Alla fine di aprile l’ufficio per l’Europa e l’Eurasia del Dipartimento di Stato americano tornava a ribadire davanti al Congresso di Washington “l’importanza geostrategica dei Balcani occidentali”. In un intervento davanti alla Commissione per l’Europa del Congresso, il vice assistente del segretario dell’ufficio, Hoyt Yee, sottolineava la necessità di rivolgere una particolare attenzione alla regione tenendo conto dei due principali fattori di crisi a livello mondiale, la situazione in Ucraina e il proliferare del terrorismo islamico in Iraq e Siria. Le dichiarazioni hanno aperto un ampio dibattito fra gli esperti americani, che hanno provato a tirare le somme sulla reale influenza di Washington nella regione dopo i conflitti degli anni ’90 e la frammentazione della ex Jugoslavia.
“Con la Macedonia, alle prese con una potenziale implosione, con la Bosnia mai così debole dopo la fine delle guerre, con l’esodo di massa degli abitanti del Kosovo che fuggono da un sistema corrotto e frammentato di governo, abbiamo tre Paesi che rischiano di sprofondare in un abisso … E se questo dovesse accadere, le diplomazie americane ed europee dovrebbero finalmente rispondere alla domanda: chi ha davvero perso nei Balcani?”. Edward Joseph commenta così per la rivista di geopolitica “Foreign Affairs” la situazione regionale all’indomani dell’attacco sferrato a Kumanovo, in Macedonia, da parte di una settantina di guerriglieri albanesi provenienti dal Kosovo, mirato a destabilizzare il governo in un Paese percorso da profonde tensioni etniche. Per quanto riguarda la Bosnia, il secondo Paese citato da Joseph, questa resta difficilmente in bilico nella triplice divisione etnico-religiosa a vent’anni dalla sottoscrizione degli Accordi di Dayton, con una classe dirigente accusata di inattività e corruzione e dissapori sempre più evidenti fra la Repubblica Srpska a maggioranza serba e la Federazione musulmano – croata. Il Kosovo vive il nodo non risolto dell’indipendenza autoproclamata nel 2008, il conseguente mancato riconoscimento da parte della Serbia e un tortuoso processo di dialogo con Belgrado sotto l’egida di Bruxelles.
In tutti e tre i casi, si tratta di Paesi che appartengono al novero di quelli maggiormente sostenuti dagli Stati Uniti: nel caso della Bosnia l’appoggio è stato dato alla Federazione croato-musulmana. Prendendo in considerazione l’intera regione, si scopre che ]Washington ha investito, dal ‘90 ad oggi, oltre 7 miliardi di dollari per promuovere e sostenere le riforme democratiche, i diritti civili, la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, la pacificazione post-bellica, l’economia di transizione e la promozione delle istituzioni euro atlantiche. All’indomani del conflitto in Kosovo James Bullington, ex diplomatico e direttore del Center for global business alla Old Dominion University, era stato uno dei primi a sollevare dei seri dubbi sull’efficacia delle politiche balcaniche di Washington.
“La Nato ha proclamato la propria vittoria in Jugoslavia da un punto di vista militare, perché ha costretto gli avversari a ritirarsi dalle zone di conflitto. I kosovari sono tornati nelle loro case, o almeno in quello che ne è rimasto. La vittoria è stata ottenuta senza nessuna vittima sul conto delle forze della Nato. Ma davvero si è trattato della vittoria di un qualsivoglia interesse americano, o dei valori americani? Che cosa abbiamo davvero vinto? Abbiamo ottenuto in eredità tutti i problemi dei Balcani, per almeno una generazione. Abbiamo ottenuto il diritto di dirimere i rapporti fra albanesi e serbi, così come abbiamo fatto prima con i rapporti fra croati, serbi e musulmani in Bosnia. Abbiamo ottenuto un nuovo protettorato, il Kosovo, aggiungendolo alla Bosnia. Abbiamo guadagnato l’obbligo di occuparci di una catastrofe umanitaria e di rimettere in piedi una regione turbolenta ed economicamente devastata. In cambio di questa fruttuosa vittoria abbiamo pagato un prezzo altissimo, la messa a repentaglio del valore di strategia di dissuasione della Nato e i nostri rapporti con Russia e Cina”, dice Bullington citato dal settimanale serbo “Vreme”. Proprio la presenza della Nato e i rapporti “incrinati”, se non con la Cina, certamente con la Russia, sono ancora i temi centrali che riguardano l’influenza Usa nei Balcani.
