di Antonio Salvati
Qualche anno fa, Norberto Bottani scriveva il libro Requiem per la scuola provando a immaginare un futuro per la disastrata istruzione italiana. Davanti ai grandi rischi di una situazione peraltro immobile poteva prevalere il disfattismo della descolarizzazione, così come un’ingenua speranza che la grande malata italiana ce l’avrebbe fatta da sola. Nessuna delle due strade è certo percorribile, e ce ne accorgiamo ancor più oggi. Con la pandemia da Covid-19 siamo stati obbligati a ripensare – più che in altri momenti – l’apprendimento/insegnamento, il ruolo dei docenti, la presenza degli studenti/studentesse, i tempi e i luoghi dell’istruzione, la fuga dalle classi. Per affrontare tutti questi cantieri aperti ci vuole coraggio e umiltà. Come la sanità, anche l’istruzione ha pagato in questi anni il suo pesante debito, dovuto anche ai tagli decisi dai nostri governi.
Conosciamo tutti la condizione inadeguata della maggior parte delle strutture scolastiche, il numero troppo elevato di alunni per classe, il tasso preoccupante di dispersione scolastica. Problemi annosi che oggi emergono in tutta la loro gravità ed evidenziano ancor di più la necessità di investire seriamente e programmaticamente nella scuola. Possibilmente con una visione.
Non passa giorno che non si parli ad ogni livello di scuola. Con franchezza occorre chiedersi: dopo che negli ultimi vent’anni la comunità scolastica ha subìto quattro riforme (Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini), tentativi di riforma falliti, doverosi aggiustamenti (Fioroni e Fedeli), è necessaria una «proposta innovativa» per l’anno scolastico che verrà? Non rischiamo l’ennesimo «gattopardismo» che ben conosce il nostro Paese?
Ne parliamo con Dario Spagnuolo, dirigente scolastico da oltre dieci anni, prima a Bologna poi a Napoli, ex docente di scuola superiore e impegnato con le scuole della Pace della Comunità di Sant’Egidio sin dall’età di 14 anni.
Dal 13 gennaio al 14 febbraio si rinnova il rito delle iscrizioni alle classi del primo anno: in che scuola andranno i nuovi studenti?
Per molti aspetti è una scuola più vecchia di prima. Dopo la pandemia, con il PNRR, era stato cullato il sogno che finalmente alla scuola fossero dedicate le risorse necessarie, quanto meno allineandosi agli altri paesi dell’OCSE. Invece è stata persa una grande occasione. Si potevano ridurre il numero di alunni per classe, rendendo le scuole ambienti salubri e vivibili, costruire palestre, promuovere la salute. Invece sono stati spesi tantissimi soldi per riempire le scuole di supporti digitali. Un vero controsenso se si considera il fallimento della didattica a distanza, peraltro largamente preannunciato da tutto il mondo della scuola.
In cosa si doveva investire?
Tantissime scuole italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, sono prive di palestre, di mense, non sono inclusive e hanno tante barriere architettoniche. E poi gli edifici sono vecchi e non passa settimana senza che si registri la caduta di calcinacci, di solai o un allagamento dovuto agli impianti vecchissimi. Servivano interventi strutturali, non estemporanei. Anche perché terminati i fondi si tornerà alla situazione di prima, anzi peggio.
Però si è fatto molto contro la dispersione scolastica. I dati sono in miglioramento.
La dispersione scolastica è un fenomeno complesso. Oggi è diminuita la dispersione diretta, cioè il numero di alunni che frequentano poco o niente la scuola, mentre è aumentata la dispersione indiretta, cioè il numero di alunni che escono da scuola senza avere acquisito le abilità minime di lettoscrittura. Per costoro occorrono interventi individualizzati. Penso all’esperienza di Sant’Egidio con il Programma W la Scuola e il sostegno scolastico. Sono interventi individualizzati, che si basano su un rapporto forte e fiduciario tra l’alunno e l’adulto che lo aiuta. È un aspetto fondamentale perché in classe spesso, chi resta indietro, è emarginato dai compagni.
In effetti la situazione nelle classi sembra peggiorata.
È vero solo in parte, anche anni fa la situazione era difficile. Oggi sono molti di più quelli che frequentano le scuole, questo significa che le classi sono molto eterogenee e i bambini hanno bisogni diversi. È difficile lavorare in queste classi e ci vorrebbero investimenti adeguati. Penso ad esempio a quando nelle scuole primarie, con il modulo, era possibile suddividere la classe in gruppi di lavoro. Poi c’è molta conflittualità, ma è alimentata dai genitori che vivono la scuola come una gara tra famiglie e dunque litigano con gli insegnanti e non accettano le difficoltà dei propri figli. In questo modo gli alunni sono scoraggiati dal migliorarsi.
In che direzione allora sta andando la scuola?
Negli ulltimi anni si segnala un disinvestimento sulla scuola pubblica: quasi un miliardo in meno solo negli ultimi due anni. Inoltre, è stato varato un piano di razionalizzazione della rete scolastica. Contestualmente sono molto aumentati i finanziamenti alle scuole private.
Ma razionalizzare non è utile?
