Il welfare non basta più: a Roma il Festival del Co-Housing

Il 30 marzo all’Auditorium Parco della Musica il Festival di Roma Capitale è il tentativo di dare una risposta sociale e politica a una città che invecchia, si isola e non sa più come abitare la fragilità

Roberto Gualtieri con il collettivo Le Coliche per il video del Festival del Co-Housing di Roma Capitale, iniziativa su abitare condiviso, anziani e solitudine urbana - di Alessia de Antoniis
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri con il collettivo Le Coliche sul set del video del Festival del Co-Housing, progetto che porta nel dibattito pubblico il tema della solitudine e delle nuove forme di abitare
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

27 Marzo 2026 - 15.15


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di Alessia de Antoniis

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Il 30 marzo all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, nella Sala Petrassi, si apre il Festival del Co-Housing di Roma Capitale, il primo grande evento pubblico italiano dedicato alle nuove forme di abitare condiviso per anziani. Dalle 10 alle 17, tra riflessioni, musica, filosofia e racconto civile, si alterneranno voci come Erri De Luca, Nicola Piovani, Donatella Di Cesare, Luca Barbarossa, Ema Stokholma, Maria Grazia Calandrone. E in prima assoluta arriverà anche il video de Le Coliche, con il sindaco Roberto Gualtieri nel cast.

Ma il punto non è soltanto la giornata inaugurale. Il Festival è il lancio pubblico di un progetto di animazione civica e culturale che, dal 9 marzo al 13 giugno 2026, attraversa tutti i quindici municipi di Roma con oltre cinquanta appuntamenti tra quartieri, mercati rionali, biblioteche e spazi sociali. Promosso dall’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, voluto dall’assessora Barbara Funari e realizzato da Doc Servizi con Auser Lazio, Cooperativa Risvolti e Cooperativa Prassi e Ricerca, il progetto è finanziato dal PNRR – NextGenerationEU con il sostegno del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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Non è un problema di case. Le case ci sono. Sono vuote, troppo grandi, troppo care. Oppure sono abitate da una sola persona, che le attraversa in silenzio per anni. Il problema è che non sappiamo più come abitarle.

Il Festival del Co-Housing nasce qui: non per raccontare un modello alternativo come si racconta una buona pratica, ma perché quello attuale sta mostrando le sue crepe. Non è un tema sociale. È un problema strutturale.

Le famiglie si riducono, la vita si allunga, le reti di prossimità si indeboliscono. In Italia oltre il 22% della popolazione ha più di 65 anni, e più di un terzo vive da solo. La solitudine smette di essere un incidente biografico e diventa una condizione stabile. Le città, semplicemente, non sono progettate per questo.

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E il welfare tradizionale continua a funzionare per salti: autonomia piena o istituzionalizzazione. Casa o struttura. Indipendenza o RSA. Il cohousing si colloca proprio in questo spazio intermedio: non è assistenza, non è comunità imposta, non è una versione gentile della rinuncia. È un tentativo di costruire un livello che finora è mancato: un modo per restare autonomi senza restare soli.

Se si leggono bene i materiali del Festival, emerge con chiarezza una cosa che nel racconto pubblico resta in secondo piano: questo non è solo un progetto culturale. È un dispositivo di politica pubblica. Non eroga direttamente servizi, non assegna case, non costruisce strutture. Costruisce un’altra cosa: domanda sociale. I documenti lo dicono apertamente, quando spiegano che il progetto serve a creare quella “domanda qualificata” senza la quale le riforme rischiano di restare sulla carta. Tradotto: prima si cambia la percezione, poi si possono cambiare davvero i modelli.

Per questo il festival non si esaurisce il 30 marzo. Il suo cuore operativo è nell’animazione territoriale: oltre cinquanta appuntamenti, circa seicento ore di attività sul campo, quindici municipi coinvolti, installazioni itineranti, laboratori pratici, sportelli mobili e giornate immersive di convivenza. Non convegni astratti, ma una casa temporanea montata in piazza, con un anziano “padrone di casa” che racconta la propria esperienza; uno sportello che intercetta la solitudine dove normalmente resta invisibile; piccoli gruppi che provano davvero a condividere spazi, pasti, tempi. Il cohousing non viene soltanto spiegato. Viene fatto toccare con mano.

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Il punto, allora, non è semplicemente condividere una casa. È accettare che la casa non sia più solo un fatto privato. Nei materiali del progetto si legge che la casa cessa di essere un luogo esclusivamente individuale e diventa uno spazio di relazione. Qui sta il cambio di paradigma. Non architettonico, ma culturale. Perché mette in discussione almeno tre illusioni molto radicate: che la casa sia un affare esclusivamente individuale, che l’autonomia coincida con l’isolamento, che l’invecchiamento sia una questione privata.

C’è poi un livello ancora meno dichiarato, ma decisivo. Il cohousing non è solo una risposta sociale: è anche una risposta economica e politica. Riduce i costi individuali, distribuisce il carico dell’assistenza, ritarda o evita l’ingresso in strutture residenziali, alleggerisce la pressione sui servizi più onerosi. Non sostituisce il welfare, ma ne modifica la forma. E infatti il Festival si inserisce pienamente nel quadro della Legge 33 del 2023 sull’invecchiamento attivo, nel rafforzamento della domiciliarità e nelle linee del PNRR che puntano su reti di prossimità, autonomia e personalizzazione della cura.

Il rischio, semmai, è raccontarlo male. Trasformarlo in una favola urbana sulla convivenza gentile. In una soluzione quasi romantica, adatta a correggere con un po’ di calore umano la disgregazione sociale. Ma il cohousing non nasce da un sogno comunitario. Nasce da un’urgenza. Dalla necessità di rispondere a una domanda che non possiamo più rimandare: come si vive quando si resta soli più a lungo di quanto siamo stati progettati per vivere insieme?

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Il Festival del Co-Housing prova a mettere questa domanda al centro dello spazio pubblico. Non è detto che il cohousing sia la risposta giusta per tutti. Non è detto che basti. Ma il fatto che una città come Roma debba costruire un festival per insegnare a vivere insieme dice già abbastanza.

Non stiamo cercando nuovi modelli abitativi. Stiamo cercando di capire come non restare soli dentro quelli che abbiamo.

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