Non saprei come altro definirla se non ‘bestemmia’ storica, falsificazione, disinformazione o peggio.
Ancora una volta e ancora una volta a sproposito, la destra post fascista al governo (quella che ancora non riconosce la verità storica e giudiziaria sulla strage fascista di Bologna e ancora non chiede scusa per averla negata per decenni) torna a parlare di Brigate Rosse.
Da quando Giorgia Meloni è arrivata a palazzo Chigi armata dal revanscismo degli sconfitti della storia ad ogni piè sospinto abbiamo sentito l’eponente di destra di turno evocare lo spettro delle Br dopo ogni scontro di piazza. Si comincia così e poi arrivano le Br, dicevano. Dimenticando tutte le domeniche – e sono tante – nelle quali gli ultras devastano, aggrediscono e lanciano sassi e petardi che sono praticamente bombe arrivando perfino ad uccidere (ripeto, uccidere) un povero conducente di autobus. Ma essendo spesso gli arrestati fascisti o giù di lì i nipotini di Almirante si sono ben guardati dall’evocare il ritorno di Nar o di Terza Posizione.
Ma torniamo a Nordio che ha detto queste tristi parole chiamando in causa le Brigate Rosse: “Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano”. E ancora sempre a proposito del terrorismo rosso che era un fenomeno “nato proprio per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine che era stata trascurata”.
Senza entrare nel merito della vocazione repressiva che spacciano per decreto sicurezza non posso accettare che si dicano cose così bislacche sia da un punto di vista politico che fattuale.
In primo luogo sostenere che le Brigate Rosse siano nate perché la piazze non erano state sufficientemente represse è una affermazione che in un qualsiasi esame di Storia contemporanea avrebbe determinato una sonora bocciatura.
Chi conosce l’Abc delle Brigate Rosse sa bene che non nacquero dalle piazze, dal ribellismo o dal teppismo, ma all’interno di una analisi e di una concezione rivoluzionaria che riteneva (a mio avviso e di tantissimi altri in maniera folle) che la lotta armata avrebbe potuto spostare in avanti gli equilibri sociali come premessa di un successivo attacco al cuore dello stato (semplifico per brevità) che avrebbe portato ad un suo collasso e dato il via ad una fase rivoluzionaria che avrebbe dovuto terminare con l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Va ricordato che in una prima fase le Br non uccidevano ma facevano ‘propaganda armata’ prendendo di mira non le forze di polizia ma dirigenti di fabbrica o capi operai asserviti perché ritenevano che con queste azioni il livello di ‘sfruttamento’ potesse essere attenuato.
Il tutto in un contesto di attacco al cosiddetto ‘Stato Imperialista delle Multinazionali’ perché – va ricordato – questo fenomeno avveniva negli anni della Guerra Fredda che non c’è più quando al Pci (e inizialmente anche al Psi) era precluso andare al potere per via democratica, figuriamoci alle Brigate Rosse per via rivoluzionaria.
Tutto questo per dire che il fenomeno brigatista non nacque nelle sassaiole, sfasciando vetrine o negli scontri con la polizia (anche se tafferugli anche di grande violenza ci furono ma guai a confondere i movimenti con il partito armato) quanto piuttosto nacque nei banchi di alcune università con una analisi che ritenevano ‘scientifica’, con l’unica variante emotiva della ‘Resistenza tradita’, ossia di aver combattuto la guerra di Liberazione per poi ritrovarsi poliziotti, carabinieri e magistrati che venivano dal fascismo e un partito come il Msi ‘coccolato’ dallo Stato anche perché (come ormai è ampiamente dimostrato) molti di loro erano informatori o spie del servizio segreto, dei carabinieri e della polizia, molti direttamente degli americani che negli anni della ‘sovranità limitata’ italiana davano le carte.
Quindi tra piazza e Brigate Rosse non c’è alcun collegamento diretto. Altre furono le ragioni della nascita. E qui smentiamo la prima falsità.
