per strada, sui marciapiedi, le poche persone che si aggirano non ci fanno nemmeno più caso. C’è un’auto colpita e l’autista accasciato a terra ucciso da un colpo netto. Dieci metri più avanti un altro cadavere di un uomo, cinque metri oltre quello di una donna, poco più avanti un cancello distrutto e nel giardino un altro corpo, nella casa di fronte altri due cadaveri. Conto circa una ventina di cadaveri solo per strada, ma ce ne sono di più e sono ovunque. Per la maggior parte, sono persone morte uccise da un colpo netto. Solo in alcuni casi sono vittime di artiglieria.
Poco oltre, girando a sinistra in una delle piccole strade che si immettono su Yabulanka si incontrano i resti di otto carri armati russi. I vicini tutt’intorno ripetono che è stato un inferno, che i bombardamenti erano incessanti. Si incontrano tra i sopravvissuti molti anziani, non se ne sono andati perché non sapevano come né dove…”.
Il secondo reportage è dell’inviata di Repubblica a Leopoli, Brunella Giovara.
Eccone alcuni brani: “Vladislav Kozlovskiy ha visto il peggio: “Hanno ucciso un uomo anziano, uno che non conoscevo. Era davanti a me, seduto su una panchina. Un russo si è avvicinato e gli ha sparato in testa, poi se ne è andato”. Kozlovskiy ha 28 anni e faceva il manager di un ristorante nel centro di Bucha, prima dell’occupazione. È stato ostaggio per circa un mese, assieme a un centinaio di persone, in un rifugio antimissili che è diventato la loro prigione. È un testimone diretto degli orrori di cui adesso vediamo le prime immagini. Lui ha visto con i suoi occhi, sa cosa vuol dire essere sull’orlo, di qua la vita, di là la morte: “Un giorno mi hanno puntato la mitragliatrice alla testa, poi hanno sparato un colpo singolo vicino all’orecchio senza colpirmi. Infine mi hanno dato un calcio in testa e mi hanno lasciato lì”.[…].
Una donna anziana, Tania, racconta di aver perso il marito nel caos dell’occupazione, e di averlo cercato a lungo, “infine sono andata alla Croce Rossa. Una donna mi ha detto che avevano dei cadaveri nel seminterrato, di andare a vedere lì. C’era. L’ho riconosciuto dalle scarpe e dai pantaloni. Allora sono andata a cercare un amico che mi aiutasse a girarlo, perché aveva la faccia sul cemento e non volevo che stesse così. Era lui, pieno di sangue secco. Lì dentro c’era un odore forte di morti, e una grande puzza di urina”. Un uomo spiega che “la loro artiglieria era piazzata nel cortile della scuola, il quartier generale al sesto piano di un altro edificio che era anche l’asilo dei bambini”. La gente sperava che arrivassero i liberatori, “ma eravamo scudi umani, così ci hanno usato per un mese”.[…] Sulla via Kirova, una ventina di cadaveri. Più o meno, un chilometro di morti. Questi sono stati lasciati lì, nessuno ha avuto il coraggio di andarli a prendere, e sono stata l’ultima fiammata dei russi che abbandonavano Bucha. La mitragliata finale, questa volta a raffica. Altri corpi sono stati seppelliti nei giardini davanti alle case, perché il cimitero era troppo lontano. Seppelliti alla buona, da parenti terrorizzati, in buche scavate in fretta, di notte, nella terra gelata. Altri testimoni raccontano di case vandalizzate, di perquisizioni alla ricerca di soldi, gioielli, cibo. Ma questo è niente, visto che alcuni soldati hanno ucciso gli abitanti di una casa, “hanno buttato i cadaveri giù dai letti e si sono messi a dormire lì”.
Indietro nel tempo
Scrive per Agi Francesca Venturi: “Chi è sopravvissuto a Srebrenica, non può avere sentimenti in corpo”. Il detto locale, che lascia immaginare a quali orrori abbiano assistito i testimoni, è riportato da Paolo Rumiz nel suo Maschere per un massacro il libro-denuncia sulla guerra nell’ex Jugoslavia scritto nel 1996, l’anno successivo a quello del “peggior genocidio sul suolo europeo dalla fine della Seconda Guerra mondiale”.
L’11 luglio del 1995, la Guerra in Bosnia durava già da tre anni e da due Srebrenica, enclave serba in territorio bosniaco, era stata definita “area di sicurezza” ed era controllata dalla Forza di protezione delle Nazioni unite: in particolare, dai “Caschi blu” olandesi. Doveva essere il sicuro approdo dei civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze separatiste serbe. Oltre ai quasi 40 mila residenti, vi erano ospitati, in quell’estate di 25 anni fa, 20 mila profughi di religione musulmana, mentre la “protezione” internazionale era rappresentata da qualche centinaio di soldati olandesi, che furono facilmente travolti dalle truppe dell’esercito serbo di Radko Mladic. È però controversa la ricostruzione sul ruolo dei “caschi blu”.
La loro inazione, dovuta al fatto che le risoluzioni Onu votate fino a quel momento non davano alla Forza di protezione i mezzi per agire, è stata successivamente giudicata come “corresponsabile” del massacro da un tribunale olandese. Dopo aver battuto le forze “di protezione”, i soldati e i poliziotti serbi radunarono tutti gli uomini di età compresa fra 12 e 77 anni, circa 8 milaquasi tutti civili e musulmani, li fucilarono e seppellirono in fosse comuni. Donne, anziani e bambini, circa 20 mila, furono invece deportati e moltissimi furono gli stupri e le violenze..”…
Ventisette anni dopo, la storia si ripete. A Bucha. Di fronte a quei video, a quelle foto, ai racconti degli inviati sul campo, nessuno può dire: “Non sapevo”. O trincerare la propria coscienza dietro il solito riferimento alle fake news. Farlo, significa essere complici dei criminali che hanno perpetrato quell’orrore. Ieri a Srebrenica, oggi a Bucha.
Leggete Anna.
Quanto al genocidio ceceno, alla distruzione totale di Groznyj, alle indicibili, efferate nefandezze commesse dall’esercito russo e dagli squadroni della morte al seguito, c’è solo una cosa da fare: rileggere i reportage e le documentate denunce di Anna Politkovskaja. Per questa battaglia di verità, Anna è stata assassinata. Un omicidio di Stato. Rimasto irrisolto. E sul genocidio del popolo ceceno Vladimir Putin ha costruito la sua ascesa al potere.
