Un omicidio brutale, maturato in un contesto di violenza cieca e disumanità, che scuote profondamente la coscienza pubblica. A Taranto cinque giovanissimi — quattro dei quali minorenni — sono stati fermati per la morte di Sako Bakari, 35 anni, immigrato regolare originario del Mali e bracciante agricolo. Una vicenda che, secondo gli inquirenti, racconta non solo un’aggressione feroce, ma anche un clima sociale sempre più allarmante.
“È un contesto che desta un particolare allarme”. Lo ha detto oggi in conferenza stampa il procuratore capo di Taranto, Eugenio Pentassuglia, descrivendo un quadro che va oltre il singolo episodio criminale e che interroga direttamente la società e il senso stesso della convivenza civile.
“Abbiamo due situazioni che si fronteggiano – ha detto il procuratore Pentassuglia -: la vita di un ragazzo di 35 anni, arrivato sul territorio italiano, regolare sul territorio italiano, che alle 5 del mattino, in bicicletta, si sta recando al lavoro. Si sta recando ad attività che consentano di mantenere la sua famiglia. A fronte di questa figura, abbiamo ragazzi di 16-17-19 anni che alle 5 di mattina scorazzano per le vie di questa città alla ricerca della persona da colpire. E la persona da colpire è la persona vulnerabile, indifesa, la persona che nello specifico caso viene individuata nella persona di colore”.
Parole durissime, che fotografano una violenza predatoria rivolta contro chi è più fragile e indifeso. Una dinamica che assume contorni ancora più inquietanti perché, secondo l’accusa, la vittima sarebbe stata scelta proprio in quanto uomo nero, solo e vulnerabile.
“E allora ci dobbiamo domandare che cosa significa tutto questo? Non posso esimermi dal considerare che queste situazioni si stanno sempre di più moltiplicando – ha rilevato il procuratore capo Pentassuglia -. E non ci sono dei decreti sicurezza che tengano. Non serve aumentare le pene, non serve individuare nuove figure di reato. Dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che la nostra terra non è la terra nostra. Tutti coloro che hanno diritto di esserci, devono essere rispettati”.
Il procuratore ha poi ricostruito un altro passaggio drammatico della vicenda, che rende ancora più pesante il bilancio morale di quanto accaduto.
“Risulta dagli atti – ha proseguito il procuratore – che nelle prime fasi dell’aggressione la vittima si è rifugiata in un bar e all’interno di questo bar è continuata l’aggressione. Cosa ha fatto il proprietario del bar? Gli ha intimato di uscire. Non ha ritenuto di chiamare le forze di polizia. Forse se anche la mentalità degli italiani cambiasse, se forse tutti quanti ci facessimo carico del problema altrui e non vivessimo come un fastidio l’inconveniente, la problematica che può derivarci dall’esporci, forse potremmo evitare che si verifichino queste degenerazioni”.
Una tragedia che va oltre la cronaca giudiziaria e che pone interrogativi profondi sul degrado culturale, sull’indifferenza e sulla normalizzazione della violenza contro gli ultimi. L’uccisione di Sako Bakari non appare solo come un fatto di sangue, ma come il simbolo di una frattura sociale che inquieta e che impone una riflessione collettiva urgente.
