Durante l’ora abbondante in cui Fedez e Davide Marra hanno intervistato – si fa per dire – la presidente del consiglio Giorgia Meloni sono riusciti a non fare una domanda vera.
L’incipit di Marra “qual è la posizione dell’Italia sulla guerra in Iran?” in realtà prometteva bene, visto che l’Italia non ha alcuna posizione in merito. È da settimane, infatti, che la premier si barcamena tra frasi a mezza bocca sulla violazione del diritto internazionale e un acrobatico cerchiobottismo perfettamente esemplificato dall’affermazione di qualche giorno fa “non condivido e non condanno”.
Insomma, lo spazio d’azione per i due intervistatori era significativo. Invece, nulla. Meloni ha fatto un imbarazzante monologo su quanto la guerra sia brutta e allo stesso tempo su quanto l’Iran fosse pericoloso perché “quasi” in possesso della bomba atomica, il fulcro del quale si può riassumere con un languido “vai a sapere se sia peggiore il pericolo di un Iran dotato di bomba atomica o quello di mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente preventivamente”.
Un giornalista avrebbe insistito, ad esempio, con “scusi ma quali sono le prove certe che l’Iran fosse vicino alla bomba? Il suo amico Donald Trump non aveva affermato che la corsa al nucleare dell’Iran era stata interrotta dalle bombe americane del giugno 2025?”. Oppure anche con un laconico “lei è certa di riuscire a tenere l’Italia fuori dalla guerra, scongiurando peraltro i rischi relativi ad attacchi terroristici, visto che stiamo aiutando gli stati arabi del golfo bombardati dall’Iran?”. Fedez e Marra, invece, si sono accontentati dell’ineffabile chiosa “la politica estera è più complessa di come si pensi”.
Anche sul caro-carburanti ci sarebbero state praterie da esplorare, visto che Meloni in persona in campagna elettorale si era impegnata addirittura ad abolire le accise, mentre in effetti sono aumentate e oggi a causa della guerra i rincari sembrano senza soluzione di continuità. Alla prima domanda sul tema, Meloni ha replicato che “il governo sta monitorando” e che i rincari verranno sterilizzati in parte dal reinvestimento del surplus dell’Iva dovuto appunto all’aumento dei prezzi. La seconda domanda avrebbe potuto essere banalmente “secondo lei questo sarà sufficiente a tenere i prezzi dei carburanti sotto i due euro al litro a lungo termine?”. Invece non c’è stata nessuna seconda domanda.
Quasi incoraggiante l’obiezione di Fedez sui decreti sicurezza in relazione ai poteri speciali conferiti ai servizi segreti che in Italia notoriamente non hanno una storia di specchiata fedeltà ai valori costituzionali. Ecco, questo è stato forse l’unico momento in cui Meloni ha mostrato un minimo di imbarazzo, subito mistificato dietro affermazioni di circostanza come “i servizi sono pieni di eroi che rischiano la loro vita per salvare la nostra” o “il modo di operare dell’Intelligence è cambiato rispetto a quando c’erano le Brigate Rosse”, e infine risolto con un lapidario “chi sbaglia verrà punito”.
A questo punto, si poteva ribattere a partire proprio da qualche richiamo storico alle vicende dell’eversione nera e delle collusioni con i servizi segreti deviati, per arrivare alla dipendenza tecnologica che l’Italia soprattutto a partire dal 2023 ha sviluppato nei confronti di Israele quanto a cybersicurezza e infrastrutture critiche, passando per la questione tutt’altro che semplice riguardante le eventuali indagini sull’operato dei servizi. Eppure, anche questa volta, Meloni ha avuto buon gioco e ha superato brillantemente l’impasse.
Sul tema referendum – che è poi l’unico vero motivo per cui la premier ha partecipato a un podcast come Pulp – Meloni ha avuto modo e tempo di fare un secondo monologo, senza contraddittorio e senza domande. Purtroppo, non c’era nemmeno un segnalatore automatico di bugie.
Dalla maggior efficienza del sistema giudiziario – cosa che notoriamente non ha nulla a che fare con la riforma, come del resto lo stesso ministro della giustizia Carlo Nordio e la presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno hanno ampiamente spiegato – all’inspiegabile limitazione degli errori giudiziari, alla terribile piaga dei giudici politicizzati di berlusconiana memoria, Meloni ha potuto sciorinare una pletora di argomenti tanto consolidati quanto non pertinenti alla riforma (nonché ai limiti della ragionevolezza), senza che nessuno opponesse la minima resistenza.
Il risultato finale di questa intervista-evento è stato un’ora di propaganda incontrollata, a tre giorni dal referendum. Peccato, per l’occasione persa.
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