di Alessia de Antoniis
Al Forum Euromediterraneo dell’Acqua, in corso alla Nuvola di Roma fino al 2 ottobre, Luigi Ferrara, capo del Dipartimento Casa Italia della Presidenza del Consiglio, mette al centro un problema concreto: uscire dalla gestione dell’emergenza e costruire una prevenzione capace di tenere insieme dati, competenze, progettazione e tempi lunghi.
Casa Italia sta lavorando anche a un modello nazionale che incroci pericolosità ed esposizione per individuare le aree dove investire prima: quello relativo al rischio sismico è già stato costruito, l’obiettivo è estenderlo al dissesto idrogeologico e al rischio climatico.
Ferrara insiste sulla necessità di superare interventi piccoli e frammentati, costruire progetti multisettoriali e rafforzare la cooperazione tra Stato, Regioni, autorità di settore, comunità scientifica e operatori. Casa Italia sta lavorando anche a un modello nazionale che incroci pericolosità ed esposizione per individuare le aree dove investire prima: quello relativo al rischio sismico è già stato costruito, l’obiettivo è estenderlo al dissesto idrogeologico e al rischio climatico.
Ma il PNRR era precisamente l’occasione per trasformare questa impostazione in interventi. Che cosa abbiamo fatto davvero?
In materia di interventi contro il dissesto idrogeologico, i tempi del PNRR non erano compatibili. Un progetto strutturale integrato di contrasto al dissesto prende diversi anni, non solo per la realizzazione ma anche per la progettazione. Le valutazioni non sono così semplici, a meno di non voler costruire un muro o fare un argine. Ma quello non ti risolve il problema.
E non avevamo progetti pronti?
«Non è che non avevamo un piano. Avevamo dei piani compatibili con le risorse a disposizione. Se tu all’improvviso hai molte più risorse, ma solo per cinque anni, diventa difficile realizzare interventi che devono prima essere pensati. Il risultato è che molti degli interventi fatti sono quelli che erano già pronti per la realizzazione».
Il limite, secondo Ferrara, è quindi anche nel modo in cui vengono rese disponibili le risorse.
«Se prima del Covid avessimo saputo di avere un piano di sei anni che vale X e lo avessimo saputo tre anni prima, ci saremmo preparati». Per il dissesto, sostiene, servono finanziamenti «stabili e a lungo termine».
Al panel Ferrara aveva indicato anche una soglia dimensionale per gli interventi, parlando di opere sopra i 10 milioni e della necessità di sottrarne la scelta al «circuito delle influenze». Ma che rapporto c’è tra la dimensione di un’opera e la politica locale?
«La prima motivazione è un fatto proprio pratico. Normalmente interventi che valgono più di 10 milioni di euro hanno un effetto, date le dimensioni, in termini di difesa della popolazione esponenzialmente più elevato. Un intervento da un milione difende dieci persone, un intervento da 10 milioni non ne difende cento, ma mille. E quindi interventi grossi sono preferibili.
Per fare interventi importanti c’è bisogno di una progettazione molto più approfondita, quindi di tempi più lunghi anche di realizzazione, ma soprattutto di progettazione.
Poi c’è il circuito politico-elettorale: cinque anni. Questo è un fatto umano. Anche a me, se inizio un lavoro, piacerebbe che quella cosa fosse realizzata prima che andassi via. È chiaro che se io vado dal politico di turno e dico: “Guarda, questa cosa la progettiamo oggi, ma fra dieci anni sarà pronta”, quello dice: “Va bene, ma costa tutti questi soldi e io poi non la vedo”.
Per questo bisogna scalare il livello. Attualmente gli interventi sono realizzati a livello regionale, invece bisogna salire a livello nazionale. Anche perché c’è un altro aspetto: l’acqua non ha confini amministrativi. Una cosa che fai in Umbria può avere un effetto nelle Marche. E quindi è importante sganciare questo circuito politico-elettorale e portarlo a livello nazionale, se non esclusivamente nazionale».
È qui che il modello presentato da Casa Italia incontra la sua contraddizione più concreta: sappiamo che servono interventi più grandi, tempi più lunghi, programmazione nazionale e risorse prevedibili. Ma il sistema continua a finanziare soprattutto ciò che è già pronto e a lavorare dentro tempi amministrativi e politici molto più brevi di quelli necessari alla prevenzione.
Resta poi il nodo della governance. Se l’acqua è una risorsa strategica, non sarebbe più semplice gestirla riportando il sistema idrico interamente in mano pubblica?
Ferrara distingue nettamente i piani: «Noi non ci occupiamo di acqua, ci occupiamo di dissesto idrogeologico. La scelta di come gestire l’acqua è una scelta tipicamente politica, sulla quale noi non possiamo dire nulla. Ci danno delle norme e noi le attuiamo».