Referendum: continua il testa a testa ma il No è in crescita, soprattutto tra i giovani
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Referendum: continua il testa a testa ma il No è in crescita, soprattutto tra i giovani

Il referendum sulla riforma della giustizia, in programma per il 22 e 23 marzo 2026, sta vivendo una fase cruciale: la campagna per il No appare in netta rimonta nei sondaggi

Referendum: continua il testa a testa ma il No è in crescita, soprattutto tra i giovani
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16 Febbraio 2026 - 12.27


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Il referendum sulla riforma della giustizia, in programma per il 22 e 23 marzo 2026, sta vivendo una fase cruciale: la campagna per il No – che invita a respingere la modifica costituzionale promossa dal governo Meloni e dal ministro Nordio – appare in netta rimonta nei sondaggi, riducendo il vantaggio iniziale del fronte del Sì.

Secondo le rilevazioni più recenti riportate da vari istituti (tra cui YouTrend, Ixè e Piepoli), il No sta guadagnando terreno in modo significativo, soprattutto tra i più giovani e in alcune fasce elettorali tradizionalmente meno mobilitate. In alcuni rilevamenti si parla ormai di un testa a testa o di un lieve sorpasso del No, con percentuali che oscillano intorno al 49-50% per entrambe le opzioni, a seconda del campione e dell’affluenza ipotizzata. L’elemento decisivo resta proprio l’affluenza: più alta è la partecipazione, più il Sì (favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e pm, al doppio Csm e all’Alta corte disciplinare) tende a prevalere; al contrario, un’affluenza medio-bassa favorirebbe il No.

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La riforma costituzionale – approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale nell’ottobre 2025 – modifica diversi articoli della Costituzione (tra cui 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce elementi come la netta distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti, il sorteggio per parte dei componenti del Csm e nuove regole disciplinari. Il fronte del Sì, sostenuto principalmente dal centrodestra (FdI, Lega, Forza Italia), la presenta come una «riforma di buonsenso» per modernizzare un sistema giudiziario percepito come inefficiente e politicizzato. Il ministro Nordio ha difeso con forza l’iniziativa, arrivando a definire «blasfemo» sostenere che ponga la magistratura sotto l’esecutivo e proponendo il sorteggio come antidoto a presunti «sistemi para-mafiosi» nel Csm.

Sul fronte opposto, il No – appoggiato da Pd, M5S, Avs, Anm e larga parte della sinistra – denuncia un attacco all’indipendenza della magistratura, un indebolimento delle garanzie costituzionali e un rischio di maggiore ingerenza politica. La campagna del No si è intensificata nelle ultime settimane con iniziative capillari, assemblee pubbliche (come quella allo Spin Time di Roma) e slogan come «Basta bugie» del Pd, che smontano punto per punto le tesi governative. Giuseppe Conte (M5S) e Elly Schlein (Pd) parlano apertamente di «rimonta» e invitano a una massiccia partecipazione per difendere la Costituzione.

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Nel centrodestra cresce la preoccupazione: esponenti di FdI come Edmondo Cirielli ammettono che una sconfitta «non sarebbe positiva per il governo», perché la separazione delle carriere è nel programma elettorale. Palazzo Chigi ha annunciato un battage mediatico e porta a porta per marzo, mentre Arianna Meloni ha precisato che il voto non è un plebiscito sul governo. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha alzato i toni, attaccando il Csm e casi specifici come quello di Gratteri.

A poco più di un mese dal voto, l’incognita maggiore resta la mobilitazione: senza quorum da superare (trattandosi di referendum confermativo ex art. 138 Cost.), basterà anche un solo voto in più per decidere il destino della riforma. La rimonta del No dimostra che la battaglia è tutt’altro che chiusa, e che la partecipazione sarà l’ago della bilancia.

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