È solo un’operazione numerica per ridurre i costi a seguito della quale si ridurranno i posti di lavoro e si dovranno chiudere numerosi plessi scolastici. Il piano ministeriale è triennale e solo nei primi due anni sono state chiuse 661 scuole. Alla fine, si arriverà che nel 2026/27 resteranno poco più di 7.000 scuole, praticamente il 10% in meno.
Ma i dimensionamenti non sono dei semplici accorpamenti? Cosa accade di diverso?
Tutto. Molti pensano che si tagli solo un posto di dirigente scolastico. Anche così sarebbe grave perché ogni scuola ha un solo dirigente con compiti di rappresentante legale. Non averlo significa bloccare tutta l’attività amministrativa, anche i progetti e la gestione quotidiana. Il vero problema, però, è che si perdono migliaia di posti di lavoro e si chiudono i plessi scolastici nei paesi più piccoli. Il personale alle scuole viene assegnato in base a tabelle ministeriali. E’ facile controllare che due scuole piccole, insieme, ricevono più personale di una scuola grande.
Il ministro però ha ribadito più volte che non sarà chiuso nessun plesso.
La gestione dei plessi compete all’ente locale: riducendosi il personale scolastico diviene impossibile mantenere i plessi aperti. Bisogna poi considerare che già adesso le scuole sono in numero minore dei comuni italiani. Questo significa che in tantissimi paesi non ci saranno né plessi scolastici, né segreterie. Inoltre, riducendo il numero di scuole, si ridurrà anche la dotazione ordinaria, ovvero il finanziamento ricevuto ogni anno dalle scuole per garantirne il funzionamento.
Chi sono i più colpiti da questi tagli?
Sono gli alunni più piccoli, quelli del primo ciclo di istruzione. I bambini che frequentano scuola dell’infanzia, elementare e media. In queste scuole i tempi scuola sono molto lunghi, anche 40 o 50 ore settimanali. In questo caso poche unità di personale in meno significano vigilanza e assistenza insufficienti per alunni che invece hanno bisogni importanti.
Però alle superiori con i percorsi liceali e tecnici quadriennali la situazione è migliorata?
Non direi. E’ una riforma partorita con decreti e priva di un’adeguata progettazione. Gli alunni si ritroveranno a dover stare in classe anche 36 ore la settimana. Peccato che alle superiori non è previsto un servizio mensa. E poi se 36 ore sono il normale tempo lavorativo, come pensare che dopo tante ore in classe gli studenti possano anche studiare o svolgere tutte le attività integrative che la scuola propone? Corsi di lingua, stage, corsi di recupero e potenziamento?
Il Governo ha riservato grande attenzione alla questione della disciplina, del bullismo, dell’educazione affettiva. Cosa ne pensa?
Sono interventi di matrice ideologica. In realtà con l’autonomia delle istituzioni scolastiche, il DPR 275/1999, sono le scuole a decidere i contenuti dell’offerta formativa, ovviamente all’interno di una normativa quadro. Negli ultimi anni invece c’è stata una proliferazione di decreti ministeriali potenzialmente incompatibili con la legislazione vigente che finiscono, inoltre, per vincolare l’azione delle scuole. Questo è accaduto perché tutto il dibattito sulla scuola è inquinato da decenni di interventi non programmati e calati dall’alto che hanno prodotto un continuo cambio delle regole: dai giudizi ai voti e poi ancora ai giudizi; voto in condotta, giudizio, ritorno del voto in condotta; ma gli esempi sono innumerevoli. Il risultato è che oggi pochissimi conoscono il funzionamento di una scuola. Spesso sfugge anche ai docenti. Così chi si approccia alla scuola crede di avere la soluzione, ma è relativa ad una scuola immaginaria.
Quanti sanno che, attraverso la finanziaria 2023 la dimensione media delle scuole è stata portata da 600 ad oltre 900 alunni? Quanti hanno compreso che i fondi PNRR sono stati investiti assegnando alle scuole fondi e progetti preconfezionati, che non rispondevano ai bisogni locali ma erano gli stessi in ogni parte d’Italia? Quanti sanno che per la piccola manutenzione una scuola del Nord ha a disposizione 15.000 euro ed una del Sud 1.500? O che esiste un fondo di perequazione che non è mai stato finanziato, lasciando che invece i divari territoriali crescessero? Credo che i temi di discussione dovrebbero essere questi.
Ma non esiste un’emergenza educativa?
Sicuramente. Ma non è possibile scaricare tutto sulla scuola. L’idea della Comunità educante è che tutti sono responsabili dei propri comportamenti. Invece in mille occasioni la scuola è denigrata, i comportamenti violenti o aggressivi sono esaltati, competere e vincere è divenuto un valore assoluto, scollegato dalla morale e a detrimento della collaborazione. Al contrario, tutte le opere dell’uomo e la stessa costruzione della conoscenza provengono dall’imparare a collaborare. Spesso si pensa di risolvere “insegnando” qualcosa: educazione affettiva, cittadinanza e così via. Insegnare, però, significa porre dentro un segno, e i segni si lasciano con l’esempio. Per questo una scuola curata, pulita e funzionante è comunicativa ed educa alla cittadinanza, perché dimostra quanta importanza diamo ai più giovani. Purtroppo, in Italia i giovani contano poco, lo si capisce dal linguaggio, che cerca sempre di etichettarli, e dalla crisi demografica, che rivela quanta poca speranza ci sia per il futuro.
