Separazione delle carriere e democrazia a rischio: perché questa riforma della magistratura va fermata nelle urne
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Separazione delle carriere e democrazia a rischio: perché questa riforma della magistratura va fermata nelle urne

Luigi Marini ha svolto funzioni di giudice e pubblico ministero e collaborato alla riforma del Ministero della Giustizia.

Separazione delle carriere e democrazia a rischio: perché questa riforma della magistratura va fermata nelle urne
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6 Febbraio 2026 - 23.27


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di Antonio Salvati

Il prossimo 22 e 23 marzo saremo chiamati attraverso un referendum costituzionale – strumento previsto dall’articolo 138 della Costituzione che consente ai cittadini di intervenire direttamente nel procedimento di revisione costituzionale – a esprimerci su una riforma costituzionale varata nel 2025 che incide sull’organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. In altri termini, si decide se confermare o respingere una modifica della Costituzione che mantiene l’autonomia della magistratura, ma ridisegna i meccanismi di autogoverno e consolida la distinzione dei percorsi professionali.

Come è stato più volte sottolineato, per tutti i referendum costituzionali non è previsto un quorum. Pertanto, la validità del voto non dipende dalla percentuale di affluenza, ma esclusivamente dal numero di voti favorevoli o contrari espressi dagli elettori. L’esito del referendum sarà, quindi, definito dalla maggioranza dei voti validi, a prescindere dal livello di partecipazione.

Oggettivamente sono diversi i lati oscuri o di incertezza di questa riforma costituzionale, non solo sul piano del metodo della sua approvazione, ma soprattutto per quanto concerne i contenuti e prospettive future della democrazia. Di questo e altro, abbiamo scelto di parlarne con Luigi Marini. Marini è stato tante cose: ha svolto funzioni di giudice e pubblico ministero e collaborato alla riforma del Ministero della Giustizia. E’ stato componente elettivo del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha prestato servizio presso l’Ambasciata Italiana a New York dove si è occupato di tutela dei diritti umani, diritto umanitario, peacebuilding e contrasto al terrorismo e ai fenomeni criminali. Da ultimo, è stato Segretario Generale della Corte di Cassazione.

Perché la riforma proprio ora?

Va premesso che questa non è una riforma della giustizia, cioè delle regole che disciplinano l’organizzazione e il processo civile e penale. Come accaduto in passato, si tratta di un tentativo di riforma di potere, una riforma della magistratura che prende corpo quando il lavoro dei magistrati viene percepito dai governanti come un ostacolo alla propria libertà di azione. Accadde nel 1971 con la proposta di Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, contrario alla democratizzazione del Paese e della magistratura; accadde negli anni ’90, con il regime berlusconiano e la sua intolleranza per i controlli; accade di nuovo oggi con una maggioranza che punta alla centralizzazione del potere nel Governo, svuotando le funzioni del Parlamento, occupando le autorità di garanzia e aggredendo gli organi di controllo, dalla Corte dei conti alla libera stampa.

Ne nasce una riforma “di parte”, contraria alla natura della giustizia quale bene comune. Il Governo ha scritto il testo, lo ha “blindato” in Parlamento, impedendo emendamenti e discussione reale; è corso a richiedere il Referendum in tutta fretta, cercando di limitare i tempi del dibattito nel Paese nel timore che una campagna referendaria vera possa rovesciare un voto che sembrava controllabile; non ha aiutato affatto il voto dei giovani fuori sede. In ultimo, i toni aggressivi verso i magistrati e i sostenitori del NO ci dicono che questa è una riforma “contro” chi dissente e non “per” un Paese migliore.

Sono vere le ragioni della riforma?

