Perché i Socialisti votano SÌ alla separazione delle carriere: una riforma di garanzia nel solco di Vassalli
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Perché i Socialisti votano SÌ alla separazione delle carriere: una riforma di garanzia nel solco di Vassalli

Per i Socialisti la scelta del SÌ non nasce da una contingenza politica, ma da una tradizione giuridica e culturale precisa, che affonda le sue radici nel garantismo repubblicano e nella stagione riformatrice che portò al superamento del modello inquisitorio del Codice Rocco.

Perché i Socialisti votano SÌ alla separazione delle carriere: una riforma di garanzia nel solco di Vassalli
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15 Febbraio 2026 - 12.37


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di Antonio Picarazzi

Il referendum sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non è uno scontro tra destra e sinistra. È una discussione sull’architettura costituzionale del giusto processo.

Per i Socialisti la scelta del  non nasce da una contingenza politica, ma da una tradizione giuridica e culturale precisa, che affonda le sue radici nel garantismo repubblicano e nella stagione riformatrice che portò al superamento del modello inquisitorio del Codice Rocco.

Nel 1989, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale voluto dal Ministro socialista Giuliano Vassalli, l’Italia compì un passaggio storico: abbandonò definitivamente l’impianto processuale del 1930 per adottare un modello ispirato al contraddittorio, alla parità tra accusa e difesa, alla centralità del dibattimento e alla terzietà del giudice. Quel passaggio non fu solo tecnico, ma fu, insieme, culturale e costituzionale.

La separazione delle carriere si inserisce in quella traiettoria. Se il processo è fondato sulla parità tra le parti, allora il giudice deve essere, non solo formalmente ma anche ordinamentalmente, distinto da chi esercita l’azione penale.

Non si tratta di indebolire la magistratura, ma di rafforzarne l’imparzialità e la credibilità agli occhi dei cittadini. Non è un caso che anche Giovanni Falcone, nelle sue riflessioni sul modello accusatorio, parlasse esplicitamente di separazione delle carriere quale approdo coerente di un sistema processuale fondato sulla parità tra accusa e difesa.

Per chi ha combattuto la mafia nel rispetto rigoroso delle regole dello Stato di diritto, la terzietà del giudice non era un dettaglio tecnico ma una garanzia sostanziale.

La riforma Cartabia è intervenuta su profili funzionali, introducendo correttivi e meccanismi di gestione dei passaggi tra funzioni, ma non ha modificato l’assetto ordinamentale.

Si è trattato di un compromesso operativo, non di una ridefinizione strutturale delle carriere. Allo stesso modo, non è stato rivisto in modo radicale il meccanismo correntizio che negli anni ha inciso profondamente sulla vita interna della magistratura, come dimostrato dal cosiddetto “sistema Palamara”.

Le degenerazioni correntizie rappresentano una deviazione rispetto al modello costituzionale e incidono sulla percezione di indipendenza e autonomia dell’ordine giudiziario. Proprio per questo tali principi devono essere difesi con ancora maggiore chiarezza: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono elementi costituzionali imprescindibili e non possono essere oggetto di ambiguità.

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Il punto dirimente è questo: il pubblico ministero non viene sottoposto all’esecutivo. La riforma non modifica il principio di obbligatorietà dell’azione penale né introduce forme di dipendenza gerarchica dal Governo.

Al contrario, interviene su ben sette articoli della Costituzione proprio per chiarire e rafforzare il quadro delle garanzie. Senza un intervento così ampio e articolato, la riforma non avrebbe avuto senso, poiché la Carta dedica numerose disposizioni alla tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura.

Confondere la separazione delle carriere con un attacco all’autonomia significa non misurarsi con il testo costituzionale.

Non è produttivo, inoltre, dividere frettolosamente il centro-sinistra evocando l’antifascismo come categoria polemica in questa partita. I Socialisti rivendicano la propria identità storica e la propria autonomia politica anche su questo terreno: l’antifascismo non è una bandiera contingente, ma un tratto costitutivo della nostra storia repubblicana. Proprio per questo non può essere utilizzato come argomento divisivo in un confronto tecnico-istituzionale.

Né i Socialisti si sono mai sognati di etichettare come complici della destra quanti, a sinistra, in passato hanno votato, anche in occasione di referendum, su posizioni condivise da forze conservatrici.

In democrazia ciò che fa la differenza non è chi condivide una scelta, ma la coerenza di quella scelta con il dettato costituzionale e con i valori della sinistra riformista.

La Costituzione non è un dogma immutabile né un testo sacralizzato. Lo Stato laico non è una chiesa e la Carta non è un Vangelo.

