Europee 2024: cosa ci aspetta ad un mese dalle elezioni
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Europee 2024: cosa ci aspetta ad un mese dalle elezioni

A quasi un mese dalle votazioni europee dell’8 e il 9 giugno, e alla vigilia delle elezioni in Francia, abbiamo chiesto un parere al prof. Verzichelli, scienziato politico e professore ordinario di Scienza Politica e di Politica comparata globale.

Europee 2024: cosa ci aspetta ad un mese dalle elezioni
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5 Luglio 2024 - 15.34 Culture


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di Marialaura Baldino

A breve, i deputati eletti durante le elezioni di sabato 8 e domenica 9 giugno andranno a prendere posto e costituire i gruppi politici del Parlamento europeo per la prossima legislatura.

A distanza di quasi un mese dai risultati ottenuti abbiamo chiesto un commento, a freddo, di ciò che si prospetta, al professore Luca Verzichelli, politologo e ordinario di Scienza Politica e di Politiche globali comparate presso l’Università di Siena.

Che tipo di Europa ci hanno consegnato queste elezioni ? Possiamo dire che i temi Europei sono stati preponderanti nel dibattito pubblico?

Di temi ve ne sono molti. Più che di preponderanza parlerei di maggiore ‘’rilevanza’’ del tema Europa rispetto alle elezioni precedenti. É un fatto che in realtà viene da lontano. Negli ultimi vent’anni, via via che l’UE ha incontrato dei problemi rispetto ai decenni del consenso molto largo sull’integrazione europea, il tema dell’Europa è diventato sempre più rilevante nei dibattiti interni ai singoli Paesi.

Una rilevanza che viene anche dalla fine della modalità del Second Order Election, una teoria usata per spiegare un comportamento di voto nelle elezioni europee che, sostanzialmente, rivela come gli elettori votino per il Parlamento Europeo pensando invece a punire o a premiare attori attivi sul piano nazionale.

Il tema Europa e la sua rilevanza sono anche cambiati risetto al passato, dove semplicemente si parlava del fallimento della macchina europea, della sua Costituzione, delle positività o delle negatività dell’Euro. Oggi, nonostante l’estrema polarizzazione avvenuta anche grazie alla pandemia, molti – tra i quali anche i cosiddetti euroscettici – hanno capito che dell’Europa non se ne può fare a meno. Non si chiede, quindi, di “uscire dall’Europa”, ma ci si divide sul come starci.

In Italia, l’euroscetticismo diciamo “quasi, collaborativo” che vuole misurarsi con essa sembra essere adottato dalla Presidente del Consiglio, mentre, dall’altra parte, c’è l’Euroscetticismo vocale di Salvini, che va in giro con Vannacci a raccontare che ci vuole -cito- ‘’più Italia meno Europa’’.

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Anche nel centro-sinistra, tuttavia, abbiamo partiti che a quella stessa Europa chiedono garanzie, anche di solidarietà, sia tra Paesi membri ma anche tra i diversi ceti sociali all’interno degli stessi. Insomma, vedo un gioco di contrapposizioni che mostra posizioni diverse e che abbatte la grande illusione che l’Europa possa avere soltanto una voce, quella a suo favore. Ma mi chiedevi qualcosa altro rispetto al tema della preponderanza….

Quale Europa ci hanno consegnato queste elezioni?

Sono state elezioni complicate e polarizzate, ma nonostante connotati e posizioni così diverse, ci lasciano grossomodo la stessa Europa. È abbastanza facile prevedere che il nucleo centrale della Commissione si appoggerà più o meno sugli stessi gruppi e, d’altra parte, questo lo sapevamo anche prima. Le cariche apicali decise per commissione, consiglio e rappresentante per la politica estera sono state in continuità col passato. Ma, ci sono forse due novità importanti rispettivamente sullo scenario di destra e di sinistra sociale.

A Destra sembra tramontata l’ipotesi che la Meloni – uscita bene dalle elezioni segnando un eccellente risultato – sia capace di fa transitare in un ambito conservativo europeo tutta la destra. Anche perché l’altro grande attore è Marine Le Pen, la quale ha vinto forse in maniera ancora più netta nel proprio paese e si sta accingendo a vincere anche dentro la Assemblea nazionale in Francia, che non ha la stessa attitudine “liberal-conservatrice” che la Meloni palesa (a dispetto di certe espressioni più tipicamente post-fasciste presenti nel suo partito).

