È una protesta compatta, insieme preoccupata e indignata, quella delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo che accusano il governo guidato da Giorgia Meloni di voler inasprire lo scontro con le Ong e di costruire una linea politica sempre più dura nei confronti dei migranti, puntando allo stesso tempo a delegittimare il ruolo delle navi umanitarie nel salvataggio in mare.
Alarm Phone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee parlano con una posizione comune per denunciare che dietro l’approvazione del disegno di legge sull’immigrazione si nasconderebbe “una strategia del Governo per estromettere le Ong dal soccorso in mare dal Mediterranneo” e che si tratterebbe soltanto “dell’ennesima tappa” dopo la legge Piantedosi e il decreto Flussi.
Secondo le organizzazioni umanitarie, la nuova stretta normativa rappresenta un ulteriore passo nella scelta dell’esecutivo di mostrarsi inflessibile sul tema migratorio, trasformando la gestione dei flussi in uno strumento di confronto politico e simbolico. Le Ong sostengono che le misure previste dal disegno di legge “non mirano a governare i flussi di persone in movimento, ma a colpire e bloccare le navi umanitarie con il risultato di aumentare il numero di chi perde la vita in mare”.
Anche Save the Children esprime “preoccupazione” per le nuove disposizioni, sottolineando che esse rappresentano “un grave passo indietro sui minori soli” e invitando il Parlamento a opporsi “a un approccio che antepone la deterrenza alla protezione delle persone vulnerabili”.
Nel dettaglio, le organizzazioni criticano l’accelerazione delle procedure di frontiera e dei rimpatri, l’ampliamento dell’elenco dei cosiddetti Paesi di origine sicuri — tra cui verrebbero inclusi Egitto e Tunisia — e la possibilità di trasferire richiedenti asilo verso Stati terzi anche in assenza di legami concreti. Tutto questo comporterebbe, secondo le Ong, “una compressione del diritto d’asilo e il rischio di esporre molte persone a persecuzioni e trattamenti inumani”.
Le associazioni vedono una continuità con le politiche già adottate negli ultimi anni, citando “le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza”. Con il nuovo provvedimento, denunciano, “arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali. Una misura che – dicono – viola diritto internazionale e convenzioni sul soccorso, mettendo in discussione l’obbligo inderogabile di salvare vite umane”.
Secondo le organizzazioni umanitarie, il meccanismo del blocco navale resterebbe inoltre “ad ampia discrezionalità” con la conseguenza di produrre “meno tutele, più sofferenze per i naufraghi e meno navi pronte a intervenire”. Per le Ong è “inaccettabile” che il governo consideri “una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle”.
Nel loro giudizio, la linea dell’esecutivo non rafforzerebbe la sicurezza del Paese ma rischierebbe di indebolire i principi giuridici fondamentali: “non rendono lo Stato più sicuro. A mettere in pericolo lo Stato di diritto è invece il Governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite”.
Le critiche si estendono anche alla direzione intrapresa dall’Europa, che secondo le organizzazioni starebbe cambiando identità: “Cambia natura, non più luogo di pace e di diritti, ma continente fortezza”. Nonostante questo contesto, le Ong ribadiscono la volontà di continuare le operazioni di soccorso, assicurando che “continueranno a operare nel rispetto del diritto internazionale per prestare soccorso e salvare vite umane, senza girarsi dall’altra parte”, indicando come questa sia “la stessa ambizione” che “dovrebbero avere anche l’Europa e gli Stati membri, senza eccezioni”.