La seconda affermazionie di Nordio falsa è che il terrorismo rosso sia: “Nato proprio per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato”. Non è così: fin dagli anni Sessanta tutti i gruppi e gruppuscoli rivoluzionari sono stati infiltrati da decine e decine di spie ancora una volta al servizio dei nostri apparati che riferivano tutto, ma proprio tutto in tempo reale. Se citassi tutti gli episodi questo articolo diventerebbe un saggio ma rimando al mio libro ‘Lo Stato Invisibile’ dove ci sono nomi e cognomi e che oggi – in una eventuale edizione aggiornata – sarebbero perfino molti di più.
Falso dunque dire parlare di ‘insufficiente attenzione’ quando ben prima dell’epoca della nascita del fenomeno brigatista le forze di polizia avevano occhi e orecchie dappertutto e sapevano perfettamente cosa bollisse in pentola. Tra l’altro Nordio, visto a quale maggioranza appartiene, potrebbe chiedere chi fosse Mario Merlino, un nome sicuramente conosciuto dalle sue parti.
Terzo elemento a giustificazione della stretta repressiva è che il brigatismo non solo sia nato nelle piazze (cosa ripeto storicamente falsa) ma anche perché le proteste e le manifestazioni non erano state adeguatamente fronteggiate e quindi il lassismo ha portato alla degenerazione terroristica.
E qui entriamo nel vero e proprio revisionismo storico. Mi permetto di ricordare (e mi scuso se l’elenco è lungo ma ho anche sintetizzato) che nei terribili anni ’60-’70 il brigatismo nacque secondo il Nordio-pensiero perché non c’erano i decreti sicurezza come quelli emanati oggi. Peccato che forze di polizia non solo manganellavano selvaggiamente ma sparavano e uccidevano: il 5 luglio 1960 a Licata, in Sicilia, Vincenzo Napoli, giovane di venticinque anni e piccolo esercente, venne ucciso in un durante alcune mobilitazioni sociali. Due giorni dopo, il 7 luglio a Reggio Emilia, una manifestazione antifascista si trasformò in un eccidio: Afro Tondelli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Lauro Ferioli e Marino Serri, tutti operai impegnati politicamente, persero la vita sotto i colpi dei reparti della Celere. Il giorno seguente, l’8 luglio a Palermo, Andrea Vella, mastromuratore, e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato, furono uccisi dalla polizia. Ricordate i morti di Reggio Emilia? Noi sì, Nordio no.
Il 27 ottobre 1962 a Milano, durante un corteo operaio, Giovanni Ardizzone, ventunenne manifestante, morì travolto da una jeep del Terzo Battaglione Celere di Padova, in quella che rappresentava la brutalità quotidiana dell’ordine pubblico contro la piazza lavoratrice. Il 2 dicembre 1968, ad Avola in Sicilia, i braccianti che bloccavano una strada statale furono attaccati da novanta agenti: Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, e Angelo Sigona, di ventinove, furono uccisi mentre altri quattro compagni rimasero gravemente feriti.
Il primo gennaio 1969, nella Versilia, una manifestazione davanti ad un locale alla mode si trasformò in tragedia quando Soriano Ceccanti, studente, venne colpito da una pallottola e rimase paralizzato. Pochi mesi dopo, il 9 aprile, a Battipaglia in provincia di Salerno, la protesta dei cittadini contro disoccupazione e chiusura di un tabacchificio si concluse con la morte della giovane insegnante Teresa Ricciardi, ventiseienne, e del diciannovenne tipografo Carmine Citro.
A Milano, il 12 dicembre 1970, Saverio Saltarelli, studente, venne colpito mortalmente da un candelotto lacrimogeno. L’11 aprile 1972, sempre a Milano, Giuseppe Tavecchio, pensionato, fu colpito da un candelotto lacrimogeno sparato dalle forze dell’ordine ad altezza d’uomo durante un corteo della sinistra e morì tre giorni dopo.