La campagna per il SI è caratterizzata da bugie (i magistrati sono una casta che si protegge; mai più casi Garlasco) e forzature anche vergognose (chi vota NO sta con i violenti) che svelano la natura del progetto, reazionaria e insieme punitiva verso i magistrati indipendenti, un progetto che ci riporta agli anni’50 e ’60, in cui la Costituzione non era ancora applicata a causa delle resistenze trasversali alla politica per ritardare l’uscita reale dal ventennio precedente. Alcuni esempi di mistificazioni:

a) DISCIPLINARE. Una recente relazione del CSM sui numeri dei procedimenti disciplinari smentisce che i magistrati siano incapaci di provvedere: nessun’altra amministrazione ha livelli così alti di condanne e sanzioni, pari al 49%. E non dimentichiamo che il Ministro della Giustizia e il Procuratore generale hanno fatto ricorso contro le sentenze di assoluzione solo nel 17% dei casi, segno che non hanno trovato critiche da muovere al restante 83%. 

b) GIUDICI INDIPENDENTI. Non è, poi, vero che i giudici sono condizionati dai pubblici ministeri, se le statistiche dicono che nel 50% dei casi le richieste del PM non sono accolte. E ricordiamo che questo è avvenuto anche in processi sensibili come quelli contro Salvini e Delmastro, dove il giudice ha deciso in senso diverso dalle richieste dell’accusa.

c) IL PROCESSO PENALE. Non è vero che la distinzione fra giudici e pubblici ministeri è necessaria al processo penale accusatorio. Non solo il nostro è un processo radicalmente diverso da quello anglosassone; non solo il processo attuale funziona così dal 1989; ma la Corte costituzionale ha detto che il processo penale è compatibile con l’assetto attuale della magistratura: non occorre una riforma della Costituzione. Anche la pluralità di modelli europei smentisce che esista un unico assetto, come invece viene detto.

d) L’INDIPENDENZA. Non è vero che l’indipendenza è garantita perché rimane scritta nell’art.104: anche in Russia, Cina, Turchia, Iran … c’è scritto che i giudici sono indipendenti, ma sfido chiunque a crederci. Sono le strutture e le garanzie che rendono reale l’indipendenza dei magistrati: proprio l’art.104 lega l’indipendenza all’esistenza di quel CSM. E quanto sta accadendo perfino negli Stati Uniti ci deve aprire gli occhi.  Altrettanto devono allarmarci le reazioni violente del Governo contro i magistrati sgraditi, come nei casi Almasri e centri in Albania, come la Corte dei Conti per “il Ponte”. Con la riforma, molte critiche feroci alle decisioni, così come le aggressioni alla libertà di opinione dei magistrati, si trasformerebbero di sicuro in azioni disciplinari.

Come va intesa la de-strutturazione del CSM?

Il vero obiettivo della riforma non è la semplice “separazione delle carriere”, ma la de-strutturazione del CSM e della democrazia interna della magistratura. Memore delle scelte del regime fascista, la Costituzione del 1948 volle che il pubblico ministero non dipendesse dal Governo ma fosse un magistrato indipendente, amministrato come i giudici da un CSM dove giudici e PM e membri “laici” eletti dal Parlamento operassero insieme; volle che magistrati e laici fossero eletti per garantire loro rappresentatività e responsabilità, nella convinzione che tutti gli organismi del potere debbano essere democratici in sé, e cioè rappresentativi delle comunità che li esprimono.

Con la riforma, l’unico CSM verrebbe frazionato in due organi divisi e la materia disciplinare tolta e affidata ad una Alta Corte esterna (soluzione che non opera per le altre magistrature e l’avvocatura). Un organo unico diviso in tre è più debole e lo è ancora di più se i magistrati non vengono più eletti, ma sorteggiati. E ancor di più se il sorteggio è squilibrato: “secco” per i magistrati, tutti sorteggiabili, “temperato” per i laici, con il Parlamento che forma una lista di professori e avvocati tra cui sorteggiare, potendo decidere quanto grande sia la lista e quali sorteggiabili includervi: un sorteggio pilotabile, in grado di assicurare che giungano nei CSM persone che garantiscono sintonia con la classe politica al governo.

In sostanza, tanto nei due CSM quanto nella Corte disciplinare i membri nominati dal Parlamento avrebbero un peso molto maggiore di adesso. Inoltre, la riforma dell’Alta Corte lascia le mani libere al Governo nel fissare le regole di funzionamento con legge ordinaria e al Presidente della Corte (che dovrà essere un laico) piena libertà di fissare l’organizzazione interna e la formazione dei collegi che giudicheranno i magistrati.

Perché preoccuparsi di un pubblico ministero (PM) separato?

