Una protesta improvvisa, visiva e sonora, ha attraversato i Giardini della Biennale catalizzando l’attenzione del pubblico nel giorno di apertura. Un gruppo di ragazze e alcuni ragazzi, molti con il cappuccio lilla che richiama l’estetica delle Pussy Riot, si è radunato davanti al padiglione russo, diventato in queste ore uno dei punti più controversi dell’intera manifestazione.
Il corteo si è mosso dal vialetto tra il padiglione scandinavo e quello russo, dirigendosi verso l’area espositiva legata a Mosca. Le forze dell’ordine hanno impedito ai manifestanti di entrare, bloccandoli all’esterno. Tra gli slogan gridati, uno in particolare ha scandito la protesta: “Russian art is blood”, un’accusa diretta al ruolo della cultura russa nel contesto della guerra in Ucraina.
Tra i partecipanti anche alcune attiviste riconducibili al movimento Femen, a torso nudo e a volto scoperto, in linea con le loro consuete forme di protesta radicale e performativa.
Il contesto: il ritorno russo tra polemiche e proteste
La manifestazione si inserisce in un clima già fortemente teso attorno alla 61ª Biennale. Il ritorno del padiglione russo – assente nelle ultime edizioni dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 – ha riacceso un acceso dibattito internazionale.
Pur formalmente presente, il padiglione resta di fatto limitato: accessibile solo durante i giorni di preview alla stampa e poi visibile dall’esterno, anche a causa delle sanzioni europee.
Critiche sono arrivate da governi, istituzioni culturali e centinaia di artisti, mentre gruppi di attivisti – tra cui proprio le Pussy Riot – avevano annunciato azioni di protesta contro quella che considerano una legittimazione culturale della Russia di Putin.
Secondo il collettivo femminista russo, la partecipazione alla Biennale rappresenterebbe una forma di “soft power” e propaganda in pieno conflitto, motivo per cui la loro mobilitazione si è fatta sempre più visibile nei giorni di apertura.
Una Biennale segnata dalla politica
Quella di quest’anno si conferma dunque una Biennale profondamente attraversata dalla politica. Non solo Russia: anche la partecipazione di altri Paesi coinvolti in crisi internazionali ha generato proteste, mentre una parte della giuria si è dimessa proprio per le tensioni legate alle presenze contestate.
Nel cuore dei Giardini, tra padiglioni storici e installazioni contemporanee, la protesta di oggi ha riportato al centro una domanda che attraversa tutta la manifestazione: può l’arte restare neutrale in tempo di guerra?