Il 5 maggio 1972 a Pisa, durante una manifestazione contro un comizio missino, l’anarchico Giuseppe Serantini fu brutalmente manganellato e lasciato morire in carcere dopo due giorni di agonia. Il 23 gennaio 1973 a Milano, nell’Università Bocconi, Roberto Franceschi e Roberto Piacentini, studenti, furono feriti dalla polizia: Franceschi morì il 30 gennaio.
A Roma, l’8 settembre 1974, durante la lotta per la casa a San Basilio, la polizia sparò e uccise Fabrizio Caruso, militante di sinistra. Il 17 aprile 1975, a Milano, Giannino Zibecchi del Coordinamento antifascista fu travolto da un camion dei carabinieri durante una manifestazione per l’omicidio del militante Claudio Varalli; il giorno successivo, a Firenze, Rodolfo Boschi, militante del Pci, venne ucciso da un poliziotto in borghese durante le proteste post Varalli e Zibecchi. Il 22 novembre 1975, a Roma, Pietro Bruno, militante di Lotta Continua, fu ucciso durante una manifestazione davanti all’ambasciata dello Zaire.
Negli anni successivi, la violenza non diminuì: l’11 marzo 1977 a Bologna Francesco Lorusso, studente di Lotta Continua, fu ucciso da un colpo di fucile sparato dai carabinieri mentre contestava un’iniziativa di Comunione e Liberazione. Il 12 maggio dello stesso anno, a Roma, Giorgiana Masi, studentessa, fu uccisa da un proiettile sparato durante un corteo, mentre ventidue agenti in borghese furono fotografati armati.
Se citassi anche feriti, picchiati e arrestati non la finirei più. Ma sicuramente la repressione dello Stato si mostrò chiara, sistematica e impietosa, colpendo chiunque si battesse dalla parte dei lavoratori, dei giovani e dei movimenti sociali, lasciando una scia di sangue che avrebbe segnato profondamente la memoria collettiva italiana.
Quindi non è vero che le Brigate Rosse siano nate nelle piazze, non è vero che lo stato sottovalutò il fenomeno e non è vero che la risposta dello Stato sia stata blanda sotto il profilo dell’Ordine pubblico.
Nordio e non solo lui giustifica una riforma liberticida chiamando in causa inopinatamente le Brigate Rosse per fare propaganda e dipingere il dissenso come ‘assassino’ e lo fa attraverso una ricostruzione storica falsificata.
Io mi auguro che l’opposizione, oltre a chiederne doverosamente le dimissioni, sappia ribattere punto su punto a questo ennesimo tentativo di distorsione della storia che fa il paio con l’ignoranza avvilente di Giorgia Meloni che parlando alla Cgil arrivò a dire che gli anarchici (di oggi) si rifacevano alla Brigate Rosse, che è come dire che i vegetariani si rifanno ai carnivori.
Sono così disinvolti nel dire cose false o a casaccio che forse finiscono per crederci anche loro. Come diceva un personaggio di un libro di Dostoevskij: “Chi mente a se stesso e ascolta la propria menzogna arriva al punto di non distinguere più alcuna verità né in sé né intorno a sé…”.
Mentre mi domando se questo decreto sicurezza combatta la violenza o piuttosto la istighi, visto che si tirano in ballo le Brigate Rosse per diffamare chi dissente dal governo di estrema destra mi piace ricordare che all’epoca i sindacati e la sinistra, segnatamente il Pci, contrastarono fermamente sia il brigatismo che l’area contigua. Guido Rossa fu un martire ma ci furono altri ‘eroi invisibili’ che hanno dato contributi decisivi allo smantellamento di colonne delle Br e dei quali prima o poi dovremo parlare e dare loro una medaglia al valor civile.
Altri, al contrario, hanno protetto e dato copertura materiale e politica a terroristi, stragisti, golpisti e assassini che avevano in tasca una tessera sulla quale tra non molto avremo parecchie cose da dire. Tempo al tempo.
Possono tirare in ballo artatamente le Brigate Rosse quanto vogliono ma non potranno cambiare la storia. Non glielo consentiremo.