In tutti gli Stati dell’area gli americani hanno finanziato programmi di addestramento militare ed equipaggiamenti nell’ambito del sistema “interoperativo” della Nato. Secondo quanto dichiarato sempre da Hoyt Yee davanti ai deputati del Congresso, “dal punto di vista del futuro euro-atlantico dei Balcani” sono stati compiuti “dei progressi”. L’Albania e la Croazia si sono unite all’Alleanza nel 2009, mentre il Montenegro aspetta di essere il prossimo Paese nella lista. La Bosnia e la Macedonia hanno fatto domanda di ingresso mentre la Serbia, unico Paese a non aver presentato una candidatura, ha però stretto l’accordo di cooperazione più avanzato per uno Stato non membro, il cosiddetto Ipap.
Se infine Serbia e Montenegro registrano, da un lato, delle contrapposte “visioni” sull’adesione Nato da parte delle rispettive dirigenze politiche, dall’altro i due Paesi sono uniti dal comune denominatore di un’opinione pubblica decisamente ostile all’idea. Le mosse della Nato per acquisire una sempre maggiore influenza nella regione hanno fatto più volte reagire il Cremlino, e lo scorso settembre il ministro russo degli Esteri, Sergej Lavrov, ha definito chiaramente “un atto provocatorio” l’allargamento dell’Alleanza atlantica nei Balcani occidentali. Un altro punto di forte attrito con la Russia è il nodo energetico, perché anche in questo caso la regione è contesa per i progetti dei gasdotti che dovranno raggiungere l’Europa.
Dopo il passo indietro fatto sul South Stream a causa delle obiezioni di Bruxelles, Vladimir Putin ha annunciato la realizzazione del cosiddetto Turkish Stream, che dovrà avvalersi della collaborazione di Ankara per attraversare il suo territorio, arrivare fino alla Grecia e da lì prolungarsi per raggiungere l’Europa centrale attraverso Serbia e Macedonia. Gli Stati Uniti appoggiano invece il progetto Tap-Tanap, che dovrà trasportare gas proveniente dall’Azerbaigian in Europa attraversando anche questa volta la regione balcanica. Il braccio di ferro continua a riservare sorprese e colpi di scena, come quello che ha visto protagonista il premier della Serbia, tradizionale alleata di Mosca.
In un’intervista alla statunitense “Associated Press”, Aleksandar Vucic ha dichiarato che la Serbia sta valutando tutte le opzioni, anche quelle “suggerite dagli amici americani”. L’ambasciatore russo a Belgrado, Aleksandr Cepurin, non ha perso occasione per replicare osservando che “esaminare tutte le opzioni” non significa che la Serbia si voglia tirare indietro nel progetto russo-turco. Secondo l’analista russo Leonid Resetnikov, al contrario, affermazioni del genere mostrano “che si può tranquillamente dire che il governo della Serbia si trova sotto il controllo degli Stati Uniti”. Altri esperti si spingono ancora più in là con il caso macedone, intravedendo nei recenti disordini un “qualche collegamento” con la determinazione di Washington nello scongiurare, costi quel che costi, la costruzione del Turkish Stream. Lo stesso ministero degli Esteri russo ha commentato gli attacchi dell’otto maggio dicendo che “l’opposizione e le Ong presenti nel Paese, ispirate dall’Ovest” stanno cercando di realizzare un’altra rivoluzione “colorata” proprio in Macedonia.
(Vreme – Foreign Affairs – agenzie)