di Dario Spagnuolo
Il 15 e 16 aprile, a Napoli, sono stati presentati i risultati della Commissione Scientifica Interistituzionale sulla povertà educativa. Si tratta di un considerevole lavoro di ricerca portato avanti dall’Istat, negli ultimi anni, su un fenomeno complesso e multidimensionale. Per descrivere patogenesi ed esiti della povertà educativa, infatti, gli studiosi dell’équipe multisciplinare hanno dovuto individuare ben 78 indicatori. Si tratta di un approccio estremamente interessante, perché oltre a rivelare le disuguaglianze territoriali, riesce a dare conto dei contesti in cui la povertà educativa traccia il solco di storie individuali.
D’altronde, troppo spesso “povertà educativa” è una definizione sotto la quale si fanno ricadere fenomeni diversi, finendo con il favorire la confusione piuttosto che la riflessione e producendo risposte spesso inefficaci perché mal calibrate. Secondo la Commissione, le cause possono annidarsi nel contesto familiare, nel contesto scolastico, nel contesto territoriale sociale e culturale di origine. Ciascun contesto ha i suoi fattori peculiari e, spesso, fattori diversi interagiscono in contesti differenti.
E’ estremamente difficile stabilire quanto ciascun indicatore concorra al risultato finale. Sebbene l’indagine abbia comunque prodotto degli indicatori sintetici, questi se da un lato consentono di individuare aree di maggiore e minore problematicità e di stilare graduatorie, dall’altro finiscono con il nascondere come la povertà educativa abbia origine ed agisca in contesti diversi. A seconda che si viva in città, in centri urbani di dimensioni medie o piccole o, ancora, in zone rurali o a basso popolamento cambiano i fattori determinanti. Resta però fondamentale che la povertà educativa scaturisce dall’interazione di cause differenti che pesano sulla vita di migliaia di minori.
Osservando l’Italia, la povertà educativa colpisce comunque un numero enorme di bambini e adolescenti: 1,13 milioni al di sotto dei sedici anni. La connessione tra povertà educativa e povertà assoluta è stretta, per questo è preoccupante che un bambino ogni 7 viva in povertà assoluta. E’ una condizione di sofferenza superiore rispetto a quella che colpisce la popolazione adulta, e rivela come le politiche siano poco attente ai soggetti deboli.
Abbastanza marcate sono anche le differenze tra Nord e Sud del paese, con il Sud che, nonostante il ritardo sulla maggior parte degli indicatori, può ancora vantare un certo capitale di relazioni sociali che in qualche misura agiscono a tutela dei bambini.
Anche misurando le competenze in uscita, cioè gli esiti della povertà educativa, il tutto non si riduce all’irregolarità del percorso scolastico o alle competenze alfabetiche e matematiche. Le ripercussioni riguardano, infatti, anche l’emotività e la socialità e dunque la possibilità di inserirsi in un contesto ricco di affetto e di relazioni umane significative. Un minore che soffre di povertà educativa, insomma, ha meno opportunità.
Il quadro delineato dalla Commissione Scientifica Interistituzionale, dunque, rivela che tanta parte del disagio adolescenziale affonda le sue radici nella povertà educativa. Pensare di agire semplicemente sugli esiti, con strategie che, ad esempio, rafforzano le competenze relazionali ed emotive (si pensi all’educazione alle emozioni) significa optare per interventi tardivi e parziali. Se è vero, infatti, che gli esiti sono a loro volta all’origine di un aggravarsi della povertà educativa, fino a condurre all’abbandono dei percorsi di istruzione e formazione e alla marginalità, è altresì evidente come la povertà educativa abbia origine da disuguaglianze sociali e territoriali consolidate, spesso da decenni.
Per quanto attiene il contesto familiare, ad esempio, tra gli indicatori significativi ci sono il grado di istruzione dei genitori, il nucleo familiare monoreddito, l’assenza in casa di libri, la mancata partecipazione ad attività culturali e l’impossibilità di svolgere un periodo di vacanza. E’ sufficiente allora prendere in considerazione il dato sul tempo pieno: ne usufruiscono in Italia solo il 42,7% degli studenti. Questa percentuale, nel Mezzogiorno, si dimezza con appena un 20% di alunni che hanno accesso al tempo pieno. L’impatto sul contesto familiare è devastante: senza scuola a tempo pieno molte donne sono costrette a rinunciare ad un impiego, minore occupazione femminile e dunque nuclei monoreddito significano minore ricchezza del nucleo familiare e, dunque, minore spesa per libri, vacanze, manifestazioni culturali. Per una donna, infine, una gravidanza precoce non di rado si traduce nell’interruzione degli studi, di conseguenza diviene più difficile sostenere lo studio domestico dei figli.
In sintesi, i risultati della Commissione Scientifica sulla povertà educativa hanno il merito di raccogliere e mettere a sistema una serie di indicazioni provenienti da indagini realizzate negli ultimi anni, giungendo a fornire un quadro dettagliato e preoccupante della condizione di bambini e adolescenti. L’Italia è caratterizzata da divari territoriali e investimenti bassi o nulli nel settore dell’istruzione e della formazione. Oltre un terzo dei minori italiani (il 35,6%) non svolge alcuna attività sportiva, anche in ragione di scuole prive di palestre o con strutture fatiscenti e inagibili. La scolarizzazione, poi, inizia tardi perché a meno di un terzo dei bambini è garantito un posto pubblico al nido. Anche in questo caso, il Sud resta indietro, con città che offrono un posto ogni 10 minori perché vittime del circolo vizioso della povertà: meno tempo pieno, meno occupazione, meno reddito, meno tasse, meno servizi.
Soprattutto gli adolescenti, poi, sembrano consapevoli dello spazio marginale loro riservato dalla società. Molti si dichiarano a disagio a scuola, altri lamentano di essere incompresi e, soprattutto, inascoltati. Altri ancora lamentano con estrema chiarezza le carenze di un sistema che, troppo spesso, sceglie di fare cassa sui bisogni delle giovani generazioni.
La povertà educativa, insomma, scaturisce anche dalle scelte politiche, per questa ragione è ancora possibile cambiare rotta.