Gli stessi Padri costituenti, prevedendo all’articolo 138 le procedure per la revisione costituzionale, hanno consapevolmente introdotto un meccanismo che consente l’adeguamento dell’ordinamento nel tempo. È un approccio laico e responsabile alla democrazia costituzionale.

Dal 1948 a oggi la Costituzione è stata modificata più volte, oltre venti revisioni costituzionali hanno inciso su numerosi articoli, a dimostrazione che la sua forza non risiede nell’immobilità, ma nella capacità di evolversi senza tradire i propri principi fondamentali.

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La cultura socialista ha sempre sostenuto che autonomia e responsabilità siano concetti complementari, non alternativi. Agostino Viviani, giurista e partigiano socialista, riteneva che il superamento definitivo dell’impianto inquisitorio passasse attraverso una netta distinzione delle funzioni e una più chiara assunzione di responsabilità istituzionale.

Non per comprimere la magistratura, ma per consolidarne il ruolo nello Stato costituzionale.

Il principio del giusto processo è stato espressamente costituzionalizzato nel 1999 con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha sancito il contraddittorio tra le parti, la parità tra accusa e difesa e la necessaria terzietà e imparzialità del giudice.

Proprio per questo la riforma sulla separazione delle carriere si inserisce in un percorso storico di tipo riformista che progressivamente migliora tali aspetti ed è tipico di un partito socialista di stampo europeo e riformista, non massimalista, confrontarsi sulla concretezza del provvedimento al fine di continuare ad agire nel solco aperto da Vassalli e Viviani e confermato dalla revisione costituzionale del 1999.

Il dibattito dovrebbe concentrarsi su questo: la separazione delle carriere rafforza o indebolisce la terzietà del giudice? Migliora o peggiora la percezione di equidistanza tra accusa e difesa? Aumenta o riduce la fiducia dei cittadini nella giustizia?

Per i Socialisti la risposta è chiara. La riforma rappresenta un tassello coerente nel percorso di completamento del modello accusatorio introdotto oltre trent’anni fa. Non è una resa alla destra, ma una prosecuzione di una tradizione riformista che ha contribuito a modernizzare lo Stato.

In una democrazia matura le riforme istituzionali non dovrebbero essere valutate in base a chi le propone, ma in base agli effetti che producono sull’equilibrio dei poteri e sulla tutela dei diritti.

Per queste ragioni i Socialisti voteranno .

Lo ha proposto la destra? La risposta non può essere che, siccome lo ha proposto la destra, bisogna essere contrari per forza. Non è importante conoscere i motivi per cui la destra propone una tale riforma; avrebbe dovuto proporla la sinistra, questa è la verità.

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Una volta appurato, sulla base della specifica lettura dei contenuti, che questa riforma non lede i principi costituzionali di indipendenza e autonomia della magistratura ma li consolida, sganciando la magistratura dal vizio correntizio e spartitorio per premiare il merito e la terzietà del giudicante, perché si dovrebbe votare contro?

C’è un problema a sinistra: il rapporto con lo Stato e la sua democrazia. La sinistra non può ridursi a custode dello status quo per timore dell’avversario. Una sinistra che rinuncia al garantismo in nome dell’antagonismo alla destra abdica alla sua missione riformatrice. Il SÌ dei Socialisti non è un appoggio al governo, ma un atto di fedeltà al cittadino imputato, che ha il diritto di vedere il proprio accusatore e il proprio giudice come soggetti antropologicamente e professionalmente diversi.

La destra ha una visione diversa dalla sinistra, però se agisce all’interno delle prescrizioni di fondo dettate dalla Costituzione, che sono a fondamento della democrazia, non si capisce perché dovrebbe essere continuamente messa in discussione la sua legittimità democratica.

Sinistra e destra sono diverse, questo è indubbio, ed è giusto che sia così, perché la democrazia presuppone la libertà di poter esprimere la propria opinione, e il gioco democratico si fonda sulla capacità di essere credibili e operare per un’egemonia basata sul consenso.

La democrazia non è una conventio ad excludendum. La democrazia si migliora progressivamente e non ne vanno minate le fondamenta, altrimenti si rischia di rompere il giocattolo in una assurda logica secondo cui c’è democrazia solo se governano certe forze e non c’è se governano altre.

La differenza sono i contenuti della democrazia: primo, perché il concetto di democrazia va declinato, e secondo, perché se oggi governa questa destra, che comunque ha vinto le elezioni, la responsabilità è anche di una sinistra che ha operato nell’indifferenza valoriale invece di consolidare dal basso i valori fondanti di un’egemonia basata sul consenso e non solo sulla gestione del potere.

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