di Alessia de Antoniis
A Grottaferrata, una villa confiscata alla criminalità organizzata è diventata casa di semi-autonomia per donne uscite dalla violenza domestica. Non un simbolo, ma un luogo da dove ricominciare da zero.
Da qui parte Tiziana Biolghini, consigliera delegata alle Pari Opportunità, Politiche sociali e Cultura della Città metropolitana di Roma Capitale, sociologa con una lunga esperienza tra Comune, Provincia e Regione Lazio.
Quando un progetto di welfare fallisce, si dà sempre la colpa ai fondi. È davvero solo una questione di risorse?
No, non sono d’accordo con questa lettura. Il problema vero sono i modelli con cui si prende in carico una persona. Il welfare italiano funziona ancora per compartimenti: prestazioni, patologie, categorie, servizi erogati. Così la persona rischia di sparire dietro la somma dei servizi che la riguardano.
Il riferimento per me è il budget di salute, già adottato in alcune regioni: si costruisce un progetto personalizzato che tenga insieme la storia della persona, la famiglia, le abilità, le fragilità, le risorse sociali e sanitarie disponibili. Questo progetto viene verificato ogni sei mesi: funziona? Va cambiato qualcosa? Nel Lazio siamo ancora fermi alla separazione tra prestazioni sociali e sanitarie, che costa di più alle amministrazioni e spesso non risponde alle esigenze reali.
Il Terzo Settore è ovunque: nei quartieri, nei servizi, nelle emergenze. Ma dove finisce la collaborazione del privato e comincia la supplenza?
Prima di tutto, non chiamiamolo “privato”: è privato sociale, e la differenza non è nominale. Sono i soggetti più vicini ai territori, quelli che vedono i bisogni prima che arrivino sulla scrivania dell’amministrazione.
La co-progettazione serve esattamente a questo: individuare i fabbisogni, costruire risposte, sperimentare, misurare se funziona. Il boccino, però, ce l’ha sempre il pubblico. Non c’è una delega.
Il punto fragile è un altro: la co-programmazione è gratuita per l’amministrazione. Gli enti del Terzo settore (No-profit, nda) partecipano a tavoli, portano competenze, mettono a disposizione la conoscenza del territorio. E lo fanno gratis. E proprio quel mondo è oggi tra i più esposti: molte amministrazioni non riconoscono gli aumenti contrattuali al personale degli enti convenzionati. Il risultato sono psicologi, sociologi, educatori con lauree e specializzazioni che lavorano con stipendi sotto soglia. Non è sostenibile.
Il Polo Civico Esquilino, con 49 associazioni e oltre 200 servizi di prossimità, è per me un modello: riesce a orientare i cittadini, a superare la frammentazione, a costruire processi educativi su inclusione, relazioni, diritti.
A Grottaferrata una villa confiscata alla criminalità è diventata casa di semi-autonomia per donne che escono dalla violenza. Un caso concreto. Ma basta?
Uscire dalla violenza non è solo essere messe in salvo. Dopo viene tutto il resto: ricostruire una vita psicofisica, trovare un lavoro, orientarsi sul piano legale, avere una casa, garantire un futuro ai figli. Le case di semi-autonomia servono esattamente a questo: sono la cinghia di trasmissione tra la protezione e la possibilità concreta di ricominciare.
Il problema è che il sistema di accesso è ancora complicato. Le procedure per finanziare i centri antiviolenza passano attraverso meccanismi regionali farraginosi. Bisogna semplificare l’ingresso e garantire risorse non solo per aprire i centri, ma per tenerli aperti nel tempo.
E poi c’è la prevenzione, che è il fronte su cui c’è ancora tutto da fare. L’anno scorso ho promosso un emendamento per introdurre nelle scuole superiori di Roma l’educazione all’affettività, alla sessualità, alle relazioni. Sarebbe meglio cominciare alle elementari. Ma intanto si comincia.
A Roma le organizzazioni criminali non entrano con la violenza esplicita: entrano negli affitti in nero, nel turismo irregolare, nella gestione informale dei bisogni, nell’intermediazione dei servizi sociali, nelle fragilità di chi non ha alternative. Ci sono esempi virtuosi, ma c’è anche altro…
Facciamo un esempio concreto: una piazza di spaccio come quella del Quarticciolo non si cambia mettendo più poliziotti: quelli si spostano. Il punto è far tornare la gente, promuovere iniziative sociali e culturali, restituire alle piazze la loro funzione originaria: luoghi di relazione, non solo di controllo. Servono presidi sociali, poli civici, cultura nei quartieri. Non decreti sicurezza.
Prendiamo poi i beni sequestrati. Il percorso è molto meno lineare di quanto la retorica antimafia faccia sembrare. La fase del sequestro può durare fino a sette anni. In quel tempo il bene è in un limbo: può essere affidato a un tutore vicino alla vecchia proprietà, può deteriorarsi, può accadere che una cooperativa avvii lavori e poi debba fermarsi perché la vicenda giudiziaria del vecchio proprietario si è risolta prima della confisca definitiva. Per questo bisogna lavorare solo sui beni confiscati definitivamente: sono gli unici su cui si può costruire qualcosa di solido.
Il problema è che gli immobili arrivano spesso in pessimo stato, senza interventi strutturali da anni. Le risorse per recuperarli sono indispensabili: senza, non ce la fai. La casa di Grottaferrata, comunque, dimostra che si può fare.
Lei si occupa anche di progetti che attengono persone migranti. Esiste una narrativa diversa da quella usata dalle destre?
Partiamo dai fatti. Le badanti, per esempio: vengono in gran parte da altri Paesi: Filippine, Romania, molti altri. Pensa se scendessero in sciopero: migliaia di anziani senza assistenza, famiglie nel panico. Il Paese che affida loro la cura dei propri anziani è spesso lo stesso che poi le racconta come minaccia.
Il problema è che le norme italiane non facilitano la legalità: la complicano. I permessi di soggiorno, le residenze, i codici fiscali: quando il sistema si inceppa, produce cittadini sospesi. Bambini che aspettano mesi per un codice fiscale, e senza quel codice non possono avere il pediatra né iscriversi a scuola. Famiglie che non ottengono la residenza perché anche i requisiti abitativi diventano ostacoli; e da lì il mercato degli affitti speculativi su cui nessuno interviene. Quando la burocrazia crea zone grigie, in quelle zone le persone sono più esposte allo sfruttamento.
La Casa delle Culture e delle Religioni nasce per rispondere a vuoti come questi?
Sì. In Città metropolitana abbiamo avviato i tavoli della convivenza: nove tavoli in quattro anni, con comunità straniere, scuole, sanità, enti pubblici e associazioni. Abbiamo lavorato su salute, lavoro, casa, scuola, mediazione culturale.
La mozione per la Casa delle Culture e delle Religioni va in questa direzione: individuare uno spazio fisico dove le associazioni interculturali possano ritrovarsi, lavorare insieme, costruire tavoli interreligiosi. Roma è già multiculturale nei fatti. Il punto è arrivare prima che l’assenza di diritti diventi sfruttamento.
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