Insomma, qui mi pare stia emergendo qualche contraddizione, che tuttavia non impedirà la formazione di una pio di gruppi parlamentari scettici (uno moderato, uno più estremista) nel Parlamento Europeo.

Sul fronte Sinistra vedo l’esatto opposto: da una parte c’è una situazione di grande debolezza – pensiamo al triste destino del Partito socialista francese. Dall’altro l’impressione è che alcuni partiti di sinistra – Il Partito Democratico in Italia è un buon esempio – possano ricostruirsi un consenso stando all’opposizione nel proprio paese e invece saldamente nella coalizione mainstream a Bruxelles..

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Austria, Germania e Francia: i loro risultati segnano una minaccia concreta di revanscismo o sono da leggersi ancora di più legati a questo grande disagio sociale che negli ultimi anni è stato molto sottovalutato?

Non mi sento di escludere dei rischi perché alcuni dei messaggi dell’estrema destra sono veramente inquietanti. Ma la lettura di questi risultati deve essere fatta in modo da comprendere tutte le motivazioni che spingono tante persone diverse, in realtà diverse, in Paesi diversi, a votare dei partiti che candidano animali politici molto diversi tra loro.

Non escludo che questo trend possa portare anche un tentativo di forzatura in senso antidemocratico, già successo nel XX secolo, ma sono in questo momento bisognerebbe impegnare più risorse per capire la natura complessa di quel mutamento sociale che ha sviluppato questa grande domanda di estrema Destra.

E qui indicherei tre elementi che sono molto ben distinguibili:

Come primo abbiamo la tradizione del nazionalismo e anche del mito razziale , che era certamente uno degli elementi forti dell’ideologia totalitaria nazista, presente in qualche modo in Alternative fur Deutschland, che mantiene alcuni elementi identitari simili a quella destra novecentesca. Essere nazionalista non significa necessariamente essere nazista, ma in AFD c’è una componente reazionaria che guarda all’identità tedesca che è fondamentalmente razzista, con carattere revisionista e negazionista nei confronti della Storia.

Il secondo è il sovranismo austriaco, che riprende i temi e la mentalità di partiti del passato ispirati alla vita tradizionale, all’economia primaria, e alle tradizioni. Nelle piccole realtà, i partiti di periferia non guardano alla crescita, ma al benessere della vita “semplice”. Ed esprimono un sovranismo schierato in opposizione alla globalizzazione, che semina la paura di un mondo troppo diverso.

Il terzo elemento è il populismo di Marine Le Pen: un partito interessante perché combina quanto elencato finora, anzi in qualche misura ne è la quintessenza. Le Pen, che ha riportato in auge il Fronte Nazionale – cambiandone anche il nome – ha avuto il suo successo iniziale grazie al cognome che porta, retaggio della politica neofascista che suo padre rappresentava. Ma quello che lei è riuscita a portare avanti, anche con il gioco dell’ambiguità, è un neo-modello antiglobalista e sovranista che, anche se sottovalutato e in alcuni casi deriso, ha guadagnato il 32% dei voti alle Europee e ha fatto registrare un risultato molto vicino al 30% anche alle legislative. Questo mi pare il partito più interessante ma per cervi versi anche il più pericoloso dell’intera galassia della nuova destra europea.

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Astensionismo e scarsa partecipazione alle elezioni: segue solo un maggiore allontanamento dalle pratiche parlamentari o e anche dalle pratiche democratiche?

Devo dire che il tema della scarsa affluenza e dell’astensione non è nuovo nell’Unione Europea e non stupisce perché è un trend culturale che va avanti da ormai almeno tre decenni. Questo, però, è stato un turno di elezioni europee particolarmente disastroso, perché abbiamo rischiato di scendere sotto il 50%.

In una fase in cui, come dicevo prima, l’Europa era molto politicizzata ci saremo aspettati molta più affluenza, ma è anche vero che il risultato conferma l’attitudine dei cittadini a rifiutare il rapporto con la rappresentanza, con la delega rispetto ad una classe politica che a qualsiasi livello che è venuta meno.

Il problema non deriva dalle istituzioni europee ma è un problema della democrazia rappresentativa e, più in generale, della democrazia. In qualche misura tutti i cittadini, anche quelli che votano per i per i partiti più progressisti che non credono al leader forte, hanno un problema con la delega democratica: i partiti non esistono più, e quelli che reggono hanno un problema con i loro leader, che hanno grande capacità attrattiva ma breve durata.

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