Bernini al Water Forum: La ricerca deve arrivare alle imprese, non fermarsi ai prototipi
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Bernini al Water Forum: La ricerca deve arrivare alle imprese, non fermarsi ai prototipi

Alla giornata conclusiva del Forum Euro-Mediterraneo dell’Acqua, la ministra dell’Università e della Ricerca risponde alle nostre domande su trasferimento tecnologico, partenariati pubblico-privati, dati e rapporto tra università e imprese

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Anna Maria Bernini al Mediterranean Water Forum 2026 di Roma
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

4 Ottobre 2026 - 11.43


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di Alessia de Antoniis

Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, ha partecipato alla giornata conclusiva del Forum Euro-Mediterraneo dell’Acqua, svoltosi a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre. La sessione finale ha riunito rappresentanti delle istituzioni italiane, dell’Unione europea, di UN-Water e del CNR attorno ai temi della cooperazione e della sicurezza idrica nel Mediterraneo.

Al Forum è emerso come molte soluzioni per gestire l’acqua esistano già, ma fatichino a passare alla fase applicativa. Qual è oggi il vero collo di bottiglia: università, imprese o pubblica amministrazione? E cosa può fare concretamente il suo ministero perché i progetti finanziati non restino semplicemente dei prototipi o delle sperimentazioni?

Direi che cosa abbiamo già fatto. Abbiamo già fatto con il MIMIT un accordo strutturato di collaborazione per fare in modo che le attività di ricerca e i prototipi che noi creiamo non vengano lasciati a loro stessi. Non solamente sull’acqua, perché ci sono tantissime tecnologie innovative, startup che vengono create dalle stesse università, dagli hub, dai centri nazionali. 

Con il ministro Urso abbiamo pensato di creare una specie di incubatore-acceleratore MUR-MIMIT, per consentire alle idee migliori di andare oltre la fase di ricerca attraverso strutture che già esistono, ma che stiamo perfezionando e sulle quali abbiamo fatto investimenti.

I progetti nati da questi investimenti pubblici, restano nel pubblico?

Può essere pubblico o un partenariato pubblico-privato. Alcune prototipazioni che abbiamo fatto col CNR sono rimaste pubbliche; altre invece riguardano centri nazionali. Faccio l’esempio di Padova, con le terapie geniche, i farmaci e la tecnologia RNA, progetti che coinvolgono industrie farmaceutiche. Lì è un partenariato pubblico-privato, dove abbiamo investito noi e ha investito il privato.

Due giorni fa abbiamo chiuso un bando di ricerca da 50 milioni e abbiamo finanziato dieci programmi di ricerca, i Synergy Grant. L’obiettivo è mettere insieme università, enti di ricerca, imprese e centri di eccellenza già esistenti, perché l’unione fa la forza. Aver realizzato progetti internazionali pubblico-privati per noi è un motivo per finanziarli di più e meglio e dare loro un boost di finanziamento che consenta di andare avanti.

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Abbiamo stabilizzato un unico fondo per la ricerca, rendendolo triennale e finanziandolo in maniera strutturale con un miliardo e 200 milioni nel triennio. Garantiamo la presenza dei Progetti di rilevante interesse nazionale, i PRIN, con 260 milioni l’anno.

I dati non mancano: data center che raccolgono informazioni su dissesto idrogeologico, carenza d’acqua, zone sismiche e in altri campi. Il problema oggi è davvero acquisire più informazioni oppure manca la capacità politica di riuscire a mettere insieme quello che già sappiamo? E l’intelligenza artificiale, in questo caso, è un salto quantico o la stiamo usando soltanto per rimediare a carenze amministrative e burocratiche? La sensazione che ho avuto al forum è che in realtà manchi la comunicazione.

No, si parlano. Potrebbero parlarsi meglio, ma già si parlano. Esiste un livello di comunicazione dei dati oltre il quale non si può andare. A livello internazionale diciamo: as open as possible, as closed as necessary. Dipende dal livello di criticità o di sensibilità del dato. Ma sul dissesto idrogeologico e sulla geotermia già si parlano: INGV parla con OGS.

Il punto non è se i grandi enti di ricerca comunicano tra loro. La sensazione restituita da alcuni panel è che le informazioni restino frammentate e soprattutto che non arrivino sempre a chi, sul territorio, dovrebbe utilizzarle.

