Il ricorso delle Ong all’Alta Corte israeliana contro l'espulsione da Gaza
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Il ricorso delle Ong all’Alta Corte israeliana contro l'espulsione da Gaza

ActionAid conferma: tra le richieste, liste complete di staff e familiari e coinvolgimento nelle assunzioni. In gioco l’accesso dell’azione umanitaria in Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est

Ricorso ONG all’Alta Corte israeliana_a rischio gli aiuti a Gaza_intervista ActionAid_di Alessia de Antoniis
Ricorso ONG all’Alta Corte israeliana_a rischio gli aiuti a Gaza_intervista ActionAid
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26 Febbraio 2026 - 11.53


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di Alessia de Antoniis

Il 31 dicembre 2025, 37 organizzazioni umanitarie internazionali hanno perso la registrazione necessaria per operare nei Territori Palestinesi Occupati. Le nuove regole israeliane di registrazione impongono requisiti inediti, tra cui la consegna di elenchi completi del personale (e dei familiari) e il coinvolgimento delle autorità israeliane nei processi di assunzione futuri, con la minaccia di un rigetto formale entro il 1° marzo 2026.

Per oltre un anno, racconta ActionAid, “sono stati tentati canali di dialogo con le autorità israeliane per trovare una via d’uscita che salvaguardasse sicurezza, imparzialità e indipendenza operativa. Senza alcun risultato”.

Per questo, 17 organizzazioni umanitarie internazionali ha presentato congiuntamente ricorso all’Alta Corte israeliana per sospendere i provvedimenti di chiusura imposti dalle nuove norme israeliane sulla registrazione. Secondo le ONG, se queste organizzazioni verranno costrette a chiudere, oltre la metà dell’assistenza alimentare a Gaza verrebbe compromessa, il 60% delle operazioni degli ospedali da campo rischierebbe di fermarsi e l’intero trattamento ospedaliero per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave verrebbe interrotto. Secondo le ONG questo viola gli obblighi della potenza occupante previsti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, che impone di facilitare — non ostacolare — i soccorsi alla popolazione civile.

Le restrizioni, dicono, sono già parte della normalità operativa: visti e ingressi vengono di fatto evitati perché ritenuti sistematicamente negati, e per i beni si lavora tramite partner.

La posta in gioco è la riscrittura delle condizioni di accesso dell’azione umanitaria.

ActionAid è tra i firmatari dei comunicati congiunti di gennaio e del 24 febbraio e tra le organizzazioni sostenitrici della petizione all’Alta Corte israeliana. Non solo: ActionAid è tra le 37 ONG che hanno perso la registrazione il 31 dicembre. La domanda di registrazione secondo le nuove regole è sospesa e potrebbe essere respinta ufficialmente entro il 1° marzo.

Sono richieste dello Stato di Israele che violano completamente il diritto internazionale, inclusi gli Accordi di Oslo, che stabiliscono che l’autorità per registrare le organizzazioni umanitarie che operano nei Territori Palestinesi Occupati spetta ai palestinesi.

Questa è una linea rossa in qualsiasi contesto – spiegano membri del team internazionale di ActionAid con i quali abbiamo parlato –  ma in un contesto in cui centinaia di operatori umanitari sono stati presi di mira e uccisi dalle forze israeliane, e continuano a subire quotidianamente innumerevoli intimidazioni, minacce e altre forme di persecuzione, è inconcepibile per noi esporre il nostro personale a un rischio di sicurezza così elevato. Si tratta di una violazione del nostro duty of care (dovere di protezione nei confronti del personale)”.

“Inoltre – continua ActionAid – la registrazione resterebbe comunque subordinata a criteri vaghi e politicizzati, che di fatto rappresentano un modo per mettere a tacere il lavoro indipendente delle ONG, proprio mentre lo Stato di Israele è stato accusato, da numerosi esperti e analisti, di genocidio e crimini contro l’umanità, con un mandato di arresto emesso nei confronti del Primo Ministro israeliano dalla Corte Penale Internazionale”.

Le ostruzioni da parte delle autorità israeliane all’assistenza umanitaria – spiegano da ActionAid – sono ben documentate, e lo sono da anni; in particolare a Gaza dall’inizio del genocidio. ActionAid ne è stata ovviamente colpita, come tutti gli attori umanitari, e abbiamo dovuto adottare misure di mitigazione molto prima che questi nuovi requisiti di registrazione entrassero in vigore. Di conseguenza, raramente tentiamo di far entrare personale internazionale che necessiti di approvazione israeliana per l’ingresso, o visti di lavoro israeliani, perché sappiamo che verranno sistematicamente negati. Lo stesso vale per l’ingresso di rifornimenti a Gaza: abbiamo dovuto lavorare con i partner per far entrare gli aiuti dopo dinieghi sistematici”.

Ma quante persone rischiano di perdere assistenza dai programmi sostenuti da ActionAid?

