di Bruno Concas
Nei primi giorni di Settembre il governo ha reso pubblico il documento “La buona scuola”, ovvero le linee guida per la riforma della scuola, 136 pagine scritte dal premier Matteo Renzi e dal ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini e pochi giorni fa, il 15 novembre, si è conclusa la consultazione pubblica. La buona scuola non è certo paragonabile alla Riforma Gelmini, nè come impianto politico, nè come impatto economico ed è certamente differente dei tagli drastici e lineari del Ministro Gelmini e del governo Berlusconi, ma allo stesso tempo presenta dei problemi, oltre che una preoccupante vaghezza con cui certi temi vengono affrontati.
Sicuramente sono presenti delle innovazioni e delle priorità politiche mai affrontate negli ultimi anni e che hanno prodotto gravi iniquità e ingiustizie. Un punto centrale e, a mio avviso positivo, è affrontato nei primi due capitoli, nei quali si evidenzia la volontà politica di eliminare le graduatorie, con l’intenzione di stabilizzare 150 mila precari, ridando loro, almeno in parte, quella dignità troppo spesso calpestata da ormai troppo tempo. Nei prossimi mesi capiremo se questo punto sarà realmente portato avanti, ma per ora non si può che accogliere questa notizia e questa forte presa di posizione con speranza.
Allo stesso tempo il potenziamento della storia dell’arte, della musica e dello sport, seppur non costituiscano certamente lo snodo essenziale per risolvere i problemi della scuola, costituiscono una buona notizia. Altri punti si possono considerare positivi nell’impianto, ma essendo trattati con eccessiva vaghezza, non si può che aspettare, per un giudizio definitivo, la modulazione definitiva della riforma, come per esempio il passaggio dagli scatti di anzianità agli scatti per merito- bisogna capire meglio chi e in che modo vengano definiti i meriti e i demeriti di ogni singolo docente- o come assegnare una vera e propria autonomia agli istituti- bella idea ma da modulare- o anche il fatto che i finanziamenti siano assegnati in modo maggiore alle scuole che, partendo da una certa situazione, riescano a raggiungere i risultati prestabiliti, assegnati diversamente a ogni singola scuola tenendo conto delle situazioni di partenza differenti per ogni singolo istituto- ovviamente positiva come volontà ma molto rischiosa se modulata in modo superficiale o iniquo.
Inoltre vi sono dei punti estremamente critici che, se non venissero modificati, rischierebbero di mandare all’aria i passi in avanti precedenti.
Alcuni di questi sono:
La questione della governance, ovvero aumentare, in linea con il progetto Aprea, ancor di più i poteri dei Dirigenti Scolastici, assegnando al consiglio d’Istituo, dove vi è la rappresentanza degli studenti, dei docenti, del personale amministrativo e del personale Ata e del dirigente ( ovvero dove vi è l’effettiva rappresentanza di tutte le parti della scuola ) il solo ruolo di indirizzo e rischiando di arrivare a una pericolosa forma monocratica.
Finanziamenti pubblici alle scuole private e finanziamenti privati alle scuole pubbliche.
Nel primo caso i governi italiani, compreso quello attuale, continuano a dimenticarsi dell’articolo 33 della costituzione ” Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato “, articolo ancora più attuale data la situazione gravissima delle scuole pubbliche, che meriterebbero il più grande investimento pubblico possibile.
Nel secondo caso il governo incentiva i finanziamenti privati alla scuola pubblica spiegando che i soldi di cui necessita la scuola pubblica non potranno arrivare unicamente dallo stato, poiché da solo non è in grado di garantirli, e ciò può anche essere in parte vero, ma i finanziamenti privati, se non regolamentati potrebbero portare a delle pericolose conseguenze, come il fatto che l’istruzione pubblica diventi di fatto una partecipata, oltre i possibili conflitti di interesse connessi. Per questo al governo spetterà il compito di evitare questi pericoli nella modulazione.
Inoltre non si parla di rappresentanza studentesca, e questo è abbastanza pittoresco, dato che gli studenti, e quindi la loro rappresentanza, non possono che essere il fulcro di un ragionamento sulla scuola.
Ma sicuramente il fatto più assurdo e sconcertante per un governo che vuole cambiare verso alle politiche passate è il non parlare di diritto allo studio.
È sicuramente positivo il fatto che la scuola sia diventata una priorità del governo- non accadeva da tantissimo tempo- come positiva è l’intenzione di fare un patto educativo che non coinvolga solo gli addetti al lavoro ma tutto il paese, perchè la scuola non interessa solo chi la vive ma tutti i cittadini, come essere giunti finalmente alla conclusione che la scuola sia il più grande investimento e non una spesa, senza cui il Paese avrebbe solo un lento declino, ma a un governo spetta dimostrare queste giuste parole con i fatti.
Positiva come idea è stata anche la consultazione pubblica aperta a tutti i cittadini- anche se a livello pratico poteva essere modulata in maniera differente- ma sarebbe ancora più importante che il governo aprisse a un confronto serio con la Consulta degli studenti, le associazioni e i sindacati degli studenti.
Credo non sia il momento di mettersi in un angolo a guardare, ma sia il momento di incalzare il governo e proporre davvero la scuola che vogliamo.
Il governo dice di chiamare a raccolta tutti gli innovatori d’Italia, bene.
Ogni studente non rifiuterà certo l’innovazione, ma non ci può essere alcuna innovazione, nessuna buona scuola senza il diritto allo studio, senza permettere a tutti di partire sullo stesso piano, perché tutti, dal più ricco al più povero, hanno il diritto di studiare, di poter avere i libri di testo, di poter vivere gli anni della scuola in modo dignitoso e in Italia purtroppo questo ancora non accade.
E senza risolvere questo, nessuna riforma della scuola avrà ottenuto risultati e avrà cambiato davvero verso alle politiche del passato