Come vigilante degli enti pubblici di ricerca, le posso garantire che comunicano e hanno una comunicazione piuttosto fluida. Comunicano anche con l’estero, dal deserto di Atacama all’Osservatorio astronomico di Monte Mario. In campo civile, la Protezione civile dialoga con l’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

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Abbiamo portato ItaliaMeteo, una realtà bolognese, a lavorare con la Protezione civile e a fare weather forecast per manifestazioni internazionali. Penso all’America’s Cup: se in mare c’è maltempo non si veleggia. O agli Internazionali di tennis: quando piove non si può giocare. È molto importante sia per il pubblico sia per l’organizzazione e per i giocatori.

Poi c’è Leonardo, il nostro supercalcolatore, che abbiamo aggiornato un paio di volte per mantenerlo ai livelli della rete europea di supercalcolo. Comunichiamo benissimo, i dati circolano, è apertissimo: open source, open science.

È evidente che, nel momento in cui si comincia a lavorare sul biofarmaceutico, c’è invece un sottotraccia di dati che rimane in capo allo sviluppatore. Ma i data center dei nostri enti di ricerca comunicano tra di loro.

E il dialogo con i territori?

I centri di ricerca lavorano molto bene sui territori e in coordinamento con INGV e con OGS. Abbiamo anche aziende che dialogano con noi e sono con noi anche in Africa per il Piano Mattei.

Li abbiamo portati in Marocco dove, col nostro memorandum of understanding, abbiamo ceduto potenza di calcolo dal Tecnopolo di Bologna al Politecnico Mohammed VI. Si occupano di ingegneria e possiamo dare know-how per fare ricerca insieme. Alcuni dei loro ricercatori stanno venendo da noi a Bologna. I keniani sono già qui.

Abbiamo anche un programma che finanzia centri di eccellenza su cinque focus: farmaci mRNA/RNA, mobilità sostenibile, agritech e biodiversità, HPC e quantum.

E come si fa a passare dalla ricerca applicata alla ricerca industriale, attraverso la prototipazione?

Con il partenariato pubblico-privato. Due progetti per ogni centro di eccellenza.

Quando una ricerca universitaria viene sviluppata in partnership con soggetti privati, dove finisce la collaborazione pubblico-privato e dove comincia il rischio che l’università, ad esempio, si trasformi in un laboratorio di ricerca a basso costo per i privati?

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Non ho mai avuto esperienza di laboratori di ricerca a basso costo, perché stiamo creando degli incubatori.

A basso costo per chi ci lavora, non a basso livello di investimenti. Le università mettono a disposizione professionalità e specializzazioni, ma poi il risultato va alle aziende o alle università?

Facciamo dottorati industriali innovativi finanziati al 50 per cento dal Ministero e al 50 per cento dalle aziende. Il ricercatore sviluppa il progetto in azienda e spesso, alla fine del dottorato, viene assunto.

Io ho visto il fenomeno contrario allo sfruttamento: attività di ricerca che portano la ricerca in azienda e l’azienda in università. Sono molto favorevole all’ingresso delle imprese negli atenei, anche per evitare il mismatch formativo e avvicinare i corsi business oriented alle figure professionali richieste dal mercato.

La mia esperienza con Confindustria, Farmindustria e ANCE è assolutamente positiva.

I brevetti a chi vanno, in questi casi?

La brevettazione è superata, nel senso che non si fa in tempo a brevettare che l’idea è già superata. E i brevetti sono comunque di chi li crea.

In questi casi, delle università o delle aziende private?

Delle università. Sono ricercatori. I dottorati innovativi sono ricercatori.

E in caso di partnership con le singole università? 

Dipende. Dovrebbe chiederlo ai rettori, perché non tutti gli atenei ragionano allo stesso modo. Il Politecnico di Torino, per esempio, è molto business oriented e lavora sia sul territorio sia a livello internazionale.

Le università sono totalmente autonome: io non posso indicare loro come gestire le attività o quali corsi attivare. Posso però finanziare dando linee di indirizzo, per esempio sull’internazionalizzazione, anche perché il calo demografico renderà sempre più difficile riempire le università.

Possiamo incentivare gemellaggi e collaborazioni, mettendo insieme sciences e humanities. Ma per quanto riguarda governance e organizzazione, gli atenei restano autonomi.

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