“Se le nostre operazioni non potessero continuare, circa un quarto di milione di persone perderebbe il supporto che stiamo fornendo in tutti i Territori Palestinesi Occupati: Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Siamo preoccupati per gli impatti a medio e lungo termine del diniego di registrazione israeliana, che potrebbe impedirci di supportare i partner locali, utilizzare il sistema bancario e gestire altre questioni logistiche o amministrative. Ribadiamo che, secondo il diritto internazionale, solo la registrazione presso le autorità palestinesi dovrebbe essere richiesta alle organizzazioni umanitarie per operare nel territorio palestinese occupato”.

Per Israele le ONG internazionali fornirebbero solo l’1% degli aiuti umanitari a Gaza.

L’affermazione israeliana secondo cui le ONG fornirebbero solo l’1% degli aiuti a Gaza è, secondo ActionAid, priva di fondamento. “Le ONG operano con le agenzie ONU e sostengono anche organizzazioni palestinesi: nei principali settori — sanità (oltre UNRWA), nutrizione, istruzione, protezione e ripari — i maggiori implementatori sono spesso ONG internazionali (OING) o ONG palestinesi sostenute da OING”.

“Un lavoro importante che i media possono fare per aiutare il pubblico a capire cosa sta accadendo, è guardare i dati in modo indipendente e andare oltre la propaganda israeliana: l’1% non è fondato sui fatti o sulle prove. È una bugia”, continua ActionAid. E aggiunge che la cancellazione delle OING non colpirebbe solo Gaza, ma tutto il Territorio Palestinese Occupato – Cisgiordania e Gerusalemme Est incluse -, compromettendo servizi essenziali per milioni di persone – dalla sanità al supporto psicosociale, dai rifugi d’emergenza all’assistenza legale e ai programmi di sostentamento – in contrasto con gli obblighi di Israele come potenza occupante. L’ONU già parla di catastrofe umanitaria”.

Cosa chiedete all’Europa?

“I governi europei e l’Unione Europea devono immediatamente usare la loro leva economica, diplomatica, politica e legale per fare pressione sul governo di Israele affinché ponga fine ai crimini violenti commessi dalle autorità israeliane, dalle forze israeliane e dai coloni. Ciò include, a titolo non esaustivo: il divieto di commercio con gli insediamenti israeliani, la sospensione dell’accordo commerciale preferenziale che l’UE e gli Stati europei hanno con lo Stato di Israele, la sospensione dei trasferimenti di armi e del commercio con lo Stato di Israele, e l’imposizione di sanzioni allo Stato di Israele e a individui confermati come responsabili di crimini nel contesto dell’occupazione illegale del territorio riconosciuto a livello internazionale come palestinese (il territorio palestinese occupato). Ciò è particolarmente critico per i paesi europei che hanno riconosciuto la Palestina come Stato. Tale riconoscimento non è una mera espressione simbolica di solidarietà: comporta obblighi aggiuntivi”.

Se questa misura passa, cosa diventerà l’azione umanitaria nei Territori Occupati?

“Se alle ONG viene vietato di operare nel Territorio Palestinese Occupato, qualsiasi assistenza umanitaria diventerà un ulteriore strumento di controllo e sottomissione delle autorità israeliane. Gli aiuti sono già strumentalizzati in molti modi dalle autorità israeliane; questo è un passo ulteriore in quell’uso illegale degli aiuti. L’anno scorso, con la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, abbiamo visto a cosa può assomigliare il cosiddetto “aiuto” posto nelle mani di una parte in conflitto: migliaia di persone sono state uccise a sangue freddo, decine di migliaia sono rimaste mutilate per sempre; e centinaia di migliaia non hanno nemmeno tentato di cercare l’aiuto di cui avevano bisogno presso questi siti, perché era diventato evidente che la scelta era tra morire di fame o morire sotto i proiettili. I paesi europei non possono permettere che la storia si ripeta. L’imparzialità e l’indipendenza operativa sono condizioni fondamentali per una corretta erogazione degli aiuti umanitari, e c’è una ragione”.

Le organizzazioni firmatarie e sostenitrici

All We Can, ActionAid Australia, Alianza Por La Solidaridad, Association of International Development Agencies (AIDA), Bystanders No More, CADUS e.V., Choose Love, Christian Aid, Churches for Middle East Peace, DanChurchAid, Danish Refugee Council, Diakonia (Svezia), Humanity & Inclusion – Handicap International, medico international, Middle East Children’s Alliance, Movimiento por la Paz, Desarme y Libertad (MPDL), Muslim Aid, Nonviolent Peaceforce, Norwegian Church Aid, Norwegian Refugee Council, Oxfam, Pax Christi International, Première Urgence Internationale (PUI), Pro Peace, Refugees International, Start Network, Tearfund, Terre des hommes Italy, Terre des hommes Lausanne (Tdh), United Against Inhumanity, Weltfriedensdienst e.V. (World Peace Service).

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