Come citare Moro e La Pira come punti di riferimento cattolici e poi sostenere riforme costituzionali discutibili?
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Come citare Moro e La Pira come punti di riferimento cattolici e poi sostenere riforme costituzionali discutibili?

Mi fa molto…

Come citare Moro e La Pira come punti di riferimento cattolici e poi sostenere riforme costituzionali discutibili?
Giorgio La Pira
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

16 Gennaio 2026 - 13.15


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Mi fa molto pensare la creazione di comitati cattolici per il «sì» al referendum sulla riforma della giustizia.

Lo dico con molto rispetto: ogni cattolico è libero di aderire a partiti, comitati, gruppi e ovviamente ne risponde in coscienza. Come diceva Jacques Maritain, «si può essere cristiani e salvare l’anima militando in qualsiasi regime politico, a condizione, tuttavia, che questo non offenda la legge naturale e la legge di Dio».

Tuttavia, mi pongo una domanda: come si fa a riferirsi e citare costituenti come Moro, La Pira, Dossetti e altri ritenendoli punto di riferimento per l’impegno politico dei cattolici e poi appoggiare riforme costituzionali e compagini politiche abbastanza discutibili? Forse i Costituenti avrebbero approvato una riforma che sembra stravolgere la Costituzione, sia per il testo presentato sia per i meccanismi che la riforma innesca?

Penso ai Costituenti – tutti – come profondamente e coerentemente antifascisti. Penso che qualsiasi rischio di influsso del potere esecutivo su quello giudiziario, come una remota possibilità di avvicinarsi troppo al fascismo, o a nuove forme di esso, li avrebbe compattati in una difesa dello spirito e della lettera del loro testo costituzionale.

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Per quanto riguarda l’approccio cattolico vanno ricordati alcuni punti fermi; lo faccio in maniera sintetica ed esprimendo opinioni del tutto personali.

Primo. Paolo VI nella Octogesima adveniens (n. 24) afferma: «La duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica. Diversi modelli sono proposti, taluni vengono esperimentati, ma nessuno soddisfa del tutto, e la ricerca resta aperta tra le tendenze ideologiche e pragmatiche. Il cristiano ha l’obbligo di partecipare a questa ricerca e all’organizzazione e alla vita della società politica». Quindi il dovere di rendere le democrazie sempre più solide e sane rientra tra i doveri di un cattolico.

Secondo. Nella Centesimus annus (n. 46) Giovanni Paolo II precisa meglio: «La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato».

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È proprio l’ultima frase del papa a far molto pensare. La riforma presenta rischi che si pongono nella linea del rischio evidenziato dal pontefice polacco. In altri termini si può votare «sì» a una riforma che, a detta di alcuni esponenti del Governo, avrà degli sviluppi che, per quanto ci è dato capire, minano l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, cioè di uno dei tre poteri dello Stato, che è quello giudiziario?

Se il quadro è questo e i rischi, di deriva democratica connessi sono reali, resta la domanda: perché alcuni cattolici votano «sì»? Ripeto ognuno è libero di votare come crede, ma la mia domanda etica non è civile ma cattolica. Il «sì» può essere considerato coerente con il magistero sociale cattolico? Per quel poco che so e capisco, non penso proprio. Allora, probabilmente, le motivazioni non sono dottrinali ma di altro tipo.

Un’ultima nota. Sembra un po’ strano anche il silenzio assordante di diversi pastori cattolici.

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Anche qui una domanda: perché essi intervengono molto spesso su referendum, dibattiti, leggi e scelte politiche che riguardano solo aborto, eutanasia, bioetica (una volta chiamati impropriamente «valori non negoziabili»), invece molto raramente fanno sentire la loro voce su questioni che riguardano giustizia, qualità e solidità della democrazia di fronte ai rischi populisti e sovranisti, solidarietà, pace nei grandi e piccoli scenari, lotta alle mafie e alla corruzione?

È nostro dovere impegnarci per gli uni come per gli altri temi etici, senza distinzione. Altrimenti, come scriveva Aldo Moro, c’è il rischio di essere tentati o irretiti dal «fascino ambiguo e pericoloso di un potere che promette di salvare e chiede di abbandonare nelle mani di pochi la cura del bene comune».

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