Una premessa è d’obbligo: senza un PM indipendente non può esserci un giudice realmente indipendente. Il giudice può affrontare solo i casi per i quali il PM agisce e, ancor più, la sua decisione è condizionata dalla tempestività e qualità delle indagini. Un PM che deve fare i conti con le politiche di un “suo” CSM più debole rispetto alle pressioni esterne e con i rischi di un’azione disciplinare mirata può trovarsi in grave difficoltà. Il Ministro ha già preannunciato riforme pericolose a cui la vittoria del SI aprirebbe la strada: discrezionalità dell’azione penale controllata dalla politica; riduzione delle intercettazioni per i reati di corruzione; sottrazione della polizia giudiziaria al controllo del PM. E vediamo tutti la logica repressiva dei decreti sicurezza: la “sicurezza” appiattita sulla repressione senza politiche sociali di prevenzione del disagio nelle sue varie forme.

Un PM separato dai giudici e con un proprio CSM non potrà che accentuare le logiche di risultato (quante misure cautelari? Quante condanne?…) in danno delle logiche di garanzia per tutti, compresi gli indagati; non potrà che organizzarsi e operare come avversario della difesa; sarà portato a “forzare” le situazioni per sostenere le proprie tesi e, allora si, a esercitare pressioni sui giudici perché non smentiscano l’accusa: una logica in cui il PM “o vince o perde” non farebbe bene né alle parti, né agli avvocati, né alla giustizia.

Perché votare NO?

La riforma della magistratura va letta all’interno di un disegno complessivo molto chiaro: aumento dei poteri del Governo; riduzione del dibattito parlamentare; frammentazione del corpo sociale in aree separate (autonomia differenziata) e in micro- corporazioni in competizione fra loro cui si offrono privilegi e sostegno in cambio di fedeltà. I diritti sociali e personali contano sempre meno in campo fiscale, nel mondo del lavoro, nel settore della salute, all’interno delle carceri, nell’area della crescente marginalità e dell’immigrazione. E il dissenso politico viene sempre più spesso qualificato come anti-italiano o trasformato in materia criminale, secondo una cultura del nemico che fomenta nelle persone e nel Paese un clima di risentimento e incomunicabilità.

Considerato che la riforma è stata voluta dal Governo e approvata a colpi di maggioranza, non è difficile capire con quale spirito di rivincita verrebbero emanate le leggi di attuazione e verrebbero formate le liste dei candidati laici al sorteggio per i CSM e Alta Corte. Non è difficile capire come verrebbe utilizzato lo strumento disciplinare a fronte di due CSM divisi e una Alta Corte dai profili incerti.

La magistratura italiana ha saputo dare al Paese non soltanto fedeli servitori dello Stato, uccisi per questo, ma anche il sostegno alla crescita dell’uguaglianza sostanziale e ai diritti dei più fragili; a partire dagli anni ’60 ha saputo accertare illegalità diffuse della politica, connessioni fra criminalità e amministratori, corruzioni internazionali e domestiche; ha superato i tentativi di ridurla a quella “ragionevolezza” che fa comodo ai potenti. Come tutte le cose umane, anche i magistrati possono sbagliare e sbagliano, ma la demonizzazione degli “errori giudiziari” non fa i conti col fatto che in 10 anni la magistratura si occupa mediamente di oltre 10 milioni di possibili reati e che molto spesso non si tratta di “errori”, ma di scelte complesse che i magistrati devono compiere fra più soluzioni possibili: provate a consultare 5 bravi avvocati su un caso non banale e otterrete probabilmente 4 risposte diverse.

Votare SÌ in questo contesto rafforzerebbe la cultura autoritaria della maggioranza e il voto verrebbe usato come grimaldello per ogni riforma successiva destinata ad accrescere la concentrazione del potere, l’indebolimento dei controlli sulle politiche tutte, la marginalizzazione del dissenso. È questa la partita che si gioca nelle votazioni di marzo e che dovrebbe consigliare di votare NO a tutti coloro che non si riconoscono nelle spinte che attraversano, ad esempio, gli Stati Uniti, l’Ungheria o la Turchia e che trovano sostenitori anche in Italia, ora convinti, ora compiacenti.

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